Atlantide
09.11.2010 - 20:09
Analisi
 
Usa: Obama ribalta in India i cardini della sua geopolitica asiatica
Roma, 9 nov 2010 20:09 - (Agenzia Nova) - Prosegue in modo vistoso il processo di riconfigurazione della politica estera Usa, che sta portando progressivamente il presidente Barack Obama a tornare sui suoi passi e ripristinare le linee guida della strategia perseguita dal suo predecessore, George W. Bush, all’indomani degli attacchi dell’11 settembre. Entrando nella Casa Bianca, il nuovo presidente statunitense aveva enfatizzato la propria volontà d’imprimere una discontinuità rispetto all’amministrazione uscente anche in campo internazionale, non solo rilanciando il cosiddetto multilateralismo, vale a dire le Nazioni Unite, ma altresì puntando decisamente nella direzione dell’allestimento di un G2 sino-americano, tanto più importante in quanto ritenuto decisivo a risollevare le sorti dell’economia occidentale, travolta dagli sviluppi della crisi dei sub-prime.

Il tentativo, condotto e parzialmente mascherato attraverso il rilancio del G20 e la sua sostituzione di fatto al G8 come foro di concertazione delle politiche economiche delle principali potenze mondiali, è però sostanzialmente fallito. Perché la Repubblica popolare cinese ha ceduto alla richiesta di Washington di stimolare la propria economia e persino a quella di rivalutare lo yuan, senza che tuttavia questo modificasse il trend che vede Pechino rapidamente erodere ciò che resta della supremazia globale statunitense. Mentre gli Usa arrancavano, il Pil cinese accelerava, con l’effetto di ridurre ulteriormente il divario di scala esistente tra le economie dei due paesi.

Certamente, ad indurre il presidente Obama ad un ripensamento debbono aver concorso anche altri fattori, come il mancato ridimensionamento dello squilibrio esistente nell’interscambio bilaterale e le critiche rivolte da Pechino contro la politica monetaria di Washington che, favorendo il deprezzamento del dollaro, diminuirebbe il valore degli asset pubblici e privati americani attualmente nelle mani dei cinesi. Ad alimentare le tensioni ha probabilmente contribuito anche l’ambiguità dell’atteggiamento tenuto dalla Repubblica popolare nei confronti tanto dei talebani afgani quanto dei loro sostenitori pachistani, che peraltro sono degli alleati storici di Pechino.

Di qui, forse, il lungo viaggio intrapreso in Asia da Obama, che è coinciso con la visita del segretario di Stato Hillary Clinton e di quello alla Difesa Robert Gates in Australia. Il disegno che pare scaturirne è, per certi versi, una tenaglia sulla Cina che è affascinante ed interessante anche da una prospettiva specificamente italiana. Il presidente Usa ha assicurato a Nuova Delhi l’appoggio di Washington all’ambizione indiana di vedersi riconoscere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, passo che non sarà riuscito particolarmente gradito alla dirigenza cinese, e che deve aver generato delle inquietudini anche ad Islamabad.

Il viaggio di Barack Obama proseguirà toccando Indonesia, Corea del Sud e Giappone, seguendo uno schema che è anche troppo facile da interpretare in funzione della volontà di stabilire un solido cordone di contenimento nei confronti della ormai straripante potenza cinese, che sta generando un processo di riarmo in tutto l’Estremo Oriente. In questo contesto è degno di nota che la missione del segretario di Stato Clinton e del suo collega del Pentagono, Gates, sia sfociata nella previsione di un’intensificazione della cooperazione militare bilaterale tra Washington e Camberra, tanto più che l’Australia è un paese fortemente dipendente dalla Cina sotto il profilo economico ed è attualmente l’unico stato occidentale che abbia un ministro degli Esteri capace di esprimersi in mandarino: l’ex premier Kevin Rudd. La minaccia cinese, in effetti, sembra sia stata al centro di una fase particolarmente delicata dei colloqui.

La nuova strategia Usa che pare sul punto di delinearsi ricorda ormai veramente da vicino quella prescelta da Bush, la cui apertura all’India aveva comportato persino il riconoscimento del suo status di potenza nucleare, precedentemente negato e persino sanzionato in ragione della non appartenenza di Nuova Delhi al regime internazionale di non proliferazione. L’importanza del cambiamento in atto per l’Europa e per l’Italia è apprezzabile ad almeno due livelli differenti.

Da un lato, infatti, la svolta che sarebbe all’orizzonte implicherebbe l’imposizione di precisi limiti alla portata del negoziato recentemente inaugurato con le articolazioni della guerriglia che insanguina l’Afghanistan e rileva quindi sul futuro del nostro intervento militare in quelle terre. Dall’altro, è evidente come una strategia seria di contenimento della Cina non possa prescindere da un coinvolgimento della Russia. Questo precisamente sarebbe il passaggio destinato a compiersi in occasione del prossimo vertice di Lisbona della Nato, in agenda tra il 20 ed il 21 novembre prossimi, nel quale non solo dovrebbero essere annunciate le nuove modalità della cooperazione russo-atlantica in Afghanistan, ma altresì formalmente definite le caratteristiche del progetto di difesa antimissilistica che l’Alleanza potrebbe allestire in Europa, questa volta con l’apporto della Russia anziché contro Mosca.

Non va infine dimenticato come a questo punto diventi essenziale per Washington pervenire ad un accordo di massima di tipo armistiziale con l’Iran, anche questo del tutto compatibile con gli interessi di lungo periodo dell’Europa e dell’Italia. Lo rende difficile soltanto la retorica politica utilizzata dal presidente Mahmoud Ahmadinejad, anche se Barack Obama è meno condizionato del suo predecessore, che era sotto l’influenza della lobby neoconservatrice, e sarebbe quindi probabilmente in grado di stringere degli accordi informali, basati sul realismo, anche con la dirigenza della Repubblica islamica. (g.d.)
 
Fmi: Pechino rafforza la propria posizione nel Fondo
Roma, 9 nov 2010 20:09 - (Agenzia Nova) - Il riallineamento della politica estera Usa appare quanto mai opportuno, in quanto pressoché contestuale al recente intervento di riforma operato sul board del Fondo monetario internazionale, del quale Pechino è diventata di fatto il terzo azionista di riferimento, dopo gli stessi Stati Uniti ed il Giappone, mentre l’Unione Europea ha ceduto due seggi a vantaggio delle maggiori economie emergenti, passando dai nove attuali a sette sui 24 esistenti.

I diritti di voto complessivamente trasferiti sono pari al 6 per cento. Quanto alle quote, gli Stati Uniti hanno conservato il primato, con il 17,41 per cento, ma adesso la Repubblica popolare è al terzo posto, dopo Tokyo, con il 6,39 per cento. L’Italia è riuscita a mantenersi nelle posizioni di testa, alla settima per la precisione, con il 3,16 per cento delle quote, precedendo ancora sia l’India (al 2,75 per cento) che Russia (al 2,71 per cento) e Brasile (al 2,32 per cento).

E’ stato altresì soppresso il cosiddetto G5, composto dai cinque stati detentori di un posto permanente nel board: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna. Il risultato, che costituisce un’eredità dei più recenti vertici del G20, è un primo significativo adattamento ai nuovi equilibri economici globali di uno dei più importanti organi di governance preposti alla salvaguardia della stabilità del sistema finanziario internazionale, anche se le decisioni appena prese dovranno essere approvate ora dall’insieme dei paesi membri del Fondo monetario internazionale. Negli Stati Uniti, sarà necessario addirittura un passaggio per il Congresso.

Proprio il fatto che il miglioramento della posizione delle potenze emergenti sia stato ottenuto principalmente a discapito di un’Europa che sta riducendo progressivamente anche il residuo potenziale militare di cui dispone – come provano i tagli recentemente apportati al bilancio della Difesa britannica – rende particolarmente importante per il nostro continente l’adozione da parte statunitense di una strategia meno filo-cinese. (g.d.)
 
Afghanistan: Herat sarà presto affidata alla responsabilità di Kabul
Roma, 9 nov 2010 20:09 - (Agenzia Nova) - In vista dell’ormai imminente vertice Nato di Lisbona è in via di approvazione un piano di graduale restituzione al governo di Kabul della responsabilità di mantenere l’ordine e la sicurezza sul proprio territorio nazionale, in base al quale la provincia di Herat verrebbe riconsegnata alle forze di sicurezza afgane entro il 2012. Il disimpegno della Nato da Herat e dintorni permetterà certamente di alleggerire significativamente l’impegno militare italiano in quella zona, anche se va ricordato che la regione occidentale contiene altre tre province, in due delle quali (Farah e Baghdis) operano attualmente militari del nostro paese, spesso impegnati in vere e proprie operazioni di combattimento.

Cosa concretamente accadrà, è quindi attualmente difficile da prevedere, dipendendo in larga misura anche dall’esito dell’offensiva scatenata a sud per il controllo di Kandahar ed ancor più dagli eventuali progressi delle trattative intavolate con i talebani della Shura di Quetta e della rivale rete degli Haqqani. Se i negoziati non decollassero, le violenze aumentassero e gli Stati Uniti si dimostrassero determinati a riportare un successo più netto, diventerebbe in effetti difficile evitare una richiesta alleata al nostro paese di trasferire gli uomini liberati da incombenze collegate al controllo della provincia di Herat in altre aree, incluse quelle contigue della regione occidentale afgana. (g.d.)