Mezzaluna
03.11.2010 - 20:50
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Iraq: la mediazione saudita per superare la crisi politica è un’iniziativa nata morta
Roma, 3 nov 2010 20:50 - (Agenzia Nova) - Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Hiwa Osman, ex capo dell’ufficio stampa del presidente iracheno Jalal Talabani, attualmente direttore dell’ Institute for War & Peace Reporting, un’organizzazione non governativa finanziata dalle Nazioni Unite per la formazione di giovani giornalisti in Iraq. Le opinioni espresse nell’articolo non riflettono necessariamente quelle della redazione

L’invito del re saudita agli antagonisti iracheni affinché tengano un incontro a Riad subito dopo la fine del pellegrinaggio alla Mecca (il prossimo 16 novembre, ndt) ha provocato una serie d’interrogativi associati ad allarme nella popolazione irachena, preoccupata com’è da un futuro incerto. Un’iniziativa che serve da monito per ricordare agli iracheni i pericoli e le sfide che dovranno affrontare per costruire il nuovo Iraq.

Domenica scorsa 30 ottobre 2010, mentre i partiti politici iracheni si riunivano ad Erbil (capoluogo della regione autonoma del Kurdistan, ndt) e a Baghdad per chiudere la crisi politica e formare l’esecutivo, il re saudita, Abdullah bin Abdul Aziz, ha invitato il presidente Jalal Talabani ed altri leader iracheni a Riad per un incontro. Ironia della sorte vuole che a fare questa proposta sia un paese che non ha mai vissuto un’elezione politica nella sua storia, non ha mai ammesso la presenza sul suo territorio della minoranza sciita, né ha mai riconosciuto i diritti di alcuna minoranza etnica. Una dinastia assoluta che pretende di conoscere i problemi di una giovane democrazia che ha una maggioranza di sciiti, una ragguardevole minoranza curda, oltre ad altre minoranze etniche come i turcomanni, e religiose, come la popolazione cristiana assiro-caldea.

Il modo con cui lo stesso invito è stato confezionato dà inoltre una chiara indicazione su come i sauditi non abbiano la minima idea di cosa sia il nuovo Iraq, né tanto meno su come intendono risolvere i problemi del paese. L’invito menziona infatti per nome il presidente Jalal Talabani per poi parlare de “il resto dei partiti che hanno preso parte alle elezioni”; come se il problema fosse tra il capo di stato Talabani e le “altre parti”, oppure tra gli arabi e i curdi (etnia di appartenenza di Talabani, ndt).

In realtà, la disputa riguarda gli stessi arabi. Un giorno si tratta di un conflitto tutto interno alla comunità sciita; un altro di una lotta intestina tra sunniti; mentre in altre occasioni si assiste allo scontro tra sciiti e sunniti. I curdi da parte loro, hanno assunto una posizione imparziale proprio per favorire una qualche soluzione che porti alla fine di queste dispute.

Molti, qui in Iraq, pensano che la tempistica dell’iniziativa saudita nasconda in realtà il tentativo di allargare il fossato tra arabi e curdi e, contemporaneamente, mantenere vivo il conflitto in atto tra sunniti e sciiti. Per sua stessa natura, del resto, l’Arabia Saudita, non sembra adatta né a svolgere un ruolo di mediazione in Iraq, né tanto meno a comprendere la natura complessa di un paese terzo. Riad ha una posizione predominante anti-sciita. E durante tutto il mandato di primo ministro, Nouri al Maliki, che è di confessione sciita, non ha mai ricevuto neanche un invito a visitare il regno wahabita. Dando un esempio di questo tipo, come può l’Arabia Saudita pensare di sovrintendere a una mediazione o un arbitrato tra sciiti e sunniti?

La reazione irachena all’iniziativa saudita è stata una chiara dimostrazione della scarsa credibilità degli allegri sauditi. Sciiti e curdi hanno respinto la mediazione, mentre i sunniti le hanno riservato un caldo benvenuto. Ogni giorno gli iracheni ascoltano i predicatori sauditi insultare i simboli della Shia, compresa la guida spirituale sciita, il grande ayatollah Ali Sistani; senza dimenticare gli incessanti sermoni che dalle moschee del regno e dalle tv satellitari fondamentaliste sputano sentenze che feriscono la fede sciita. La maggior parte degli iracheni sono convinti che queste pratiche dovrebbero almeno cessare, prima che i sauditi si propongano per aiutare per la formazione del loro governo.

Invece di lanciarsi con queste iniziative, con la pretesa di risolvere tutti i problemi dell’Iraq, i sauditi avrebbero fatto meglio ad essere più trasparenti, manifestando le loro preoccupazioni per lo status della minoranza arabo-sunnita dell’Iraq. Avrebbe potuto essere ancor più chiari, esprimendo la loro preoccupazione per la sempre più estesa influenza dell’Iran sulle vicende irachene. La loro iniziativa avrebbe potuto inoltre essere meglio preparata. Per come stanno le cose oggi, sembra che i sauditi minimizzino la capacità degli iracheni di risolvere il problema del prossimo esecutivo. Una proposta, quella di Riad, che ha avvicinato ancor più le posizioni di curdi e sciiti, all’ombra di un Iran sempre più influente nelle vicende interne del paese.

Se domani, ad esempio, il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, facesse un invito simile a quello avanzato dal sovrano saudita – che per inciso non ha mai nominato, a differenza del capo di stato iraniano, un suo ambasciatore a Baghdad – troverebbe sicuramente anche tra i sunniti maggior ascolto di quello riservato a Riad. Ma il capo del governo di Teheran non intraprenderà un’iniziativa così plateale, perché semplicemente dà l’impressione di capire il nuovo Iraq meglio dei sauditi.

Gli ultimi sette mesi sono stati la prova che ogni ingerenza nei negoziati per la formazione del nuovo esecutivo a Baghdad è destinata a portare solo ulteriori complicazioni nella già profonda complessità di uno scenario politico estremamente polarizzato. Quando la gente dell’Iraq è andata alle urne per votare i propri rappresentanti, lo ha fatto capendo bene che gli iracheni sono gli unici che possono e devono formare il loro governo. E che l’unico posto dove può e deve essere formato questo governo deve essere l’Iraq stesso. Se il paese si allontanerà da questo principio, la responsabilità sarà dei suoi politici, ma gli unici a pagarne il prezzo saranno gli iracheni. (Hiwa Osman)