Atlantide
03.11.2010 - 20:21
Analisi
 
Afghanistan: inedita cooperazione russo-americana
Roma, 3 nov 2010 20:21 - (Agenzia Nova) - Coperta poco e male dai media italiani ed internazionali, un’operazione antidroga congiunta russo-americana svoltasi lo scorso 28 ottobre in Afghanistan potrebbe aver aperto una fase nuova dei rapporti tra Mosca e Washington, suscettibile di avere ripercussioni positive anche per l’Italia e l’Europa continentale. L’iniziativa, che è stata inopinatamente criticata dal presidente Hamid Karzai, ha portato al sequestro ed alla successiva distruzione di 932 chilogrammi di eroina e 156 di oppio, un successo rilevante che tuttavia è l’aspetto meno importante della vicenda.

A contare è, invece, soprattutto il fatto che per la prima volta dal 1989 personale dotato di status militare o paramilitare russo – si è parlato di agenti dei servizi di sicurezza – abbia varcato la frontiera dell’Amu Darya e lo abbia fatto nel quadro di una missione condotta insieme ad elementi delle forze armate Usa. Va sottolineato altresì come l’operazione sia stata perfezionata mentre erano in corso trattative concernenti l’incremento della cooperazione russo-atlantica sul fronte afgano. Mosca sarebbe adesso disponibile ad accrescere significativamente il proprio contributo alla stabilizzazione del paese, rafforzando sensibilmente il cartello delle forze che si oppongono alla vittoria della guerriglia, seppure la Difesa russa si mantenga ostile rispetto all’ipotesi di schierare proprie truppe di terra sul suolo afgano.

L’apporto cui si pensa e sul quale sarebbe in corso un negoziato riguarderebbe l’addestramento delle truppe e delle polizie al servizio di Kabul e, soprattutto, la fornitura di un ingente quantitativo di elicotteri e degli equipaggi necessari a farli volare. Quest’ultimo aspetto è assai delicato, essendo tuttora vivo tanto presso gli afgani quanto gli stessi russi il ricordo del duello combattuto dai mujaheddin contro gli Hind sovietici, le fortezze volanti che vennero infine sconfitte dal missile terra-aria Stinger statunitense. Tuttavia il contributo russo potrebbe anche raggiungere la consistenza di alcune dozzine di macchine: un dono apprezzato, date l’indisponibilità degli alleati a fornirne e le caratteristiche tecniche dei velivoli di Mosca, ritenuti più adatti di quelli occidentali al fronte afgano in quanto progettati e costruiti proprio tenendo conto delle lezioni apprese nel conflitto degli anni Ottanta.

Ai russi si chiederebbe altresì il diritto di far transitare approvvigionamenti e mezzi militari diretti alle forze atlantiche attraverso il territorio della Federazione. La rotta nordica starebbe infatti divenendo sempre più importante, agli occhi degli strateghi occidentali, in virtù degli attacchi che subiscono ormai regolarmente i convogli in transito per il Pakistan, complice l’inefficienza o la compiacenza dell’esercito di Islamabad.

Il Cremlino, però, esige un prezzo per tutto questo. Si parla al riguardo di una sostanziale riduzione della presenza militare statunitense ed alleata nei paesi recentemente entrati a far parte della Nato, a cominciare dalle repubbliche baltiche. Per l’amministrazione guidata dal presidente Barack Obama potrebbe essere una contropartita inaccettabile, ma la prospettiva alletta sicuramente la Germania e la Francia, i cui leader si sono riuniti recentemente a Deauville insieme al presidente russo, Dmitrij Medvedev, per discutere l’agenda dei prossimi vertici multilaterali ed altresì la sostituzione dell’attuale Consiglio Nato-Russia, ritenuto da Angela Merkel una formula ormai inefficace. Non è da escludere che sia all’orizzonte, se non proprio l’avvento della nuova architettura di sicurezza desiderata da Mosca, una fase di progressiva convergenza euro-russa dotata anche di una proiezione atlantica.

Naturalmente, uno sviluppo simile potrebbe anche, a parità delle altre condizioni, contribuire a stabilizzare gli equilibri politici interni italiani, che hanno risentito per mesi delle tensioni russo-americane, data l’esposizione di Roma nei confronti del Cremlino. (g.d.)
 
Usa: le conseguenze delle elezioni di medio termine
Roma, 3 nov 2010 20:21 - (Agenzia Nova) - E’ improbabile che il risultato delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti possano alterare significativamente l’architettura della politica estera di Washington. Il presidente Barack Obama ha subito una significativa sconfitta, ma i Repubblicani non hanno vinto nella misura che si ipotizzava alla vigilia delle consultazioni. Hanno conquistato la Camera dei rappresentanti, cosa che costerà a Nancy Pelosi lo scranno più alto di Capitol Hill, ma non il Senato, che è rimasto nelle mani dei Democratici ed è più importante ai fini della trattazione delle più delicate questioni della politica internazionale e di sicurezza.

Sono improbabili scossoni sull’Afghanistan e anche sulle priorità della politica estera, che continuerà a focalizzarsi soprattutto sulla Cina e sulla determinazione dei nuovi equilibri globali. Un’affermazione più netta dei Repubblicani, invece, avrebbe probabilmente implicato un’attenuazione della politica China First e forse il rilancio delle aperture bushiste all’India ed alla Russia. Ad ogni buon conto, Obama sarà incoraggiato a sostenere il presidente russo, Dmitrij Medvedev, e a tollerare l’evidente riavvicinamento tra Mosca e l’Europa continentale.

E’ degno di nota, inoltre, che pur essendosi affermati in un numero considerevole di stati dell’Unione, i Repubblicani abbiano perso la California, una delle costituency elettorali decisive per la conquista della Casa Bianca. Il tea-party ha portato in Congresso i suoi primi esponenti, ma molti dei suoi candidati sono stati sconfitti, inclusi alcuni che erano personalmente sostenuti dall’ex governatrice dell’Alaska, Sarah Palin, il cui percorso di ascesa ha conseguentemente subito una battuta d’arresto.

Se conseguenze immediate di grande ampiezza sulla politica estera Usa sono quindi da escludere, almeno nelle sue direttrici strategiche, quanto è accaduto non mancherà di avere importanti ripercussioni rilevanti sulla corsa alla presidenza, che inizierà tra pochi mesi. I nuovi equilibri determinatisi al Congresso e nell’insieme degli stati dell’Unione dovrebbero convincere i “pesi massimi” del Grand Old Party che è possibile sconfiggere Obama nel 2012. E’ pertanto probabile un’elezione vera, con il presidente uscente costretto a battersi per la riconferma contro un autorevole leader repubblicano, e non un candidato di bandiera, come capitò a Bill Clinton con Bob Dole. Chi possa essere questo candidato è però difficile pronosticarlo oggi. La prestazione insoddisfacente del tea-party toglie armi alla Palin, e forse indebolisce anche Mike Huckabee. La situazione, comunque, dovrebbe chiarirsi entro pochi mesi. (g.d.)
 
Difesa: intese militari franco-britanniche
Roma, 3 nov 2010 20:21 - (Agenzia Nova) - L’evidente indebolimento politico-militare delle due maggiori potenze geopolitiche del Vecchio continente – Francia e Gran Bretagna – sembra spingere ad una convergenza euro-russa. Londra e Parigi, in effetti, sotto la spinta del risanamento dei propri deficit di bilancio, hanno siglato nei giorni scorsi due intese che aprono la strada a un’integrazione senza precedenti delle rispettive forze armate. Nascerà una forza d’intervento congiunta di circa 6-6.500 uomini. Inoltre, in caso di necessità, le portaerei delle due parti potranno battere dal 2020 la bandiera dell’altra e persino utilizzarne i ponti di volo per farvi decollare i propri aerei. A quanto si è appreso, anche le armi nucleari potranno essere testate in strutture sottoposte a controllo comune: un fatto rivoluzionario, attesa la dipendenza dei programmi nucleari britannici da tecnologie statunitensi e la relativa autosufficienza della Force de Frappe francese. Per la prima volta nella loro storia, infine, truppe britanniche potranno trovarsi sotto il comando di ufficiali transalpini.

Naturalmente, la stampa dei due paesi interpreta in modo diametralmente opposto questi sviluppi. Per i media britannici, almeno quelli di parte conservatrice, la svolta implicherebbe nel tempo una progressiva maggior accettazione francese della logica transatlantica. Ma i laburisti s’interrogano apertamente sull’effettiva autonomia che Londra potrà conservare in eventuali circostanze critiche.

In Francia, invece, i commenti dei media riflettono con malcelato orgoglio sul senso ultimo di questo ridimensionamento, che colpirebbe più gravemente la Gran Bretagna e le sue aspirazioni di respiro globale, di quanto non capiti a Parigi, che ha accuratamente pianificato per tempo la riduzione del proprio strumento militare, tenendo conto dei propri obiettivi irrinunciabili di sicurezza. Gli opinionisti francesi non hanno torto. Anche perché i tagli draconiani che hanno spinto i britannici a questo matrimonio d’interesse - l’éntente frugale come alcuni l’hanno beffardamente soprannominata - sono il risultato di un’emergenza economico-finanziaria, e non di un atto di fede nel futuro dell’Europa.

Rimane il fatto che, in questo processo di diffusione della potenza al quale assistiamo, l’Europa e l’Occidente perdono peso ulteriore. Una circostanza che dovrebbe rendere ancor più urgente l’integrazione della Russia in entrambi. (g.d.)