Atlantide
25.10.2010 - 19:53
ANALISI
 
Usa: verso le elezioni di medio termine
Roma, 25 ott 2010 19:53 - (Agenzia Nova) - Il voto cui saranno chiamati i cittadini Usa il prossimo 2 novembre riveste particolare importanza, sia come sondaggio in vista delle elezioni presidenziali del 2012 che sotto il profilo del mantenimento nel Congresso di una maggioranza favorevole a Barack Obama. Occorre peraltro ricordare come la Costituzione americana non preveda alcun rapporto di fiducia tra il presidente degli Stati Uniti ed il Congresso, essendo basata sul principio della perfetta separazione dei poteri. Tuttavia, il Parlamento bicamerale è titolare esclusivo della delicatissima funzione legislativa e detiene altresì il potere cruciale di approvare, emendare o respingere la legge di bilancio. Gli equilibri politici che si instaurano a Capitol Hill finiscono così per essere egualmente determinanti ai fini dell’efficacia dell’azione di governo.

Va altresì rilevato come Barack Obama, più che appoggiarsi al proprio partito, sin dal gennaio 2009 abbia cercato soprattutto il sostegno di una maggioranza sostanzialmente centrista, composta di democratici e repubblicani moderati. Un vero cleavage destra-sinistra è emerso soltanto in occasione del varo della controversa riforma sanitaria.

La tornata elettorale della prossima settimana è obiettivamente di grande portata. Verranno infatti rinnovati ben 475 deputati della Camera dei rappresentanti, dove attualmente i democratici prevalgono sui repubblicani in ragione di 255 seggi contro 178. Al Senato, invece, saranno messi in palio 37 seggi su 100, praticamente il terzo di prammatica più quattro posizioni corrispondenti ai parlamentari deceduti o transitati al governo, come Hillary Clinton e Joseph Biden. Si voterà infine per eleggere i nuovi governatori in ben 37 stati e due territori dell’Unione: di questi, 20 sono attualmente in mani democratiche e 19 sotto il controllo del Republican Party. Tra gli stati in cui si vota ci sono la California, dove Arnold Schwarzenegger non può più essere rieletto avendo raggiunto il limite massimo previsto per il mandato governatoriale, il Texas ed il Massachusetts.


Le previsioni ed i possibili effetti del voto

Le previsioni ed i sondaggi realizzati la scorsa settimana con riferimento alla Camera dei rappresentanti attribuivano ai democratici tra i 120 ed i 165 seggi, mentre ai repubblicani ne pronosticavano tra i 161 ed i 170. A variare nelle stime fatte dai vari istituti è soprattutto l’entità dei seggi effettivamente in bilico, compresi tra i 100 ed i 142, a seconda dell’ente demoscopico che si considera.

Al Senato - dove ogni stato è rappresentato da due senatori nel rispetto del principio federalista dell’eguaglianza tra le componenti dell’Unione - le stime danno prevalenti i democratici in tre-sei circoscrizioni elettorali, mentre i repubblicani paiono in vantaggio in sei-dieci collegi. Attualmente nell’emiciclo siedono 57 senatori democratici, 41 repubblicani e due indipendenti. Se i sondaggi fossero corretti, il 2 novembre sera gli equilibri potrebbero cambiare sensibilmente, giacché i democratici potrebbero ritrovarsi con 44-48 seggi, a fronte di 34-40 repubblicani già certi e 11-20 collegi in bilico, ma prevalentemente orientati verso il Partito repubblicano.

L’incertezza, fisiologica nei sistemi bipolari, è questa volta accresciuta dall’impatto del fenomeno dei tea-party, che possono in qualche modo essere assimilati ad un movimento conservatore di protesta radicale. I tea-party – che sono cavalcati specialmente da Sarah Palin, ex running mate del candidato repubblicano alla Casa Bianca, John McCain, sconfitto da Obama nel 2008, e già governatrice dell’Alaska – chiedono a viva voce il ridimensionamento della spesa pubblica e della tassazione, a loro avviso destinata ad aumentare vertiginosamente in dipendenza della recente riforma sanitaria ispirata dal presidente. L’impatto della nuova destra americana sulle elezioni di medio termine è difficile da stimare, ma sarà certamente degno di nota, giacché diversi candidati sostenuti dai tea-party hanno battuto alle primarie quelli che godevano del sostegno ufficiale del Partito repubblicano.

Una volta eletti, non vi è dubbio che i suoi rappresentanti assumerebbero un atteggiamento ostile all’attuale amministrazione. Tuttavia, appaiono più importanti le conseguenze di una loro affermazione sulla corsa alla Casa Bianca, che dovrebbe iniziare nell’estate-autunno del prossimo anno. Più forte è il tea-party, infatti, più probabile diventa la conquista della nomination repubblicana da parte di un candidato vicino alla, o espressione diretta della destra religiosa e fondamentalista: un personaggio per intenderci alla Palin o alla Mike Huckabee. Per Obama, in evidente crisi di consenso, sarebbe una manna, perché in prospettiva i repubblicani si alienerebbero una volta di più il voto moderato dei centristi, da sempre decisivi nella conquista della Casa Bianca.

Per quanto riguarda i governatori, infine, anche in questo caso si osserva nelle rilevazioni demoscopiche una certa crisi del sostegno ai candidati del Partito democratico. Nessun istituto considera infatti attualmente sicuri più di due candidati democratici, mentre i pronostici danno in questo momento certamente assegnati ai repubblicani da uno a diciassette stati, e comunque tendente verso il Grand Old Party una confortevole maggioranza di governatorati in palio. La vera incertezza concerne soltanto una decina di Stati. Comunque vadano le cose, quindi, l’America si accinge a virare a destra. Si discute soltanto di quanto, ma non è un dato indifferente, potendo pesare decisivamente sulla prossima corsa presidenziale.

Per quanto riguarda i prossimi due anni, ripercussioni importanti del voto del 2 novembre potrebbero concernere anche la politica estera: la destra americana è infatti più filo-indiana e meno filo-cinese dell’attuale amministrazione. Ed è inoltre notevolmente meno acquiescente del Partito democratico all’idea di accettare supinamente il declino della potenza statunitense nel mondo. Vi sarebbero implicazioni anche sullo sviluppo del negoziato avviato nella regione afgano-pachistana con le maggiori articolazioni della guerriglia, essendo a quel punto verosimile una diminuzione del consenso politico a trattare sulla base di una soluzione di compromesso. (g.d.)