Atlantide
20.10.2010 - 18:49
ANALISI
 
Afghanistan: negoziati intensi con i talebani
Roma, 20 ott 2010 18:49 - (Agenzia Nova) - Mentre i combattimenti si intensificano e qualche testata finalmente si accorge del cambio di marcia impresso dal generale David Petraeus alle operazioni, affiora alla superficie la trama del negoziato che sta prendendo piede. Ed ancora una volta, come già capitato più volte in relazione all’Afghanistan, Europa e Stati Uniti parlano lingue diverse. Gli europei vorrebbero lasciare il paese in una situazione tale da rendere impossibile un ritorno al buio degli anni Novanta, scaricando però l’onere di sconfiggere i talebani sulle spalle degli americani, che della guerra sono stanchi come e più di noi.

A Washington, invece, la Casa Bianca pensa all’avvio del ritiro, anche se è preoccupata di salvare la faccia, sia nei confronti del mondo che, sul piano interno, di fronte ai propri militari. Recentemente ha gettato la spugna anche il generale James Jones, già supremo comandante delle forze Nato sul nostro continente e prescelto lo scorso anno dal presidente Barack Obama come suo consigliere per la Sicurezza nazionale. Ed è ormai certo altresì l’abbandono di Robert Gates, che verrà forse sostituito al Pentagono da Colin Powell, un repubblicano deluso dall’esperienza fatta con la prima amministrazione di George W. Bush.

Petreaus, grazie alla fine sensibilità politica che lo ha sempre contraddistinto, di questa situazione ha tratto le logiche conseguenze. Ha buttato alle ortiche la propria dottrina anti-guerriglia, che ha per obiettivo la vittoria e come orizzonte temporale il lungo periodo, per accentuare la pressione sulle articolazioni dell’opposizione armata e generare delle fratture al suo interno in vista di un risultato immediato. Negli ultimi quattro mesi i bombardamenti sono aumentati del 50 per cento e forse dietro la richiesta del ministro Ignazio La Russa di autorizzare i nostri Amx all’uso delle bombe, c’è anche la volontà della Difesa italiana di adeguarsi a questo andazzo.

Comunque, non vi è dubbio che all’opinione pubblica internazionale sia stata inizialmente venduta una storia poco verosimile relativamente a quanto bolliva in pentola: nessuno, infatti, ha mai seriamente pensato di risolvere la crisi afgana puntando sui piccoli gruppi di talebani che si dissociano individualmente per chiedere di essere ammessi al programma di riconciliazione nazionale e rientrare nella vita politica afgana. La realtà è ben diversa.

Tanto il governo di Kabul, cioè il presidente Hamid Karzai, quanto gli statunitensi hanno intavolato da mesi colloqui paralleli sia con la Shura di Quetta del mullah Omar che con la rete degli Haqqani, apparentemente sfuggita al controllo direttivo dei talebani di Kandahar, nell’intento di sfruttarne la crescente rivalità e comunque migliorare la propria posizione negoziale giocando l’una contro l’altra. In qualche caso, ai plenipotenziari talebani delle varie affiliazioni la Nato avrebbe addirittura garantito dei salvacondotti. Ammessa a mezza voce da funzionari atlantici rimasti anonimi, questa verità è stata appena formalmente confermata dallo stesso Petraeus, come fosse la cosa più logica e naturale del mondo. Lo stupore è invece pienamente giustificato.


Alla ricerca di un’intesa con il mullah Omar

Al momento, l’impressione prevalente è che Washington persegua soprattutto il raggiungimento di un accordo con i talebani storici, quelli di Quetta cioè. Sia perché costoro sono ormai fisicamente separati dai superstiti del gruppo dirigente di al Qaeda, riparatisi in rifugi allestiti nelle zone tribali dove imperano proprio gli Haqqani ed i talebani pachistani del clan Mehsud; sia perché, mentre gli Haqqani sono forti soltanto nell’Afghanistan orientale, quelli ubbidienti alla Shura di Quetta sono presenti in tutto il paese e pertanto sono gli unici interlocutori credibili di un progetto di pacificazione completo, seppur certamente penalizzante per i tagiki, gli uzbeki e gli hazara dell’Alleanza del Nord.

Stranamente, almeno in apparenza, i militari pachistani non condividono però l’approccio di Washington, avendo invece preferito adottare gli Haqqani, a dispetto della vicinanza di questi ultimi ai jihadisti che hanno insanguinato negli anni scorsi la valle di Swat e, persino, la stessa capitale Islamabad occupandone la Moschea Rossa. E’ forse per questo motivo che sulle zone tribali pachistane sta piovendo un’eccezionale quantità di razzi scagliati dai droni statunitensi. Il governo civile diretto dall’asse Zardari-Gilani-Qureshi, tuttavia, sostiene le operazioni americane contro il proprio territorio di confine, cosa che lascia intendere come l’appoggio dei generali pachistani agli Haqqani possa nascondere un progetto di destabilizzazione interna destinato a sfociare in un nuovo colpo di stato militare.

Ci sono comunque importanti novità. Pare, infatti, che sia stato liberato il mullah Baradar, numero due della Shura di Quetta e grande stratega delle maggiori offensive talebane del 2008 e 2009, che era stato arrestato nei primi mesi dell’anno. Corre altresì voce che il suo arresto fosse stato disposto a suo tempo proprio per impedirgli di avviare trattative con il presidente Karzai, che è un Pashtun Durrani Popalzai esattamente come lui. Quella cui assistiamo potrebbe quindi essere una nuova apertura agli alleati da parte del potere civile pachistano, che in effetti ha bisogno di esser fortemente sostenuto dall’esterno. In ogni caso, l’eventualità che così possa essere va attentamente considerata.


Decisivo anche per il Pakistan il negoziato sull’Afghanistan

La scorsa settimana, prendendo parte ad un briefing promosso dalla Farnesina, l’Ambasciatrice pachistana a Roma, signora Tasnim Aslam, che rappresenta il potere civile del suo paese piuttosto che quello militare, ha affermato a chiare lettere che Islamabad pone allo sviluppo dei negoziati in atto le stesse condizioni che desidera formalmente l’Europa, la quale vorrebbe impegnare i talebani a rispettare l’attuale Costituzione afgana e i diritti delle donne, nonché a rompere in modo inequivoco con il jihadismo internazionalista.

E’ una circostanza significativa, che la dice lunga su quanto i disegni dei civili e quelli dei militari siano in questo momento lontani in Pakistan, anche se la probabilità di ottenere il risultato auspicato è prossima allo zero, giacché quanto vorremmo imporre ai talebani è nulla di meno dell’ordine che conseguirebbe alla loro sconfitta.

La situazione così, si complica ulteriormente, perché i negoziati con i talebani ormai non concernono più soltanto il futuro dell’Afghanistan, ma anche quello del Pakistan. Inoltre, l’idealismo europeo, specialmente abbinato alle insistenti richieste di accelerazione della transizione, mal si combina con il pragmatismo degli Stati Uniti. Per i quali riportare il mullah Omar a Kabul potrebbe adesso persino essere un esito accettabile del conflitto. Nel frattempo, sarebbe bene che le autorità politico-militari statunitensi e degli alleati iniziassero a preparare il pubblico occidentale a questa strategia di uscita, magari permettendo ai singoli governi e parlamenti nazionali degli stati alleati di prendere cognizione di ciò che sta accadendo. (g.d.)