Mezzaluna
13.10.2010 - 20:21
Analisi
 
Medio Oriente: la politica di Obama non sembra destinata al successo
Roma, 13 ott 2010 20:21 - (Agenzia Nova) - Nel novembre 2008 Barack Obama aveva suscitato grandi speranze in tutto il mondo per la carica di promettente novità che aveva portato la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Per quanto riguarda la speranza di pace in Medio Oriente, Obama si era presentato con un programma che dava priorità ai problemi della regione, caratterizzato da un approccio innovativo rispetto agli otto anni di George W. Bush, e da una dichiarata volontà di risolvere i conflitti con il mondo musulmano. A distanza di quasi tre anni dall’inizio del suo mandato, nell’opinione pubblica mondiale, specialmente in quella mediorientale, le aspettative si sono tramutate in delusione. Oggi, infatti, l’impressione è quella di un disimpegno, sempre più evidente, della grande potenza mondiale da quell’area; un’area che per le sue risorse energetiche è vitale per l’economia di tutto l’occidente.

Il nuovo presidente aveva impostato la sua strategia in modo da avviare a soluzione il conflitto israelo-palestinese già entro il secondo anno del suo mandato. Obiettivo solo apparentemente raggiunto a settembre con l’inizio delle trattative dirette tra il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen. Al contrario, il conflitto è ora in uno dei periodi più incerti della sua lunga storia; il nodo della moratoria sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania, che Israele non accetta di prorogare mentre i palestinesi lo considerano un punto irrinunciabile, sta minacciando seriamente il proseguimento dei negoziati. Il loro eventuale fallimento segnerebbe, con ogni probabilità, la fine dell’Anp e forse addirittura delle speranze di pace. Obama si è dato un anno di tempo per raggiungere una soluzione definitiva, ma gli eventi finora non sembrano andare incontro al suo desiderio.

Aldilà della questione palestinese, gli sviluppi nel “grande Medio Oriente” non sembrano più incoraggianti. Il 2010 era iniziato con un nuovo sforzo bellico Usa in Afghanistan, in un contesto di accresciuta violenza ed instabilità in Pakistan, di profonda radicalizzazione in Iran, di persistente disordine in Iraq. Sullo sfondo, uno scontro ininterrotto fra il radicalismo religioso transnazionale dei sunniti e il radicalismo religioso e nazionalista degli sciiti. Un nuovo fronte si è aperto in Yemen e un altro nelle ultime settimane in Libano, se possibile ancor più dirompente per la regione. Nel Sudan, altro paese instabile dello scacchiere, in vista di un referendum per l’autodeterminazione della popolazione cristiana ed animista del Sud, si profila una guerra civile che, vista l’implicazione dei paesi della regione, ha tutte le caratteristiche per diventare un conflitto pan-africano.

Obama ha iniziato la sua presidenza abbandonando la politica assertiva e conflittuale del suo predecessore e inaugurando invece una politica di apertura ed impegno, a cominciare, significativamente, dall’Iran, il massimo antagonista degli Usa nella regione. Secondo la metafora che Obama stesso impiegò, gli Usa hanno teso la mano a Teheran aspettandosi che aprisse il pugno per stringerla. Washington in effetti è entrata nel negoziato nucleare accanto ai paesi europei, che vi erano impegnati già da tempo, e ha fatto capire di essere pronta a riconoscere il ruolo dell’Iran nella regione, nel quadro di un’ampia intesa. Ne è conseguito “un tacito” accordo. Nel frattempo, il presidente Usa ha dichiarato di voler perseguire una strategia regionale del doppio binario, basata su un assunto: il conflitto israelo-palestinese non deve attendere che vengano sciolti i nodi della regione, e merita anzi una sua soluzione autonoma che può contribuire essa stessa a sciogliere i nodi della più vasta regione mediorientale.

Un “tacito accordo” che ha, inevitabilmente, incoraggiato Teheran e il suo alleato strategico nella ragione, Damasco, a rafforzare la propria influenza in Libano e in Iraq. In questi giorni in Libano “Hezbollah”, principale alleato di Teheran nel paese, stanno cercando di depotenziare il Tribunale internazionale incaricato dall’Onu per indagare sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafik Hariri; un processo che vede coinvolti importanti esponenti del “Partito di Dio”. L’esito della partita in gioco determinerà il destino del Libano, ma viene seguita dall’amministrazione Obama con un assordante silenzio che getta nel panico i suoi alleati a Beirut.

La situazione irachena presenta un’anomalia analoga. La Casa Bianca, che pure conta ancora sulla presenza delle truppe Usa a Baghdad, sembra non riuscire ad imporre la sua volontà per far rispettare l’esito del voto di marzo; elezioni vinte, pur con un’esigua maggioranza, da uno schieramento laico guidato dall’ex premier iracheno, Iyad Allawi, filo-occidentale e ostile all’Iran. A oltre sette mesi dalle elezioni, infatti, si va verso una riconferma dell’attuale premier Nouri al Maliki, sciita e preferito dal vicino Iran.

Una strategia, quella di Obama, che è stata messa a dura prova in questi giorni anche e soprattutto in Afghanistan. Sono sotto gli occhi di tutti la crescente attività e le prove di forza dei talebani sul territorio. Sono di questi giorni la strage di quattro alpini italiani e l’abbandono di un’importante base militare Usa nella provincia di Kunar, nei pressi del confine del Pakistan. Le iniziative Nato e statunitensi sul terreno non sembrano avere grande effetto, mentre le perdite occidentali aumentano: considerazioni che pongono seri interrogativi circa l’utilità della permanenza della missione Isaf nel paese centrasiatico.

L’impressione è che in Afghanistan la Casa Bianca, dopo una lunga gestazione, abbia deciso d’impegnarsi a fondo contro il fanatismo fondamentalista. Una decisione presa negli ultimi mesi del 2009, che si sta dimostrando una vera e propria scommessa poiché affida ancora una volta allo strumento militare un problema i cui aspetti politici sono al tempo stesso decisivi e trascurati. Il dilemma politico è duplice, perché riguarda l’Afghanistan, ma ormai anche il Pakistan, che appare attratto dal buco nero afgano che esso stesso ha contribuito a creare. Le recenti elezioni politiche sono state vinte nuovamente da Hamid Karzai, il quale però appare screditato agli occhi degli afgani e degli americani e, non credendo egli stesso ad una improbabile vittoria militare, ha avviato negoziati diretti con i talebani.

Tornando alla questione palestinese, Obama e il su negoziatore, George Mitchell, hanno agito sulla base di una strategia, quella della “Cisgiordania prima”, che in verità si era già dimostrata inagibile nel corso dell’ultimo anno della presidenza Bush. Le guerre di Libano (2006) e di Gaza (2008), il controllo ormai assoluto del territorio in Cisgiordania, favorito dal muro e dalla collaborazione Usa-Autorità palestinese in tema di sicurezza, hanno cambiato la percezione d’Israele. Gli israeliani si sentono sicuri e il governo di destra non vede alcun motivo per rinunciare agli insediamenti o limitarli, né per negoziare.

E’ Mahmoud Abbas ad aver bisogno del negoziato, perché spera che una soluzione sia pure parziale aumenti i suoi consensi. Ciò nonostante, il leader palestinese arretra ogni qualvolta si profili la possibilità di un compromesso, per timore di prestare il fianco alla propaganda dei radicali di Hamas. L’idea di un negoziato risulta dunque sempre più estranea alle parti: il tentativo di Obama di rilanciarlo si è infranto contro questi scogli. Le parti dichiarano i propri buoni intenti, ma non sembra che l’amministrazione Usa abbia una chiave per la soluzione del conflitto.

La strategia di Obama che ha puntato sulla questione palestinese come “la madre di tutte le soluzioni” per il “grande Medio Oriente”, si sta dimostrando alla prova dei fatti precaria e di esito incerto. Un fallimento dei negoziati minaccia di segnare non solo il futuro politico del capo della Casa Bianca, ma anche gli interessi strategici degli Stati Uniti nell’area. (a.f.a.)