Atlantide
11.10.2010 - 18:54
Analisi
 
Afghanistan: la morte dei 4 alpini e la situazione nel paese
Roma, 11 ott 2010 18:54 - (Agenzia Nova) - Il grave incidente militare che ha provocato la perdita di quattro alpini nella mattina di sabato scorso non rappresenta un fatto eccezionale nell’attuale contesto afgano: occorre infatti ricordare come, dall’inizio di quest’anno, siano già morti in Afghanistan quasi 580 militari occidentali, 26 dei quali soltanto dal primo ottobre scorso, e come in oltre il 60 per cento dei casi siano stati uccisi da ordigni esplosivi artigianali, i cosiddetti Ied.

Rispetto a questo tipo di minaccia, esistono pochissime difese: oltre alle protezioni dei mezzi - che tuttavia possono sempre essere superate da mine di superiore potenza - è di aiuto soltanto la pavimentazione delle strade. Dove esiste l’asfalto, infatti, gli Ied non possono essere facilmente nascosti, con l’effetto di costringere i guerriglieri che ne fanno uso a posizionarli al margine della sede stradale e magari a farli detonare a distanza, assumendo rischi maggiori.

In alternativa, come talvolta han fatto altri contingenti in occasione di trasferimenti di materiali di particolare importanza, ad esempio quando i britannici trasportarono una turbina destinata alla diga di Kajaki, si può anche ipotizzare di uscire dai sentieri battuti per inoltrarsi nello sterrato, una soluzione che però ha ovvie controindicazioni in termini di velocità di movimento ed usura dei mezzi.

Sembra pertanto mal calibrata la reazione del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che ha prospettato in alcune interviste a caldo la possibilità di armare con bombe i caccia leggeri Amx schierati in Afghanistan ed attualmente autorizzati soltanto all’impiego del cannoncino di bordo. Dell’argomento si potrebbe discutere per un’infinità di altri motivi – perché in Afghanistan gli elicotteri da combattimento sono molto più utili di qualsiasi aereo comunque armato – ma certamente non nel contesto di una strategia di contenimento della minaccia rappresentata dagli Ied.

Il significato della sortita deve essere quindi presumibilmente differente: forse il ministro ha cercato in questo modo un po’ goffo di dimostrare alle forze politico-militari della guerriglia che da parte italiana non c’è alcuna voglia di cedere di fronte all’intensificazione delle perdite. Ma tale messaggio pare in contraddizione con l’enfasi contemporaneamente assunta nella strategia comunicativa del governo dalla richiesta di un ritiro da Herat da perfezionarsi entro il dicembre del prossimo anno, chiaramente concepita in funzione interna. Peraltro, c’è qui un evidente parallelismo tra il comportamento del nostro esecutivo e quello dell’amministrazione Obama, che nel dicembre scorso ha accompagnato il surge con l’annuncio dell’inizio del rimpatrio delle truppe nel luglio 2011.

E’ invece più interessante, in una prospettiva di riduzione dei rischi a carico dei nostri militari, la proposta di armare i nostri Uav Predator di missili, dal momento che permetterebbe di evitare l’utilizzo delle nostre forze speciali al primo allarme. L’Italia acquisirebbe i suoi primi Ucav, o Uav da combattimento, con i quali si potrebbero colpire i talebani senza esporre i propri uomini alla prospettiva dello scontro. Non si eliminerebbe il pericolo che ha condotto alla morte i quattro alpini del 7mo reggimento “Feltre”, ma almeno quello che ha causato lo scorso 17 settembre l’uccisione del tenente Romani, e sarebbe già un passo in avanti. Tuttavia, il percorso per ottenere il risultato si presenta accidentato, contemplando anche dei passaggi parlamentari, giacché si tratterebbe di acquisire un lotto cospicuo di missili Hellfire o equivalenti ed ovviamente finanziare l’importazione dei relativi sistemi di guida.


Perplessità sulla reazione del governo italiano

Altre perplessità suscita l’intenzione, annunciata dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, di proporre al prossimo vertice atlantico di Lisbona un’accelerazione del processo di trasmissione agli afgani della responsabilità relativa al mantenimento della sicurezza sul proprio territorio. Perché Herat, dove è di stanza parte cospicua del nostro contingente, è proprio la prima città candidata all’effettuazione della delicata operazione, il prossimo anno.

Pare invece appropriato sollecitare un dibattito politico dentro l’Alleanza sul futuro della nostra presenza in Afghanistan, dopo che sarà terminata la nostra missione nella gran parte della regione occidentale. Perché il Segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, nel corso di una recente visita compiuta a Roma, ha reso noto l’interesse dell’Alleanza atlantica ad un trasferimento dei nostri militari in altre aree sotto pressione. Essenzialmente, in zone contigue ad alto rischio, come le province meridionali di Nimroz o dello Helmand, o quella settentrionale di Kunduz, dove si trovano i tedeschi. Sul punto si è espresso in senso nettamente contrario Ignazio La Russa, ma l’importanza della questione non sembra esser stata colta da nessun altro esponente politico di rilievo, almeno finora. E c’è sempre sul tappeto la permanente richiesta alleata ed americana di fornire un maggior numero d’istruttori da destinare all’addestramento delle forze di sicurezza afgane.

Su tutto, comunque, troneggia la questione principale che è stata finora elusa. La scorsa settimana, la stampa anglosassone ha rivelato la circostanza che Stati Uniti e governo di Kabul hanno intavolato colloqui separati sia con la Shura di Quetta, l’organismo guidato dal mullah Omar, che con la rete degli Haqqani, che agisce soltanto nell’Afghanistan orientale ma vanterebbe stretti rapporti con al Qaeda e con l’esercito di Islamabad. Le due maggiori articolazioni della guerriglia paiono in effetti essere entrate in una fase di serrata competizione e si starebbe tentando di allargare il cuneo tra loro. I talebani storici avrebbero accettato di discutere un piano di pace rinunciando alla loro pretesa pregiudiziale di un ritiro totale e preventivo delle truppe occidentali dall’Afghanistan, perché timorosi di assistere alla frammentazione del loro movimento, apparentemente promossa dai militari pachistani per disporre di una pedina afgana più malleabile e meno indipendente.

Si tratta di sviluppi importanti, molto diversi da quelli che gli alleati hanno finora concordato tra loro, dei quali è legittimo che non solo l’Italia, ma tutti i paesi europei dell’Alleanza atlantica chiedano conto. Perché le conseguenze in termini operativi sulla postura delle nostre truppe sarebbero rilevanti. In particolare, perderebbe gran parte del suo significato l’intento di privilegiare la protezione della popolazione locale anche a discapito della sicurezza delle truppe Nato, sulle quali si dice alcuni settori dell’apparato di sicurezza pachistano avrebbero chiesto di concentrare gli sforzi per far fallire le trattative.


I termini del dibattito che si prospetta

Insomma, la situazione si sta complicando, ma potrebbe anche preludere a sviluppi clamorosi in tempi relativamente brevi. E’ bene sottolineare come un ritiro graduale delle forze occidentali dall’Afghanistan, in seguito a un accordo raggiunto con i talebani “storici”, ponga il problema politico della gestione della transizione. Il ritorno del mullah Omar a Kabul, infatti, anche nel contesto di un governo di coalizione susciterebbe verosimilmente reazioni ostili in India, Iran e Russia, oltre all’aperta opposizione delle forze attualmente raccolte nella cosiddetta “Alleanza del nord”, fronte in cui militano i più potenti signori della guerra tagiki, hazara ed uzbeki. E non sarebbe da escludere una saldatura tra i nemici interni e quelli esterni dei talebani.

La conseguenza sarebbe una specie di rovesciamento dell’attuale situazione, che renderebbe particolarmente critica la posizione dei contingenti in questo momento schierati nelle province occidentali e settentrionali. Come il nostro e quello tedesco. (g.d.)