Mezzaluna
05.10.2010 - 18:21
ANALISI
 
Libano: l’ennesima crisi senza apparente via d’uscita
Roma, 5 ott 2010 18:21 - (Agenzia Nova) - Il Libano è attraversato da una grave crisi politica che si sviluppa quasi inosservata dalla comunità internazionale, presa dalle trattative dirette tra palestinesi e israeliani. Una crisi definita dagli stessi libanesi con la significativa espressione dantesca di “girone dei pazzi”. La maggioranza filo-occidentale e l’opposizione, fortemente legata all’Iran, sono ancora una volta ai ferri corti. La tensione è palpabile ed è al centro dell’attenzione dei media arabi che parlano apertamente del rischio di una guerra civile a sfondo confessionale.

Il pomo della discordia è rappresentato dal Tribunale speciale per il Libano (TsL) creato nel 2007 con una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per far luce sull’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq al Hariri, ucciso in un attentato nel centro di Beirut il 14 febbraio 2005. L'omicidio di Hariri, diventato un ricco uomo d’affari in Arabia saudita e sceso poi in politica in patria, provocò fortissima emozione nella comunità internazionale. Molti lanciarono pesanti invettive nei confronti della Siria, accusata di volere manovrare le vicende politiche libanesi. A Damasco s’imputava di voler favorire lo schieramento anti-occidentale rappresentato dalle milizie sciite di Hezbollah, il “Partito di Dio”. La tensione era sembrata esplodere quando nel maggio 2008 il settimanale tedesco “Der Spiegel”, citando fonti del TsL, affermò che esponenti di Hezbollah erano coinvolti nell’omicidio di Hariri. Il 7 maggio il Partito di Dio diede allora prova della sua potenza, occupando in poche ore le sedi dei partiti della maggioranza a Beirut.

In quei giorni il paese appariva sull'orlo del collasso e si paventava il ritorno alla guerra civile che dilaniò il Libano tra il 1975 e il 1990. La pericolosa spirale venne bloccata da un vertice straordinario tenuto a Doha, la capitale del Qatar, tra Siria e Arabia saudita, principali sponsor delle fazioni antagoniste che si fronteggiano in Libano. La conferenza riuscì ad evitare un probabile bagno di sangue.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le voci secondo cui Daniel Bellemare, procuratore titolare dell’inchiesta internazionale, potrebbe a breve pubblicare un atto d’accusa contro alcuni membri di Hezbollah. Per rasserenare il clima, lo scorso mese si è tenuto un nuovo vertice a Beirut, tra il sovrano saudita, Abdullah bin Abdul Aziz, il presidente siriano, Bashar al Assad, ed il presidente libanese, Michel Sulaiman. La situazione tra accusati e accusatori si è però capovolta a seguito di una recente intervista concessa dal primo ministro libanese al quotidiano panarabo “al Sharq al Awsat”, nella quale il figlio di Hariri, Saad, attuale premier libanese, affermava: “A un certo punto noi abbiamo commesso degli errori e accusato la Siria di aver assassinato il primo ministro (…). Si trattava di un’accusa di tipo politico ed è ora di finirla con questo tipo di accuse”. Hariri faceva riferimento ad alcuni “falsi testimoni” che, diceva, hanno “distrutto le relazioni tra la Siria e il Libano”.

Il premier libanese era convinto di aver compiuto, con le sue dichiarazioni, un gesto di buona volontà nei confronti della Siria, ma i suoi avversari politici – Hezbollah in testa – hanno sfruttato la dichiarazione per lanciare una campagna tesa a gettare discredito sul TsL e su alcuni collaboratori di Hariri, accusati di aver “montato ad arte” le false testimonianze. L’attacco più violento contro Hariri è stato sferrato da colui il quale era direttore della sicurezza libanese all’epoca dell’omicidio Hariri, il generale Jamil Sayyed, un uomo che i “falsi testimoni” avevano accusato di essere coinvolto nell’organizzazione dell’omicidio. Sayyed ha scontato quattro anni di prigione prima che Daniel Bellemare lo scagionasse per insufficienza di prove. Recentemente Sayyed ha minacciato di vendicarsi “personalmente” del premier, nel caso in cui non ottenga giustizia per via giudiziaria. Convocato dai magistrati, Sayyed, sciita del partito Amal, è stato tuttavia incondizionatamente appoggiato da Hezbollah, il partito concorrente, che ha preso d’assalto l’aeroporto di Beirut con i suoi miliziani, per accoglierlo all’uscita dall’aereo, di rientro da Parigi.

Il colpo di scena finale, che promette di rimescolare tutte le carte, è arrivato due giorni fa da Damasco: la magistratura siriana ha emesso infatti 33 mandati di cattura contro alti esponenti libanesi; magistrati, politici, responsabili della sicurezza e giornalisti, tutti vicini al premier Hariri, accusati di falsa testimonianza per l’omicidio di Hariri. La denuncia era stata presentata un anno fa proprio dal generale Sayyed, ma i mandati d’arresto sono scattati solo ora. “Lo schiaffo siriano in faccia a Hariri” – come il blitz viene descritto dal quotidiano libanese “Assafir” – pone un grosso interrogativo sulla tenuta della convivenza tra la maggioranza filo-occidentale (sunniti e cristiani) e la minoranza filo iraniana (sciiti e la maggior parte dei drusi).

Per molti, la rinnovata aggressività del regime di Damasco sarebbe da attribuire alla “sottaciuta” disponibilità dell’Arabia saudita ad annullare il processo che dovrà celebrare il TsL. Obiettivo perseguito anche da Hezbollah che, per raggiungerlo, ha chiesto ed ottenuto ad un importante alleato di Hariri, il leader druso Walid Jumblatt, una presa di posizione pubblica in tal senso. Jumblatt, che si dispone da tempo a cambiare bandiera, tornando sotto l’ombrello del potente vicino siriano, ha infatti chiesto senza tanti giri di parole la definitiva rinuncia al TsL e la sua sostituzione con un tribunale nazionale.

La partita che si gioca attorno a questo processo è di cruciale importanza per capire cosa accadrà in Libano. Hezbollah, che è parte integrante del governo, smentisce qualsiasi coinvolgimento nell’attentato ad Hariri. Il suo segretario generale, Hassan Nasrallah, ritiene che il tribunale Onu incaricato della questione non sia nient’altro che “un progetto israeliano”. Hariri figlio, da parte sua, afferma d’ignorare il contenuto dell’atto di accusa predisposto dal TsL: “Né io né nessun altro possiamo influenzare questo atto. Tutto quello che chiedo, è verità e giustizia”. Mentre l’amministrazione di Barack Obama appare distratta o impotente, questa contrapposizione tra le fazioni libanesi rischia di far affondare irrimediabilmente il paese dei Cedri nel “girone dei pazzi”. (a.f.a.)