Atlantide
04.10.2010 - 20:07
ANALISI
 
Terrorismo: preoccupazioni eccessive per l’allarme creato dagli Stati Uniti
Roma, 4 ott 2010 20:07 - (Agenzia Nova) - Dopo le indiscrezioni giornalistiche rimbalzate la scorsa settimana dalla stampa anglosassone su di noi, ha creato una certa sensazione l’invito rivolto dal dipartimento di Stato Usa ai propri cittadini diretti in Europa, che sono stati raccomandati di evitare durante il proprio viaggio i siti turistici di maggior richiamo, in quanto ritenuti maggiormente a rischio di attentato jihadista. In seguito alla cattura da parte statunitense di un elemento della rete transnazionale del terrore in possesso di passaporto tedesco, avvenuta al rientro da uno periodo di addestramento in Afghanistan, si sarebbe infatti avuta notizia di un progetto in fase esecutiva per colpire il nostro continente con un certo numero di attacchi simultanei a grandi alberghi, ad alcuni aeroporti ed ai principali monumenti, come accaduto due anni fa a Mumbai.

Pare che la maggior parte dei bersagli identificati dai qaedisti si trovasse in Francia e Germania, ma che nella lista dei luoghi da colpire vi fossero anche località britanniche, italiane e spagnole. Il ministro degli Esteri del nostro paese, Franco Frattini, ha commentato la novità ammettendo la serietà e la fondatezza dell’allarme, ma altresì ridimensionando la sua portata per l’Italia. In realtà, non siamo di fronte a circostanze inedite. Più volte, infatti, negli scorsi anni si sono riprodotte situazioni simili, senza che peraltro alle minacce seguissero fatti di grande rilievo. Si pone quindi il problema del significato da dare a questo nuovo allerta, che è sorprendente soprattutto per le dimensioni mediatiche che ha assunto. Naturalmente, si possono fare al riguardo solo alcune congetture, tenendo presenti gli interessi e le strategie della rete transazionale del terrore e quelli dei soggetti principali che vi si oppongono. Veniamo al primo lato della barricata.

La leadership storica di al Qaeda è ritenuta in grande difficoltà, subendo da tempo la pressione degli attacchi aerei Usa nelle zone tribali pachistane e quello dell’offensiva scatenata dagli alleati in tutto il confinante Afghanistan. La crisi dell’organizzazione sarebbe talmente profonda che, secondo alcune stime divulgate dalle autorità militari americane, i terroristi affiliati all’organizzazione diretta da Osama bin Laden attualmente combattenti sul suolo afgano non sarebbero più di 60-80: un numero davvero molto basso rispetto a quello degli insorti che la Nato fronteggia, ormai prossimo ai novantamila. I vertici di al Qaeda avrebbero quindi tutto l’interesse a dimostrare di possedere ancora vitalità e letalità: di qui, probabilmente, gli inviti a colpire rivolti ai propri adepti e simpatizzanti sparsi per il mondo e forse anche gli accenni ai piani operativi ambiziosi fatti dal presunto terrorista catturato ed interrogato negli Stati Uniti, che potrebbero essere stati veicolati al solo scopo di rinfrancare i jihadisti e magari sollecitarne l’iniziativa individuale dovunque possibile.

Se le cose stessero così, potremmo escludere tanto l’ipotesi di un nuovo 11 settembre, quanto quella di attentati simultanei in grande stile, come quelli condotti in India, ma non l’eventualità che qualche terrorista o cellula locale esegua attacchi di proporzioni più limitate, come quelli portati ad effetto contro la metropolitana londinese nel 2005. Una possibilità più inquietante è quella invece che la rete stia saggiando le capacità di reazione dei sistemi di sicurezza di cui sono dotati i nostri paesi: si tratta del resto di una tecnica già testata prima dell’11 settembre, quando i jihadisti generavano ad arte degli allarmi solo per controllare entro quali margini di tempo le autorità preposte alla difesa civile degli stati bersaglio reagissero, adottando le indispensabili contromisure.

Dall’altro lato della collina, quello nostro cioè, è invece possibile che l’allerta dichiarato dagli alleati Usa serva soprattutto a rilegittimare lo sforzo in atto sul teatro afgano, che è sempre più difficile da giustificare presso il corpo elettorale statunitense. Induce a questo sospetto, tra l’altro, anche l’accento posto sulla circostanza che la fonte dell’informativa specifica sia un militante jihadista catturato dopo un periodo di permanenza su quel fronte. Saremmo quindi forse in presenza di una manovra propagandistica, non troppo diversa da quella realizzata alcune settimane fa, quando venne divulgato un roseo, ma non del tutto convincente, rapporto sulle allettanti ricchezze minerarie afgane che attenderebbero di essere sfruttate. Va in ogni caso sottolineato come la genericità dell’avviso del dipartimento di Stato Usa non dischiuda la porta ad alcuna particolare iniziativa di prevenzione addizionale rispetto a quelle già adottate.

Un fatto interessante è il deficit di credibilità dimostrato nella vicenda dalle autorità Usa. Molti turisti statunitensi intervistati in queste ore, infatti, hanno ammesso candidamente di non dare eccessivo peso all’invito della loro amministrazione ad intensificare la vigilanza ed evitare i luoghi maggiormente a rischio. Tutto sommato è una reazione naturale: chi potrebbe mai immaginare di sconsigliare con successo la visita della Tour Eiffel o della cattedrale di Notre Dame al cittadino Usa che è appena atterrato all’aeroporto di Parigi dopo un volo intercontinentale? (g.d.)
 
Afghanistan: nuovo peggioramento della situazione
Roma, 4 ott 2010 20:07 - (Agenzia Nova) - Dopo tre settimane di relativa diminuzione della violenza, in Afghanistan scontri e perdite sono tornati a salire. Ciò permette di attribuire definitivamente il temporaneo miglioramento della prima metà di settembre agli effetti delle alluvioni verificatesi in Pakistan. Risulta peraltro confermato anche il distacco del generale David H. Petraeus dalle proprie teorie in materia di contro-insurrezione. In particolare, è ormai certa l’avvenuta intensificazione del ricorso al potere aereo da parte delle forze alleate, che è funzionale all’eliminazione sistematica dei quadri della guerriglia ma che ha anche dato luogo a tutta una serie di gravi incidenti in cui è stata lamentata la perdita di vite civili, inclusa una serie d’incursioni che ha avuto per teatro la zona tribale pachistana.

Quest’ultima ha avuto importanti ripercussioni. In primo luogo, perché ha convinto Islamabad a negare per qualche giorno alla Nato l’utilizzo delle proprie infrastrutture, bloccando una delle linee logistiche principali che alimentano il contingente multinazionale. Secondariamente, perché ha incentivato anche i raggruppamenti dell’insurrezione armata a fare altrettanto su entrambi i lati della Linea Durand, dove più volte i camion diretti all’Isaf sono stati assaltati ed incendiati.

Parte della nuova impennata dei caduti tra le fila dei contingenti occidentali, una dozzina gli uccisi nei primi quattro giorni di ottobre, si deve inoltre all’offensiva Dragon Strike, avviata da una decina di giorni nella provincia di Kandahar allo scopo di recuperare il controllo sui critici distretti dell’Arghandab e del Paniwaji, dai quali i talebani tengono sotto scacco il capoluogo provinciale ed assicurano le proprie linee di comunicazione interna esistenti tra l’Uruzgan e lo Helmand settentrionale. Sono chiaramente all’offensiva anche i militari italiani, come provano gli scontri in cui sono maturati la perdita del capitano Alessandro Romani, lo scorso 17 settembre, ed il ferimento di altri due militari della Task Force 45 durante l’ultimo fine settimana, avvenuti nel contesto d’interventi tesi alla neutralizzazione di guerriglieri individuati dai nostri droni.

E’ quindi ormai fuor di dubbio che Petraeus stia cercando di fare la differenza, impiegando uno spregiudicato mix di misure distensive ed offensive, per migliorare la posizione di chi, da un lato e dall’altro della collina, intende avviare dei negoziati di pace. Non è un caso che alla campagna di eliminazioni mirate sia stato abbinato il sostegno pubblico al Consiglio per la pace, istituito dal presidente Hamid Karzai, che è passato anche per la divulgazione ad arte d’indiscrezioni circa i contatti che gli interlocutori talebani avrebbero già tentato di stabilire nei mesi scorsi. Gli interessati hanno smentito e non è ben chiaro chi tra le parti stia mentendo di più. Ma una cosa pare nitida: Petraeus sta impiegando ogni stratagemma possibile per generare spaccature nel fronte avversario ed incrementare l’ampiezza della finestra da sfruttare per comporre il conflitto su basi accettabili per gli Stati Uniti ed i loro alleati. (g.d.)