Mezzaluna
29.09.2010 - 21:11
Analisi
 
Sudan: l'indipendenza del sud e i rischi di una guerra regionale
Roma, 29 set 2010 21:11 - (Agenzia Nova) - “Il giorno dell’indipendenza sta arrivando e la nostra bandiera finalmente sventolerà sopra una nazione libera. Questo non è un sogno, è una realtà”: così, all’indomani delle elezioni sudanesi dello scorso aprile, un veterano del Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm), For Guatbel Tut, esprimeva le attese degli ex guerriglieri del Sudan meridionale per il referendum fissato per il 9 gennaio 2011. In quella data i cittadini del sud dovrebbero decidere se fondare un proprio stato indipendente, o restare parte del Sudan. La consultazione, secondo molti osservatori, porrà la premesse per la creazione di un “nuovo stato africano”. Per una serie d’implicazione interne e regionali, tuttavia, questa eventualità potrebbe essere la causa scatenante di un conflitto armato in cui gli stati dell’Africa orientale potrebbero essere spalleggiati da grandi potenze mondiali, come gli Stati Uniti da una parte e la Cina dall’altra.

Il sud del Sudan è insorto contro il governo centrale fin dall’inizio dell’indipendenza del paese dalla Gran Bretagna, nel 1956. La ribellione ha trasformato l’intera regione meridionale del paese in un teatro di guerra civile fino al 2005. Scontri causati da differenze etniche e religiose, anche se sullo sfondo si è sempre avvertita la lotta per il controllo delle risorse naturali, prime fra tutte il petrolio.

La guerra civile nel sud è sempre stata vista come un inevitabile conflitto tra le popolazioni cristiane e animiste di colore nero del sud, contro gli arabi musulmani del nord. La responsabilità del sottosviluppo del sud è imputabile ai britannici che trascurarono la regione a causa delle difficoltà dell’epoca coloniale di penetrare un territorio prevalentemente coperto da grandi foreste. Questo dato storico ha accentuato i sentimenti razzistici del nord nei confronti del sud, così come la diffidenza e l’ostilità del sud verso il nord.

Nel conflitto, durato 22 anni, due milioni di persone sono state uccise e quattro milioni sono state costrette a fuggire dalle loro case, prima che nel gennaio 2005 fosse raggiunto un accordo di pace tra i due belligeranti: l’Splm ed il National Congress Party, il partito al potere in Sudan. L’Accordo generale di pace, fortemente sostenuto dalle Nazioni Unite e dalle principali potenze occidentali, prevedeva una larga autonomia amministrativa del sud Sudan all’interno di una federazione in cui il governo e l’Splm s’impegnavano a formare un esecutivo di transizione, divedersi in modo equo le risorse naturali ed il petrolio, individuare le frontiere tra il nord e il sud del paese.

I cinque anni trascorsi dall’accordo sono stati caratterizzati da complicati compromessi per l’applicazione del trattato. Nonostante i progressi ottenuti durante questo periodo di pace, il governo di Khartoum e l’Splm non sono mai riusciti a definire i confini tra nord e sud e la frontiera rimane tuttora incerta. Mentre l’Splm ha insistito sull’identificazione dei confini, il governo ha sempre boicottato questo punto del trattato, per la semplice ragione che definire la linea di confine significherebbe per Khartoum riconoscere indirettamente la probabile secessione del sud, prima ancora del referendum.

I confini teorici individuati dalla comunità internazionale comprendono aree ricche di giacimenti petroliferi, come la regione di Abyei, quella del Sud Kordofan, Nuba e quella del Nilo Blu. Khartoum non vuole che queste aree siano soggette a chiare delimitazioni geografiche che potrebbero andare ad esclusivo vantaggio del sud. Il contenzioso sui confini ha dunque rischiato più volte di compromettere la tenuta del trattato di pace.

Il presidente sudanese, Omar Bashir, e la sua controparte del sud, Salva Kiir, si sono accusati reciprocamente di boicottare l’applicazione del processo di pace. Bashir imputa al leader dell’Splm di programmare la secessione del sud dal resto del paese, senza prendere in considerazione altre ipotesi. Kiir accusa Khartoum di voler marginalizzare economicamente il sud e di continuare a fomentare le divisioni etniche tra le varie tribù sudiste.

L’insicurezza nella regione rimane ancora alta. Con la fine delle ostilità il governo provvisorio dell’Splm, pur godendo di un forte sostegno popolare, ha dimostrato in questi cinque anni di semi-autonomia la sua incapacità a gestire l’amministrazione pubblica. Molti dei suoi leader sono diventati improvvisamente ricchi, sembra a causa della corruzione. Dopo la scomparsa del leader storico del movimento, John Garang, morto nel 2005 in Uganda in un misterioso aereo, l’Splm è stato vittima di numerose tensioni etniche. L’attuale presidente Kiir è accusato di voler imporre il dominio della sua tribù, i Dinka.

Le promesse di aiuti internazionali per la ricostruzione del sud del Sudan non sono state mantenute. Sui 2,6 miliardi di dollari promessi, meno di 500 milioni sono stati realmente messi a disposizione dalla comunità Internazionale.

La stampa araba vicina a Khartoum, accusa: “Lungi dal garantire il diritto dell’autodeterminazione dei popoli, il referendum del 9 gennaio è un evidente attentato all’integrità nazionale del Sudan ed alla stabilità della regione”. In teoria, secondo il testo dell’accordo di pace, la secessione non sarebbe un traguardo obbligatorio, ma una delle ipotesi sul futuro assetto politico del sud del paese. La seconda ipotesi prevede un’ampia autonomia in un Sudan federale. Nella realtà l’Splm, fin dai primi mesi dopo la firma dell’accordo, si è comportato come se il sud fosse già uno stato indipendente. Il governo della regione semi-autonoma, ad esempio, rilascia visti d’ingresso per i cittadini stranieri e non riconosce i visti rilasciati dalle autorità di Khartoum.

L’obiettivo della secessione, tra l’altro, è stato evidenziato durante le recenti elezioni nazionali che si sono svolte tra l’11 e il 15 aprile di quest’anno. L’Splm si è concentrato esclusivamente sull’elezione del presidente del Sudan meridionale, boicottando apertamente l’elezione del presidente nazionale.

Invece di approfittare dei cinque anni di pace per eliminare le divergenze e rafforzare l’unità del paese attraverso la costruzione di un equo federalismo, i due ex belligeranti si sono rafforzati militarmente, preparandosi per la ripresa del conflitto, incoraggiati dalle potenze straniere. Gli accordi del 2005, così, sembrano ormai più una tregua che un vero trattato di pace.

Oggi Khartoum può contare su un potente alleato internazionale, la Cina che controlla la maggioranza della produzione di greggio proprio nelle zone frontaliere contestate. Negli ultimi due anni Pechino ha triplicato la vendita di armi al paese africano. Per il governo di Khartoum l’acquisto di armi è stato in parte necessario per far fronte alle ribellioni nella provincia occidentale del Darfur, ma resta il fatto che il riarmo ha accresciuto significativamente l’arsenale che l’esercito governativo avrebbe a disposizione in un’eventuale nuova guerra contro l’Splm.

Nel biennio 2008-2010 centinaia di migliaia di militari governativi sono stati inseriti in un programma di addestramento speciale condotto da consiglieri militari cinesi. L’addestramento prevede il rafforzamento delle capacità dell’esercito governativo in un teatro di guerra complesso, con repentini passaggi dalla guerra convenzionale alla guerriglia e viceversa.

Per aumentare la capacità logistica necessaria a sostenere l’eventuale conflitto, la Cina ha finanziato la costruzione di una fabbrica di armi leggere e munizioni nel nord del paese. Agli inizi del 2010 il presidente Bashir ha accelerato i colloqui di pace sia nel Darfur sia con il vicino Ciad. Importanti progressi sono stati ottenuti grazie ai recenti accordi sottoscritti da Khartoum e N’Djamena, ponendo serie basi per la fine delle ostilità tra i due paesi. I progressi verso la pace e la stabilità nel Darfur ed con il Ciad erano impensabili fino a un anno fa e sono stati resi possibili grazie ad una convergenza d’interessi strategici tra il Ciad e il Sudan.

Per Khartoum gli accordi con il Ciad e le trattative per il Darfur sono prioritari, per non doversi trovare a fronteggiare contemporaneamente due conflitti: quello del Darfur e quello “prossimo” nel sud del Sudan. Da parte sua l’Splm, grazie alla storica alleanza con l’Uganda ed il Kenya e al sostegno degli Stati Uniti, ha utilizzato una considerevole parte dei proventi del petrolio per comprare un arsenale militare capace di trasformare il movimento guerrigliero in un vero e proprio esercito moderno. L’acquisto di armi, vietato dal trattato firmato con Khartoum, è sempre stata negato dal governo provvisorio di Juba, fino al 2009. Il 22 settembre dello scorso anno, tuttavia, un gruppo di pirati somali catturò un cargo battente bandiera Ucraina. La nave era diretta al porto di Mombasa, in Kenya, con un carico di 33 carri armati russi T-72, oltre a missili, armi pesanti a guida laser e munizioni.

Mentre l’Ucraina si chiudeva nel silenzio sulla sorte della sua nave e del suo equipaggio, il Pentagono entrò in fibrillazione, scatenando le migliori unità della flotta militare stanziata nel Golfo di Aden per riprendere la nave che, finalmente, venne liberata dai pirati in cambio di 3,5 milioni di dollari. Il carico, ufficialmente, era destinato al ministero della Difesa del Kenya. Contrariati dell’esiguità del riscatto, comunque, i pirati somali decisero di rendere pubblici i documenti trovati a bordo, che contenevano prove inconfutabili secondo le quali il carico era destinato al Sudan meridionale. L’acquirente era l’Splm. Si pensa che il caso della nave ucraina sia solo la spia di un ingente flusso di armi pesanti che arriva nel sud del Sudan attraverso la mediazione del Kenya e dell’Uganda.

“Il referendum del 9 gennaio 2011 è una pietra miliare nella costruzione di un forte, democratico, unito, prosperoso ed indipendente nuovo stato del sud Sudan”, ha affermato trionfalmente il leader dell’Splm, Salva Kiir, vincitore delle recenti elezioni presidenziali. Il presidente sudanese, Omar Bashir, ha dichiarato da parte sua che rispetterà un eventuale risultato favorevole all’indipendenza del sud. Ma la sua affermazione è poco credibile poiché le riserve petrolifere scoperte e sfruttate nel sud equivalgono a 6,3 miliardi di barili e rappresentano quindi la quinta area petrolifera del Continente nero. I proventi del petrolio rappresentano il 60 per cento delle entrate di valuta pregiata del Sudan settentrionale. La creazione di un nuovo stato al sud priverebbe dunque Khartoum di una risorsa vitale allo sviluppo del Sudan. L’indipendenza del Sudan meridionale, del resto, non potrebbe non avere conseguenze anche in altre aree attraversate da sentimenti separatisti, come il Darfur.

Appare dunque assai probabile che il conflitto sudanese possa riesplodere, diventando il detonatore di una guerra regionale. Un Sud Sudan indipendente, infatti, non si troverebbe contro solo Khartoum. L’Egitto è ostile alla creazione di una nuova nazione nella regione poiché accrescerebbe il numero degli stati sovrani che rivendicano lo sfruttamento delle acque del Nilo, aggravando la già pericolosa contesa per il fiume tra Egitto-Sudan e i paesi dell’Africa orientale. L’Egitto considera inoltre il Sudan come una propria zona d’influenza e la sua separazione in due stati indipendenti ridurrebbe la forza del Cairo nella regione. L’Egitto potrebbe dunque appoggiare direttamente o indirettamente Khartoum, per impedire la secessione del sud.

Anche l’Uganda potrebbe essere impegnata in un eventuale conflitto, a causa del suo storico appoggio all’Splm, ed una guerra regionale potrebbe coinvolgere in un modo o nell’altro la Repubblica democratica del Congo, il Ruanda, il Kenya, la Tanzania, l’Etiopia, l’Eritrea e quel che resta della Somalia. Data per certa la secessione del sud del Sudan, tre sono gli scenari possibili.

1) Khartoum non riconosce il risultato del referendum e si oppone alla secessione di più di un terzo del suo territorio nazionale, scatenando un’offensiva militare con il sostegno della Cina e dell’Egitto. Il conflitto avrebbe caratteristiche non di guerra civile ma di guerra convenzionale tra due stati, vista la trasformazione dell’Splm in un moderno esercito nazionale, e potrebbe coinvolgere direttamente l’Uganda, e indirettamente Kenya, Congo, Etiopia e Ruanda.

2) Khartoum accetta il risultato del referendum secessionista ma rivendica la sovranità delle zone frontaliere contestate: Abyei, Sud Kordofan, Nuba e Nilo Blu, dove si concentra la maggioranza delle riserve petrolifere del sud. Entro breve la disputa territoriale si trasformerebbe in un conflitto aperto tra Khartoum e il neonato stato del sud, creando le stesse dinamiche previste nel primo scenario. In entrambi gli scenari il conflitto potrebbe facilmente accompagnarsi ad una guerra regionale per le risorse idriche del Nilo.

3) Khartoum non solo accetta il risultato del referendum, ma anche la perdita delle zone frontaliere contestate, concentrandosi piuttosto sulla negoziazione di accordi di cooperazione economica e politica tra i due stati. Questo scenario, anche se apparentemente poco probabile, non può tuttavia essere escluso. La possibilità di un nuovo conflitto è presa infatti in seria considerazione a livello regionale e internazionale.

Questa eventualità sembra trovare conferme indirette in una serie di sviluppi nel Sudan: il quotidiano sudanese “Al Intibaha”,ad esempio, ha recentemente pubblicato un editoriale dal titolo “Un appello alla vigilanza”, nel quale si afferma: “Non siamo interessati all’unità tra il nord e il sud del Sudan. Noi vogliamo solo l’unità con il petrolio del sud. Se questa necessità economica ci sarà negata, sarà nostro dovere indire una Jihad, la guerra santa contro il sud per difendere l’onore dell’Islam”.

Negli ultimi mesi nel sud si moltiplicano i conflitti tribali che hanno già causato 2.500 morti e la fuga dalle proprie casi di 350 mila persone. L’esercito sud-sudanese sostiene che questi conflitti tribali non sono legati alle razzie di bestiame ma fanno parte di una precisa strategia di Khartoum che finanzierebbe i gruppi armati responsabili delle violenze allo scopo di minare l’unità del sud del paese.

L’Uganda ha concordato recentemente con la Russia l’acquisto di modernissimi caccia supersonici e missili terra-aria e aria-aria. Nel maggio scorso il presidente Usa, Barack Obama, ha firmato una legge sul disarmo dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra), un gruppo guerrigliero armato che opera nel nord dell’Uganda. La legge, The Lord’s Resistance Army Disarmament and Northern Uganda Recovery Act, istituzionalizza il coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti per l’eliminazione del Lra.

Per quale motivo il presidente ugandese Yoweri Museveni s’impegna ad un acquisto di armamenti sofisticati per un costo astronomico e gli Stati Uniti improvvisamente cambiano la loro strategia sull’Lra, arrivando a firmare una legge che autorizza un intervento militare diretto del Pentagono contro il gruppo ribelle ugandese? (a.f.a.)