Mezzaluna
22.09.2010 - 20:46
ANALISI
 
Golfo: timori crescenti per la tensione tra sciiti e sunniti
Roma, 22 set 2010 20:46 - (Agenzia Nova) - Nei paesi del Golfo Persico, da sempre attraversati da una latente rivalità inter-confessionale tutta interna all’Islam, sta emergendo negli ultimi tempi una forte tensione tra sunniti e sciiti; una tensione particolarmente pronunciata, in questi giorni, nel Bahrein e nel Kuwait, paesi in cui la comunità sciita, legata agli ayatollah iraniani, è particolarmente numerosa, politicizzata e ben organizzata. E’ difficile pensare che il recente riacutizzarsi della secolare rivalità tra le due anime dell’islam sia del tutto estranea allo sviluppo del programma nucleare iraniano. Un programma rispetto al quale i paesi arabi del Golfo, ricchi ma deboli militarmente, si sono schierati apertamente con l’Occidente, nel tentativo d’impedire alla Repubblica islamica di sviluppare l’arma atomica.

La linea dura adottata dal Bahrein contro i critici della monarchia, a poche settimane dalle elezioni del nuovo parlamento, fissate per il 23 ottobre prossimo, ha infiammato il piccolo emirato. Il re è intervenuto personalmente per giustificare le rigide misure repressive che hanno comportato l’arresto di decine di personalità eccellenti, denunciando un complotto terroristico per rovesciare il governo. Il Bahrein è retto da una famiglia reale sunnita che governa su una popolazione a netta maggioranza sciita, un'equazione politica che non ha mai mancato di provocare fortissime tensioni, occasionalmente sfociate in violente proteste di strada.

Gli sciiti, che attualmente occupano in parlamento 17 dei 40 seggi, denunciano politiche discriminatorie nei loro confronti - accesso limitato ad opportunità professionali e sussidi immobiliari - ed il riconoscimento della cittadinanza a musulmani sunniti non bahreniti, allo scopo di riequilibrare il peso demografico in favore dei sunniti. Un'accusa sempre negata da Manama. La nuova ondata di disordini, finita con l'arresto di 23 tra esponenti politici ed attivisti per i diritti umani e con 20 accuse di concorso alla formazione di una rete terroristica per rovesciare la monarchia, è iniziata il 13 agosto con il fermo di Abduljalil Al Singace, esponente del gruppo di opposizione sciita Haq (Giustizia), di ritorno da una conferenza alla Camera dei Lord di Londra, durante la quale aveva criticato la situazione dei diritti umani nell'isola petrolifera.

La repressione delle voci critiche ha sollevato violente proteste da parte sciita. Senza escludere la possibilità che le tensioni siano state create ad arte, diversi analisti politici prospettano uno scenario in cui disordini sempre più violenti da parte della maggioranza sciita potrebbero giocare a favore dei candidati sunniti, rendendo più improbabile una vittoria elettorale degli sciiti e la conquista, da parte loro, di una maggioranza assoluta in parlamento. Ad acuire le tensioni nel piccolo stato, abitato da 600 mila anime, è stata la revoca della cittadinanza al rappresentante del grande ayatollah Ali al-Sistani, la massima autorità religiosa degli sciiti nel mondo.

Anche in Kuwait, dove non mancano i fermenti di una sedizione confessionale, si è fatto ricorso allo stesso espediente: le dichiarazioni avventate di Yasser Habib, noto predicatore sciita che aveva “denigrato” Aiysha, una delle mogli del profeta Maometto 13 secoli orsono, ha provocato la dura decisione del governo kuwaitiano di revocargli la cittadinanza. Il provvedimento del governo è servito per placare la rabbia della maggioranza sunnita che aveva minacciato cortei e comizi di protesta in tutto il paese che conta una popolazione di 2,5 milioni di persone.

Ad accrescere i timori degli osservatori ci sono le spinte separatiste della comunità sciita in Arabia Saudita. Una minoranza esigua della popolazione del regno wahabita, che conta 24 milioni di persone, ma che tuttavia è maggioritaria nella provincia orientale della penisola araba, dove si trovano colossali giacimenti petroliferi. Non sorprende, dunque, che i timori abbiano varcato i confini dei tre paesi, spingendo gli stati petroliferi del Golfo, tutti governati da monarchie sunnite, a serrare le fila in fronte comune, teso a contenere le più o meno estese minoranze sciite. Il Consiglio di cooperazione del Golfo – che oltre a Bahrein e Kuwait comprende Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar - ha pubblicamente appoggiato le misure intraprese dai due governi “fratelli”.

Per la stampa araba che segue con attenzione l’evolversi della situazione, non sarebbe del tutto infondata l’accusa mossa agli sciiti di essere pronti a diventare “una quinta colonna” di Teheran nel caso di un conflitto con l'Iran nella regione. Ad esprimere “grande preoccupazione per la lacerazione in atto in seno alle società” dei paesi del Golfo è il quotidiano panarabo “al Quds al Arabi”, testata palestinese attestata su posizioni anti-occidentali. Secondo il quotidiano, “ci sono due preoccupanti coincidenze (…), il risveglio delle scaramucce tra sciiti e sunniti sia in Iraq che in Libano”, oltre che nello Yemen, ed “il sempre crescente rischio di un colpo militare israelo-americano” contro l’Iran, magari “utilizzando il corridoio aereo dell’Arabia Saudita”, unica via sicura che i cacciabombardieri con la Stella di David potrebbero percorrere per colpire le centrali nucleari iraniane. Gli ayatollah di Tehran, da parte loro, agitando dunque lo “spauracchio sciita” come “prove tecniche per il futuro conflitto”. (a.f.a.)