Atlantide
20.09.2010 - 20:21
ANALISI
 
Prime valutazioni sull’esito del voto afghano
Roma, 20 set 2010 20:21 - (Agenzia Nova) - La vigilia ed il giorno delle elezioni legislative afgane non sono stati facili. Dopo due settimane di relativa inattività, infatti, i movimenti ostili all’attuale quadro politico-militare sono entrati massicciamente in azione, nel tentativo di ridurre la partecipazione popolare al voto e così mirare la legittimità democratica dei futuri eletti. L’impressione è che i talebani ed i loro fiancheggiatori abbiano fallito. A quanto è dato di sapere, infatti, la percentuale di coloro che si sono recati a votare il 18 settembre scorso è più elevata di quella degli elettori presentatisi alle urne il 20 agosto 2009 per rieleggere il presidente Hamid Karzai. Si parla di un 40 per cento, dato di sicuro molto lontano da quello delle presidenziali del 2004, che videro oltre il 76 per cento degli aventi diritto alle urne, ma che sarebbe pur sempre di circa il 5-10 per cento superiore a quello fatto registrare l’anno scorso, quando a recarsi alle stazioni elettorali fu non più del 30-35 per cento.

Occorrerà naturalmente aspettare per conoscere le cifre definitive e soprattutto la loro distribuzione. Soltanto allora sarà possibile constatare se l’Isaf e gli americani sono riusciti a migliorare veramente o no le condizioni di sicurezza nelle zone dove si è maggiormente concentrata la loro azione: cioè nello Helmand e a Kandahar, che disertarono le urne un anno fa. Si parla già di possibili brogli. Ma non è così importante. Anche se venissero confermati, infatti, è certo che non potranno avere lo stesso dirompente effetto politico di quelli lamentati nel 2009, giacché i candidati alla Camera bassa afgana competono al di fuori di cornici partitiche e comunque non esercitano funzioni esecutive.

In Afghanistan, in effetti, la costituzione di partiti nel senso moderno del termine è stata vietata dal presidente, nell’intento di rendere più difficile la formazione di movimenti aventi forte connotazione etnica e suscettibili di evolvere in una minaccia militare alla sicurezza nazionale. Orientamenti più definiti emergeranno successivamente, sugli stessi scranni parlamentari, quando verrà il momento di scegliere il presidente della nuova Wolesi Jirga. E’ quasi certo che in parlamento finiranno questa volta per trovare posto anche uomini ideologicamente affini ai talebani, oltre alle emanazioni dei più forti poteri locali.

Gli attacchi orditi per boicottare il voto sono stati, secondo le prime valutazioni, circa 500, un quarto in più di quelli avutisi il 20 agosto 2009, ma con un minor numero di morti e feriti. In Italia, naturalmente, ha destato impressione la circostanza che questa volta, proprio alla vigilia del voto, un nostro militare abbia perso la vita, un secondo sia stato gravemente ferito ed alcune nostre basi fatte segno di fuoco nemico. In realtà, questa deplorevole circostanza va ascritta in larga misura al più oneroso impegno di cui l’Italia si è fatta carico: nell’agosto scorso, infatti, nella zona dove è stato ucciso il tenente Romani, non operava alcun elemento delle Forze armate del nostro paese.

La brusca ed improvvisa impennata delle violenze di questi giorni si ripercuoterà certamente sul bilancio finale delle perdite di questo mese, finora in verità abbastanza lusinghiero sotto questo profilo, ma non al punto di far perdere di vista la notevole riduzione dei caduti verificatasi rispetto ai tre mesi precedenti ed allo stesso settembre 2009. Rimane peraltro tutta da determinare la vera causa di questo decremento. Vi hanno certamente contribuito le recenti alluvioni in Pakistan. Ma forse anche un atteggiamento più prudente da parte delle truppe della coalizione, che si muovono blindate e sotto copertura aerea, al contrario di quanto raccomandava sino a poco fa il generale Stanley McChrystal. (g.d.)
 
Ue: le nomine per la diplomazia comunitaria e il realismo di Lady Ashton
Roma, 20 set 2010 20:21 - (Agenzia Nova) - La scorsa settimana sono state rese note le nomine relative ai capi-missione delle prime 29 sedi diplomatiche dell’Unione europea all’estero. All’Italia sono andate due ambasciate: quella a Tirana, finita nelle mani del capace Ettore Sequi, e quella a Kampala, assegnata invece a Roberto Ridolfi. Naturalmente, nei giudizi espressi a caldo hanno prevalso, come accade di frequente in questi casi, le polemiche ad uso interno. C’è chi si è proclamato soddisfatto, come il segretario generale della Farnesina, ambasciatore Giampiero Massolo; chi ha invece accusato il governo di non aver saputo difendere gli interessi nazionali e persino qualche esponente della maggioranza, che ha creduto di vedere nell’esito del processo un mezzo fallimento provocato da una distrazione del nostro esecutivo.

In realtà, nessuno pare aver posto l’accento sul fatto che, forse, proprio attraverso queste prime designazioni, la baronessa Catherine Ashton potrebbe aver cercato di proporre un modello d’integrazione europea diverso ed assai interessante, fondato sulla valorizzazione del patrimonio di relazioni bilaterali degli stati membri dell’Ue, piuttosto che sulla loro sistematica sublimazione in qualcosa di nuovo. Ovviamente, questo approccio deluderà gli euro-federalisti più convinti, ma forse modificherà l’atteggiamento dei realisti che ritengono insopprimibili gli interessi degli stati nazione. Proprio per questo, le scelte appena fatte meritano di essere attentamente considerate.

La Ashton non ha favorito il proprio paese d’origine, giacché per adesso nessun diplomatico britannico ha ottenuto incarichi, mentre ben cinque sono andati agli spagnoli, fra i quali l’ambita sede di Buenos Aires, oltre all’Angola, alla Namibia, alla Guinea Bissau. Francia ed Irlanda hanno avuto tre delegazioni ciascuna: Parigi, ottenendo Filippine, Ciad e Zambia; Dublino, vedendosi affidare Bangladesh, Botswana e Mozambico. Alla Germania, oltre alla poco rilevante Papuasia, è andata l’ambasciata Ue di Pechino, probabilmente anche in ragione del fatto che la Repubblica federale tedesca è il più grosso esportatore europeo presente nei mercati della Repubblica popolare, mentre agli olandesi è stata conferita la rappresentanza europea in Sud Africa, dove è presente una minoranza bianca di Afrikaneer che si esprime in un dialetto neerlandese, oltre a quella in Libano. Il Belgio ha avuto Burundi e Senegal, paesi dell’Africa francofona non lontani dal Congo. A diplomatici polacchi sono state affidate le sedi di Corea del Sud e Giordania. I lussemburghesi guideranno le ambasciate a Singapore, piazza finanziaria di un certo rilievo, ed Haiti.

Un austriaco è stato nominato a Tokyo. A Kabul, del nuovo status è stato investito l’attuale rappresentante speciale dell’Ue, il lituano Vygaudas Usackas. Una delegazione è altresì andata a Danimarca (Macedonia), Svezia (Pakistan), Bulgaria (Georgia) e Portogallo (Gabon). Quest’ultimo, ovviamente, ambiva ad aggiudicarsi Brasilia, ma la Ashton a rinviato la scelta della persona che curerà le relazioni strategiche con l’emergente gigante sudamericano, così come le designazioni per le importanti sedi di Washington e Baghdad, che verranno in un successivo momento, forse insieme alle nomine per i vertici del Servizio diplomatico comunitario.

E’ chiaro che la distribuzione degli incarichi è stata fatta tenendo conto delle pressioni delle singole diplomazie nazionali, ma anche della credibilità delle persone designate e degli stati alle loro spalle. In qualche caso, è stato certamente necessario operare dei compromessi, perché altrimenti il neonato Servizio diplomatico europeo sarebbe stato esclusivo appannaggio degli stati dotati di un passato coloniale più o meno brillante e comunque di uno status geopolitico superiore. Ma nel complesso, il disegno che si sta delineando è accattivante, euro-realista se vogliamo.

Al limite, se un vizio serio si può individuare nell’assegnazione degli incarichi è una certa tendenza ad assecondare lo sviluppo di una politica complessivamente filo-atlantica. La conferma di Usackas in Afghanistan va certamente in quella direzione, ad esempio, così come quella del diplomatico bulgaro Philip Dimotrov a Tbilisi. Vedremo cosa accadrà quando la Ashton provvederà alla sede di Mosca. Sedici nominati su 29, infine, risultano in forza alla Commissione come funzionari, a riprova della caratura europea delle investiture. (g.d.)