Atlantide
13.09.2010 - 18:00
Analisi
 
Turchia: il voto conferma i mutamenti in corso ad Ankara
Roma, 13 set 2010 18:00 - (Agenzia Nova) - I turchi si sono espressi in massa a favore delle riforme costituzionali promosse dal loro premier, Recep Tayyip Erdogan, riducendo il potere riconosciuto dalla Costituzione ai militari. In base all’esito della consultazione, le forze armate non potranno più contare su alcun occhio di favore neanche da parte della magistratura. Nessuna loro interferenza nella vita politica nazionale sarà più tollerata, neanche se motivata dall’obiettivo di preservare la laicità dello stato. E’ a questo punto lecito prevedere che l’inchiesta Ergenekon, che concerne un recente progetto di colpo di stato militare ed implica numerosi ex alti ufficiali, verrà condotta sino alle sue conclusioni. Si esclude invece, almeno per ora, che possa essere accolta la richiesta di incriminare il generale Kenan Evren, già avanzata da alcune organizzazioni non governative che stanno raccogliendo firme a sostegno della loro pretesa.

Le reazioni internazionali all’esito del referendum turco provenienti dall’Europa sono state finora prevalentemente di segno positivo, anche perché le riforme dirette a limitare l’influenza dei militari sulla vita politica turca erano state chiaramente definite dalle autorità comunitarie come un prerequisito dell’ulteriore avanzata dei negoziati sull’adesione della Turchia all’Unione. Giudizi lusinghieri sono giunti in particolare dai ministri degli Esteri italiano, spagnolo e tedesco, mentre la Francia sembra per il momento aver confermato la propria chiusura a qualsiasi ipotesi di accessione futura di Ankara all’Europa comunitaria.

Anche l’amministrazione Obama ha espresso le proprie felicitazioni per il risultato del voto. In effetti, i sì alle riforme hanno raggiunto il 57,88 per cento delle schede, mentre ancora alla vigilia molti osservatori avevano pronosticato un testa a testa nella conta dei sì e dei no. In realtà, tuttavia, dall’importante consultazione non è affatto uscita una Turchia più occidentale ed europea. Sta invece riproducendosi anche ad Ankara e dintorni lo stesso perverso effetto della democratizzazione già osservato in precedenza in Algeria ed Iraq, dove il libero confronto politico ha fatto immancabilmente emergere formazioni di matrice islamista.

La riduzione del potere dei militari, in sostanza, se non indurrà i generali a mosse disperate, allontanerà forse il pericolo di colpi di stato, ma di certo permetterà più agevolmente all’attuale dirigenza turca di sbarazzarsi di tutto ciò che resta dell’eredità kemalista, di cui proprio l’esercito era il principale custode interno e garante verso l’esterno. Nel suo discorso della vittoria, del resto, il premier Erdogan è stato ieri sera emblematicamente affiancato sul palco ad Istanbul – nell’antica capitale del Sultanato - da una donna velata, in modo tale da sottolineare anche visivamente il distacco della Turchia dalle rigide norme che Mustafa Ataturk pretese novanta anni fa per modernizzare il proprio paese.

Il voto ci consegna una Turchia più asiatica

E’ interessante notare anche come si è distribuito il voto. Mentre i curdi hanno sostanzialmente disertato le urne, i turchi d’Anatolia hanno sostenuto a fondo la posizione governativa, mentre le regioni turche gravitanti sull’Egeo e la Tracia hanno fatto registrare il grosso dei voti contrari. Anche sotto questo profilo, è quindi lecito concludere che il risultato del referendum non ci consegna affatto una Turchia più europea, ma piuttosto una Turchia sempre più dominata culturalmente dalle proprie radici asiatiche. Radici asiatiche che neanche lo stesso quotidiano Hurriyet cerca più minimamente di nascondere, quando nella front page inglese del suo sito internet include nell’Estero Vicino turco ben tre bacini fluviali extraeuropei – Kura-Aras, Eufrate ed Amu Darya - sui cinque presi in considerazione.

Naturalmente, questo processo implica delle rilevanti conseguenze internazionali. Per quanto il presidente turco Abdullah Gül si sia affrettato a definire riparabili i guasti prodottisi nella relazione bilaterale con Israele, riaffermando contestualmente l’ambizione del suo paese ad entrare nell’Unione Europea, è chiaro che la divaricazione degli interessi di Ankara da quelli occidentali è destinata ad accentuarsi. La dinamica recente degli ultimi riposizionamenti geopolitici è, al riguardo, illuminante. Dopo l’incidente in alto mare occorso alla Freedom Flotilla a largo di Gaza, la Grecia, precedentemente alleata di Damasco in funzione antiturca e destinataria alcuni anni fa di una partita di missili antiaerei russi S-300 schierati a Creta dal 2007, ha offerto a Gerusalemme un patto militare.

Quest'ultima, dal canto suo, pochi giorni or sono ha siglato un accordo bilaterale con la Russia che prevede, oltre a forniture di materiali d’armamento sofisticati come i droni di ultima generazione prodotti da Israele, un’accresciuta cooperazione nel delicatissimo campo della Difesa. Molti accreditati analisti hanno attribuito all’intesa una valenza anti-iraniana, che non è tuttavia del tutto convincente alla luce della quantità di tecnici russi che si sono accampati nei pressi della centrale nucleare persiana di Busher. Non va a questo punto escluso che il nuovo asse russo-israeliano sia invece rivolto proprio contro la Turchia, i cui interessi confliggono ormai con quelli di Mosca nei Balcani, in Crimea ed in Asia Centrale, tanto più che si dice che sia nel frattempo stata sensibilmente ridotta l’assistenza un tempo prestata da Gerusalemme alle forze armate georgiane.

Se le cose stessero effettivamente così, a subire un importante effetto di spiazzamento sarebbe proprio la politica estera italiana, che verrebbe costretta una volta di più a conciliare principi ed opzioni che non sono tra loro compatibili, come gli assi privilegiati allestiti con Mosca ed Israele e la politica di attiva penetrazione commerciale in Turchia. Certo, per qualche tempo le difficoltà oggettive saranno mascherate, magari facendo riferimento alle rinnovate professioni di fede atlantica ed europeista dei politici di Ankara, che di sicuro non mancheranno. Ma occorrerà mantenere una lucidità nell’elaborazione del giudizio.

La Turchia non rinuncerà alle sue ambizioni europee, anche perché ritiene di possedere interessi nei Balcani e nella ragione danubiana fino a Vienna che potranno essere più facilmente tutelati all’interno di una cornice comunitaria, com’è divenuto chiaro quando Ankara ha assunto la difesa della causa di una Bosnia-Erzegovina amica e parte allo stesso tempo della futura Unione Europea. Allo stesso modo, dallo scorso aprile è certo che Ankara non intende assolutamente rinunciare al possesso di missili e testate nucleari tattiche dell’Alleanza Atlantica sul proprio territorio, in quanto garanzia di ultima istanza nei confronti del successo del controverso programma atomico iraniano e quindi condizione che permette alla Turchia di sostenere diplomaticamente Teheran in questa partita, lucrando le simpatie dell’opinione pubblica musulmana eurasiatica senza correre rischi inaccettabili.

Ecco quindi cosa davvero il voto referendario turco ci dischiude: un futuro in cui Ankara darà soddisfazione alle proprie aspirazioni praticando una politica estera à la carte svuotata di ogni occidentalismo ideologico. L’asse euro-comunitario verrà utilizzato per penetrare meglio nei Balcani almeno fino al momento in cui i tedeschi – o chi per loro - non riterranno opportuno arrestare la deriva, mentre la Nato assicurerà ai turchi l’ombrello nucleare per tutto il tempo che sarà giudicato necessario da Ankara alla propria sicurezza ed al bisogno economico di contenere le proprie spese militari. Nel frattempo, la nuova Turchia rincorrerà ovunque il sogno di quella profondità strategica alla quale la chiama, tra gli altri, il suo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu. (g.d.)