Mezzaluna
08.09.2010 - 11:08
Analisi
 
Medio Oriente: il destino di Mahmoud Abbas è legato ai negoziati di pace
Roma, 8 set 2010 11:08 - (Agenzia Nova) - "La pace non è a portata di mano e per raggiungerla non servono i compromessi, le soluzioni storiche e tanto meno le concessioni dolorose". Con queste parole schiette, il capo della diplomazia israeliana, Avidgor Lieberman, sembra voler brutalmente seppellire le speranze suscitate dalla ripresa delle trattative di pace dirette tra palestinesi e israeliani, ripresa fortemente voluta dal presidente Usa, Barack Obama. A dispetto delle dichiarazioni distensive del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che ha parlato di “compromesso storico” con gli eterni vicini-nemici, è ragionevolmente arduo contrastare lo scetticismo del suo ministro degli Esteri, nonché leader del partito di destra “Israele Beitnu”, principale partner dell’attuale governo.

L’ottimismo di Netanyahu è stato messo subito a dura prova da due azioni terroristiche compiute in Cisgiordania dai militanti del movimento radicale islamico Hamas, proprio per sabotare la ripresa del dialogo tra Israele e l’Autorità nazionale palestinese. Le buone intenzioni manifestate a Washington da Netanyahu e dal presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), verranno subito messe alla prova: sulla prossima sessione di negoziati, in programma dal 15 settembre a Sharm El Sheik, in Egitto, cui parteciperà anche il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, pende infatti la scadenza della moratoria sulla costruzione di nuovi insediamenti ebraici nei Territori palestinesi. Vanno considerate inoltre le potenziali reazioni d’Israele alle inevitabili provocazioni che seguiranno l'anatema lanciato da Hamas contro i negoziati in corso.

Netanyahu ha ribadito che lo stato ebraico confida nel processo di pace ed è disposto a arrivare ad una soluzione storica con i palestinesi, a patto che garantisca gli interessi nazionali d’Israele, e in primo luogo la sua sicurezza. Tuttavia non sono pochi i punti critici sui quali la fragile tenuta dei colloqui potrebbe infrangersi. Prima di tutto c’è la questione delle colonie che divide al suo interno Israele, ma su questo l’Anp non intende negoziare: “O si va avanti con la moratoria o i colloqui finiscono qui”, ha detto Abbas. Tutto è dunque nelle mani di Netanyahu, leader del Likud e della coalizione al potere in Israele. Se da una parte il premier ha detto di non poter prorogare il congelamento delle colonie - la moratoria è in vigore da sei mesi circa - a più riprese ha anche sottolineato di volere una "pace duratura" che la Clinton ha subito tradotto in “un percorso fruttuoso”.

Ma ci sono altri punti controversi sul cosiddetto “assetto finale” che giocano a sfavore della trattativa di pace così fortemente voluta da Obama: il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, respinto da tutti gli israeliani ma sempre reclamato dai palestinesi; la definizione dei confini del futuro stato palestinese e infine il destino di Gerusalemme, con gli israeliani che la rivendicano come “capitale eterna” e i palestinesi che invece considerano la parte est della città come la capitale del loro futuro stato.

L’ostacolo maggiore alla pace, tuttavia, è forse rappresentato da un altro aspetto: l’assenza intorno al tavolo delle trattative dell’altra componente politica palestinese, Hamas. Uscita vincitrice dalle ultime elezioni democratiche tenute nei Territori palestinesi, nel 2006, ma mai riconosciuta da Israele e da gran parte della comunità internazionale, Hamas ha giurato d’impedire con ogni mezzo questi negoziati di pace che, a suo parere, i palestinesi non vogliono.

Proprio perché conscio di questa insidia, il capo dei negoziatori palestinesi, Saab Erikat, ha previsto che l’Anp - e assieme ad essa le speranze di pace - sia destinata a scomparire nel caso di un fallimento di un accordo di pace con lo Stato ebraico. Erikat ha detto testualmente: “Speriamo di realizzare uno stato palestinese attraverso il negoziato, ma nel caso in cui non raggiungessimo questo obiettivo, è meglio per noi metterci da parte”. Per Erikat il fallimento del negoziato significa la fine dell'Anp del presidente Mahmoud Abbas e quindi la vittoria del movimento Hamas che già controlla da quattro anni la striscia di Gaza. (a.f.a)