Atlantide
06.09.2010 - 18:18
Analisi
 
Iraq: Obama parla agli Usa ma invia al mondo un messaggio sbagliato
Roma, 6 set 2010 18:18 - (Agenzia Nova) - Con un discorso alla nazione pronunciato dallo Studio ovale il 31 agosto scorso, il presidente degli Stati Uniti ha ufficializzato il completamento del ritiro dall’Iraq delle truppe da combattimento americane, in realtà perfezionato qualche settimana prima, e la contestuale conclusione della controversa operazione Iraqi Freedom. L’annuncio della Casa Bianca era da tempo atteso, ma non riflette la realtà materiale delle cose. E’ piuttosto un goffo tentativo di manipolare le percezioni del pubblico statunitense, che mira a generare l’illusione che il conflitto avviato nel marzo 2003 appartenga ormai al passato. Ciò nonostante, è destinato ad avere ripercussioni di ben più vasta portata.

In effetti, come lo stesso Barack Obama ha avuto cura di sottolineare, “una forza transitoria di truppe americane” rimarrà comunque sul suolo iracheno fino alla fine del 2011, per “consigliare ed assistere” l’apparto di sicurezza del nuovo Iraq ed altresì sostenerlo nella conduzione di eventuali missioni antiterroristiche. Nel complesso, si tratterà di ben 50 mila uomini, una quantità di militari che eccede largamente le esigenze addestrative delle forze di sicurezza di Baghdad e la cui valenza politico-strategica non dovrebbe assolutamente essere sottostimata. L’Amministrazione democratica ha senza dubbio deciso di cautelarsi rispetto alle più temute ipotesi ostili agli interessi statunitensi suscettibili di materializzarsi nel prossimo futuro, mantenendo un deterrente in Iraq capace di dissuadere anche un eventuale tentativo iraniano di condizionare i precari equilibri politici a Baghdad.

E’ certo infatti che le truppe Usa rimaste in Iraq potranno all’occorrenza svolgere diverse funzioni importanti, oltre al disbrigo delle attività addestrative ordinarie: affiancando le unità irachene che si trovassero in difficoltà nel mantenere l’ordine, ad esempio, come lo stesso presidente ha ammesso, e comunque garantendo con la loro presenza la credibilità della garanzia di Washington alla sicurezza di Baghdad in presenza di minacce provenienti da stati terzi. E’ significativo che la stampa araba abbia colto questo aspetto dell’intervento di Obama molto meglio di quella occidentale.

Sempre ad uso e consumo dei media statunitensi, la vecchia missione offensiva scatenata da George W. Bush è stata altresì ribattezzata New Dawn, o “Nuova alba”, con il chiaro intento di dimostrare la conferma dell’impegno Usa nella “Terra dei due fiumi” ma altresì la ferma volontà di imprimere un segnale di discontinuità sul piano interno. I sondaggi, infatti, lo scorso mese hanno impietosamente rilevato per la prima volta che il numero degli elettori insoddisfatti dell’amministrazione in carica supera ormai quello di coloro che giudicano invece adeguato alle circostanze il comportamento del presidente. E con le elezioni di medio termine all’orizzonte, Obama deve aver ritenuto essenziale correre ai ripari, cercando di presentare al suo pubblico qualche successo al proprio attivo.

Da questi obiettivi confliggenti derivano tuttavia tanto l’ambiguità del messaggio della Casa Bianca quanto la sua debolezza complessiva. Obama ha voluto, da un lato, convincere i suoi concittadini che la guerra in Iraq è terminata e, dall’altro, render chiaro ad iracheni, iraniani e ai jihadisti delle varie affiliazioni che in realtà gli Stati Uniti non hanno mollato la presa. A render particolarmente incerto quest’ultimo fondamentale aspetto del discorso di fine agosto ha contribuito anche l’improvvido giudizio politico negativo dato dal presidente sull’esito del conflitto, che sarebbe terminato senza il successo degli Stati Uniti. Si tratta in effetti di un’ammissione sconcertante, che non mancherà d’indebolire il prestigio di Washington e delle sue Forze armate nel mondo e certamente susciterà irritazione negli ambienti Usa più conservatori.

Il parziale ripiegamento e la formale riconfigurazione della missione militare americana in Iraq potranno altresì avere delle conseguenze anche in Afghanistan, nella misura in cui convinceranno gli elementi ostili all’attuale quadro politico che gli Stati Uniti sono veramente indisponibili a protrarre il proprio impegno militare per il periodo necessario al completamento della stabilizzazione del paese. Del resto, proprio nel suo intervento televisivo, Obama ha confermato la sua volontà d’iniziare a ridurre il contingente statunitense dislocato sul suolo afgano a partire dal prossimo agosto, pur subordinando la velocità del suo rimpatrio all’effettiva evoluzione della situazione sul terreno. (g.d.)
 
Afghanistan: per la prima volta cala il numero delle vittime occidentali
Roma, 6 set 2010 18:18 - (Agenzia Nova) - E’ per certi versi un peccato che il generale Usa David Petraeus debba muoversi in una cornice temporale così stretta, perché forse qualche elemento positivo sulla scena afgana sta effettivamente maturando. Malgrado il numero dei caduti stia facendo registrare nuovi record, l’andamento delle violenze nei primi otto mesi del 2010 sta avendo in effetti un andamento anomalo. Mentre nel 2009 le perdite occidentali erano aumentate costantemente nei mesi che vanno da aprile ad agosto, quest’anno il numero dei caduti ha toccato il suo apice in giugno per poi calare durante luglio ed agosto, scendendo da 102 ad 88 e poi ad 80. Nei primi sei giorni di settembre, i militari dell’Isaf che hanno perso la vita sono dieci e, se la media reggesse, il mese potrebbe concludersi con una cinquantina di morti, cioè ben al di sotto dei 70 che contraddistinsero il settembre dello scorso anno. Il calo, che è mediaticamente offuscato dalla pesantezza dei dati sui morti accumulati dai contingenti occidentali nei primi sei mesi dell’anno, sarebbe tanto più importante in quanto coinciderebbe con un appuntamento assai delicato: lo svolgimento delle elezioni per il rinnovo della Wolesi jirga, il ramo basso del parlamento di Kabul, previsto per il 18 prossimo.

Le cause di questo trend discendente non sono certe, anche se due fattori meritano di esser presi in considerazione più di altri. Da un lato, è possibile che Petraeus, un ufficiale di cui è nota la sensibilità politica, stia cercando di adottare tattiche e regole d’ingaggio finalizzate a proteggere più efficacemente le truppe allo scopo di non intaccare il fragile consenso di cui l’intervento in Afghanistan ancora gode nel Congresso Usa. Per quanto ciò rappresenti la negazione del pensiero per il quale è famoso, ci sono segnali che lasciano pensare che le truppe statunitensi ed alleate siano adesso più libere di agire di quanto non si verificasse ai tempi di Stanley McChrystal. Dall’altro, non si può neanche escludere che la pressione talebana sull’Afghanistan sia stata attenuata dalle inondazioni che hanno colpito il vicino Pakistan, abitato in parte dalle stesse tribù e dagli stessi clan pashtun che costituiscono il nucleo duro dell’insurrezione.

Qualunque sia la causa che l’ha prodotta, l’interruzione per ora temporanea della continua escalation delle perdite costituisce una novità importante, una finestra di opportunità da sfruttare per tentare di riequilibrare la situazione. L’impressione è che, con uno sforzo notevolissimo, l’Isaf sia riuscita in estate a contenere i talebani sia al sud che all’est, pur non riuscendo a liberare le ampie porzioni del territorio che costituivano il suo obiettivo e che sono rimaste sotto il controllo dei ribelli. La riprova, comunque, la si avrà soltanto tra due settimane, al momento del voto. Il termine di confronto è, ovviamente, rappresentato dalle elezioni presidenziali dell’agosto 2009. Vedremo in quante zone del paese gli afgani potranno davvero recarsi liberamente e senza timore alle urne. (g.d.)