Atlantide
26.07.2010 - 19:20
 
 
ANALISI
 
Kosovo: la Corte dell’Aja afferma un principio potenzialmente destabilizzante
Roma, 26 lug 2010 19:20 - (Agenzia Nova) - Smentendo le aspettative della maggior parte degli osservatori, la Corte di giustizia internazionale dell’Aja ha riconosciuto come legittima la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, affermando che nessuna norma del diritto internazionale vieta di farne. Valorizzando altresì la rilevanza delle circostanze di fatto in cui un territorio, un popolo ed i suoi rappresentanti decidono di costituirsi in stato indipendente, la Corte ha inoltre significativamente accresciuto l’importanza giuridica del principio di effettività degli ordinamenti. In quanto si è, se lo si vuole, si ha diritto ad essere legittimamente riconosciuti come indipendenti. Un tempo, invece, anche per scoraggiare il ripetersi dei fenomeni revisionistici che avevano contribuito a provocare lo scoppio della Seconda guerra mondiale, si riteneva prioritario per la comunità internazionale affermare il principio dell’intangibilità delle frontiere.

Le conseguenze immediate della pronuncia saranno significative, anche se al momento le parti coinvolte nella disputa balcanica hanno lasciato intendere di non volersi discostare granché dalle posizioni assunte in passato. I serbi hanno ribadito la loro indisponibilità a riconoscere il Kosovo e così pure ha fatto la Spagna. Gli Stati Uniti hanno incoraggiato gli europei a superare le divisioni e a considerare quello di Pristina come il legittimo governo di uno stato sovrano, ma senza incontrare particolare successo. Quanto alle autorità di Pristina, hanno rinnovato la loro disponibilità a negoziare con Belgrado un accordo definitivo, trattando però finalmente “da stato a stato”, cioè su un piede di eguale dignità. Ci vorrà quindi tempo perché gli effetti della sentenza si dispieghino pienamente.

Ci sono pochi dubbi, comunque, circa il fatto che i leader delle nazioni senza stato dispongano dal 22 luglio scorso di uno strumento supplementare a sostegno della loro causa. Analisti russi come l’influente Sergej Markov dell’Istituto moscovita di studi politici, un centro assai vicino al Cremlino, hanno fatto ad esempio immediatamente notare le ricadute che il pronunciamento dell’Aja avrà sullo status dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, di cui Mosca potrà in futuro sollecitare con maggiore assertività il riconoscimento internazionale. All’indomani del pronunciamento della Corte, il ministro degli Esteri armeno, Shavash Kocharian, è inoltre uscito allo scoperto, rivendicando il diritto degli armeni del Nagorno-Karabach di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione: esistendo due stati albanesi in Europa, secondo Kocharian, esisterebbe ora anche spazio sufficiente per avere due paesi armeni nel Caucaso. Sarà sempre più difficile, a questo punto, rintuzzare le ambizioni dei gruppi più intraprendenti, specialmente se guidati da leader giovani ed esperti nella gestione degli aspetti mediatici della politica.

Andranno tenuti sotto osservazione, nell’ordine: il Kurdistan iracheno, per il quale il generale Raymond Odierno ha già ipotizzato l’invio di una missione d’interposizione dei caschi blu; il Kurdistan turco; il Balucistan, che è diviso tra Iran, Afghanistan e Pakistan; la Palestina; le province separatiste cinesi dello Xinjiang e del Tibet. A più lungo termine, riflessi potrebbero esser avvertiti anche nel Paese basco spagnolo, in Catalogna e, naturalmente, nelle Fiandre. (g.d.)
 
Afghanistan: cosa comporta la pubblicazione dei documenti dell’intelligence Usa
Roma, 26 lug 2010 19:20 - (Agenzia Nova) - Il sito internet Wikileak ha pubblicato una notevole quantità di materiale elaborato dall’intelligence statunitense sull’andamento del conflitto in Afghanistan. In sé, quanto emerge dalla lettura dei documenti al momento più facilmente accessibili non sembra rivelare un contesto molto diverso da quello ricostruito dalle migliori analisi della stampa anglosassone ed attraverso il lavoro dei ricercatori che stanno seguendo l’andamento della guerra. Che le operazioni stiano andando male non è davvero una novità.

Gli elementi che hanno maggiormente fatto parlare di sé sono i seguenti: a) il sostegno accordato dai servizi di sicurezza pachistani tanto ai talebani quanto ai jihadisti di al Qaeda; b) la collaborazione esistente tra Iran ed insorgenti, che si estenderebbe anche alla fornitura di armi e d’istruzione militare; c) un numero di vittime civili dell’azione militare occidentale di gran lunga più elevato di quello ufficialmente ammesso; d) la preoccupazione della Cia per la tenuta del fronte interno in alcuni paesi alleati, fra i quali la Germania; e) una valutazione non sempre serena dell’operato delle truppe dei paesi alleati, britannici in testa. Anche se si tratta d’informazioni conosciute, il fatto che ora rechino il marchio della Cia ha però conferito loro una maggiore credibilità e rilevanza politica.

Siccome le valutazioni dell’intelligence Usa sono state prodotte ad uso dell’Amministrazione di Barack Obama, una prima evidente implicazione della pubblicazione di questi documenti riservati è che il margine di manovra di cui dispongono le autorità di Washington si è drasticamente ridotto. Il pubblico statunitense sa adesso che i dubbi nutriti dai suoi dirigenti al vertice relativamente al comportamento dei pachistani nel conflitto sono persino più gravi di quelli dell’individuo comune ed è quindi probabile che in futuro la disponibilità americana a fare concessioni ad Islamabad diminuirà significativamente. Potrebbe addirittura risentirne la definizione di ciò che costituisce per Washington un esito accettabile del conflitto.

E’ appena il caso di notare come attualmente gli Stati Uniti ed il presidente afgano, Hamid Karzai, siano ai ferri corti sull’identità degli interlocutori da scegliere nella galassia talebana: i primi, apparentemente, parrebbero infatti disposti ad aprire canali di dialogo con gli elementi meno compromessi fedeli alla shura di Quetta, mentre Karzai è sospettato di aver aperto trattative con la più controversa rete degli Haqqani, per giunta con la mediazione delle Forze armate pachistane. Alla rete degli Haqqani, particolarmente radicata nelle zone tribali a ridosso della Linea Durand, si imputano tra l’altro gli attacchi suicidi più sanguinosi che hanno colpito Kabul e soprattutto una notevole attività di protezione a favore di ciò che rimane della “cupola” di al Qaeda.

Fino a che punto si spingessero le connivenze tra autorità militari pachistane, talebani e terroristi lo aveva peraltro già spiegato Ahmed Rashid in suo saggio recentemente tradotto in Italia, “Caos Asia”, gettando un fascio di luce anche sulle motivazioni profonde degli atti terroristici eseguiti dai jihadisti in Afghanistan e in India, ma da adesso è certo che le ipotesi da lui formulate sono parte della base cognitiva sulla quale viene elaborata la politica statunitense per la regione afgano-pachistana. Anche dell’Iran si sospettava, seppure fosse chiaro ai più quanto gli obiettivi di Teheran fossero diversi rispetto a quelli perseguiti dalla rivale Islamabad, giacché la Repubblica islamica certamente non auspica il ritorno al potere dei talebani, anche se desidera di sicuro creare agli statunitensi problemi ed un attrito tali da costringerli ad escludere qualsiasi iniziativa nei confronti del regime degli ayatollah.

Quanto al numero delle morti civili legate al conflitto e dovute al fuoco aereo o di mezzi pesanti terrestri, che le cifre potessero essere state addomesticate era piuttosto probabile. Saranno infine fonte di difficoltà nei rapporti interni alla coalizione i giudizi poco lusinghieri riservati dalla Cia all’esercito britannico e le prove dell’esistenza di una strategia dei servizi Usa per la manipolazione dell’opinione pubblica tedesca. Comunque, tutto quanto precede non rileva quanto il quesito fondamentale che l’apparizione dei dossier riservati ha sollevato: non è chiaro, infatti, quali interessi serva il rilascio di queste informazioni e chi l’abbia ordinato o permesso.

Si può solo andare a tentoni. Una prima pista, che però pare particolarmente interessante, porta alla crisi recentemente intercorsa tra i vertici militari statunitensi e l’Amministrazione Obama, sfociata nella rimozione di Stanley McChrystal dal comando delle truppe alleate in Afghanistan e nella sua sostituzione con David Petraeus. La fuga d’informazioni proibite coincide con il giorno delle dimissioni del controverso McChrystal. Perché non escludere la vendetta di un simpatizzante del militare appena fuoriuscito dal Pentagono?

La seconda possibilità, in realtà abbastanza vicina alla prima, porterebbe invece ad ipotizzare l’atto estremo di una persona o di un gruppo d’individui determinati ad ottenere una radicale revisione della strategia adottata in Afghanistan. Avendo fallito con McChrystal, si sarebbe tentato un affondo con metodi ancor meno ortodossi, probabilmente con l’obiettivo di pervenire all’adozione di un approccio differente e forse più simile a quello “minimalista” rivendicato dal vicepresidente Joe Biden che non alla counter-insurgency di Petraeus, che implica la profusione di una gran quantità di risorse umane e materiali.

In ogni caso, siamo di fronte ad un parossismo che trova la sua causa profonda e la spiegazione più convincente nelle fratture che si sono determinate dentro il sistema politico statunitense a proposito di come continuare e, se del caso, in che modo e quando uscire dalla guerra afgana. In questo senso, la vicenda della pubblicazione dei dossier della Cia ci riguarda molto da vicino. (g.d.)
 
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