Mezzaluna
22.07.2010 - 13:22
 
 
ANALISI
 
Iraq: i curdi, preoccupati per il ritiro Usa, iniziano a pensare all’indipendenza
Roma, 22 lug 2010 13:22 - (Agenzia Nova) - La settimana scorsa il generale Ray Odierno, comandante delle truppe Usa in Iraq, ha avanzato un’idea che non è stata presa in sufficiente considerazione dalla stampa internazionale: secondo l’alto ufficiale, in vista dell’imminente ritiro delle forze Usa dall’Iraq che inizierà il prossimo mese di agosto, si dovrebbe pensare a organizzare una missione di peacekeeping dell’Onu, per dividere la minoranza curda a nord dalla parte araba del paese. Non è chiaro se l’affermazione del generale faccia parte di una strategia della Casa Bianca per mettere in guardia gli iracheni dalla minaccia che incombe sull’unità del loro paese dopo il ritiro Usa. Un modo cioè per “suggerire” ai politici di Baghdad di chiedere agli Usa una significativa presenza militare anche dopo il ritiro che dovrebbe essere in gran parte completato entro la fine del 2011. Non è escluso, infatti, che sia proprio questa la volontà della Casa Bianca, per evitare un vuoto politico e militare in una regione strategica che suscita gli appetiti del vicino Iran, ma anche di potenze come Turchia e Russia.

I generali statunitensi sanno perfettamente che l'Iraq non è pronto a difendersi da eventuali nemici esterni e che non riesce controllare la guerriglia, né a stemperare le divisioni interne. L'integrazione delle formazioni curde, i peshmerga, di fatto un esercito indipendente, nelle forze armate irachene, non è stata realizzata e la tensione con le componenti arabe sciita e sunnita continua a crescere. Secondo Odierno lo schieramento dei caschi blu, nell'ambito di un’operazione di mantenimento della pace, ex Capitolo VI della Carta della Nazioni Unite, potrebbe evitare la secessione dei curdi, un conflitto con la maggioranza araba, con il probabile intervento della Turchia. E se un generale statunitense invoca i caschi blu, vuol dire che i problemi sono davvero seri.

E’ chiaro che non devono essere i militari ad elaborare soluzioni politiche per scongiurare il disfacimento dell'Iraq. Questo dovrebbe essere il ruolo della Casa Bianca. Il presidente Usa, Barack Obama, sa che un disimpegno affrettato dall'Iraq potrebbe provocare una catastrofe nella regione. Ma sembra che il presidente sia interessato più che altro a limitare i danni nelle prossime elezioni legislative di medio termine che si terranno negli Usa a novembre, e che anche per questo vorrebbe mantenere una delle promesse fatte agli americani in campagna elettorale: il ritiro dall’Iraq.

La riflessione di Odierno, passata in sordina in Occidente, ha però provocato una netta spaccatura tra gli iracheni. La maggioranza araba si è mostrata subito nettamente contraria, mentre la minoranza curda ha accolto con entusiasmo un’idea che potrebbe gettare le basi di un futuro sganciamento del Kurdistan dall’Iraq. La popolazione curda del nord – circa 6 milioni di persone – ha sempre ambito a creare un proprio stato indipendente, ma la sua leadership politica, conscia dell’impossibilità di realizzare questo sogno, ha sempre cercato di fissare come obiettivo strategico una forte autonomia amministrativa all’interno di un Iraq federale e democratico.

Dal 1992, quando l’Onu istituì la no fly zone nel Kurdistan iracheno per salvaguardare la popolazione curda dal regime di Saddam Hussein, è in vigore il divieto per le truppe di Baghdad di entrare nei territori curdi. Le due principali forze politiche curde – il Partito democratico del Kurdistan che fa capo a Massud Barzani e l’Unione patriottica del Kurdistan, guidata dall’attuale presidente iracheno, Jalal Talabani – erano acerrime nemiche, ma da allora sono solidamente alleate. Il Kurdistan si è quindi prontamente dotato di un parlamento, una capitale (Erbil), una televisione, una moneta propria (il dinaro iracheno era lo stesso, ma veniva stampato autonomamente in Svizzera), scuole e uffici pubblici in cui si parla il curdo e non più l’arabo. Cambiamenti, questi, che hanno contribuito a unire i curdi, mai dimentichi delle bombe chimiche fatte lanciare dal regime di Baghdad sul villaggio di Halabjah nel 1988, che uccisero migliaia di civili. Le nuove generazioni curde cresciute all’ombra di questo semi-stato non hanno avuto nessun contatto con il resto dell’Iraq, con il risultato che oggi la maggioranza non sa neanche parlare l’arabo. Gli stessi leader curdi, in privato, si dicono certi che in caso di referendum il 90 per cento della popolazione curda chiederebbe con certezza di separarsi dall’Iraq.

All’inizio di quest’anno è stato lo stesso generale Odierno a volere pattuglie miste tra i peshmerga e i militari dell’esercito regolare di Baghdad, per controllare la sicurezza nelle aree di maggiore tensione, quali la ricca (di petrolio) provincia di Kirkuk e le zone orientali della provincia di Ninive; entrambi contese da arabi, curdi, turcomanni e, nel caso di Ninive, con una significativa presenza di cristiani. L’esperimento di Odierno, che voleva favorire la “fraternizzazione” tra le due etnie, non deve però essere riuscito, visto che oggi il generale propone il ricorso ai caschi blu per dividerle.

“La proposta di Odierno va presa molto sul serio”, afferma un deputato curdo del parlamento di Baghdad, perché “quando partiranno i marines,Turchia, Iran, Siria e anche la Russia non staranno certo a guardare e cercheranno di riempire il vuoto lasciato dagli americani”. (a.f.a)
 
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