Atlantide
19.07.2010 - 20:20
 
 
ANALISI
 
Kosovo: quali prospettive può aprire il parere della Corte dell' Aia
Roma, 19 lug 2010 20:20 - (Agenzia Nova) - Dalla scorsa settimana è noto il termine entro il quale la Corte internazionale di giustizia renderà la propria attesissima sentenza relativa alla legittimità della controversa dichiarazione unilaterale d’indipendenza con la quale il Kosovo si è costituito in stato. La rilevanza del pronunciamento dell’Aja dipende essenzialmente da due fattori, tra loro strettamente interconnessi. Da un lato, sono in discussione i nuovi limiti e contenuti del principio di autodeterminazione dei popoli, che sin dal 1945 è stato sacrificato all’intangibilità territoriale degli stati e si è finora ritenuto applicabile soltanto in rapporto al processo di decolonizzazione, anche per non alimentare fenomeni di revanscismo simili a quelli che negli anni Trenta condussero alla questione del ritorno dei sudeti alla Germania. Dall’altro, qualora per la prima volta si decidesse che esistono condizioni di fatto di fronte alle quali l’inviolabilità delle frontiere può cedere anche senza il consenso della comunità internazionale, ad essere investiti delle conseguenze sarebbero una quantità significativa di scacchieri, dentro e fuori i Balcani, all’interno ed all’esterno del nostro continente. Invocherebbero di sicuro in proprio favore, e a ragione, il precedente i serbo-kosovari che vivono a Nord del fiume Ibar, ma forse anche parte dei macedoni e serbi di etnia albanese che vivono al di là della repubblica balcanica nata nel 2008.

In nome del diritto ad autodeterminarsi, potrebbero trovare un incentivo a secedere pure i serbi della Republika Srpska di Bosnia, che hanno da tempo manifestato un certo disagio all’interno delle strutture confederali di Sarajevo. E di certo verrebbero a disporre di più solide basi anche le pretese delle autorità stabilitesi alla testa delle province secessioniste georgiane di Abkhazia ed Ossezia del Sud. Persino all’interno dell’Unione europea alcuni fattori di tensione, come quello che oppone i revisionisti ungheresi alla Romania ed alla Slovacchia, potrebbero inopinatamente riemergere con una rinnovata energia. Fuori d’Europa, sono non meno evidenti le ripercussioni che potrebbero registrarsi nel Sudan meridionale, nella stessa Palestina, a Taiwan, in Kurdistan e nel Balucistan.

Proprio in considerazione dell’estrema delicatezza della questione sottoposta al suo vaglio, molti analisti prevedono che alla fine la sentenza della Corte risentirà di una certa ambiguità. Nell’impossibilità di riportare indietro l’orologio della storia, i giudici dell’Aja forniranno probabilmente una copertura alle scelte fatte da Pristina, legittimando ex post anche i riconoscimenti finora operati da una settantina di Stati. Ma probabilmente evidenzieranno anche le eccezionali circostanze entro le quali il processo di distacco del Kosovo dalla Serbia è maturato, esattamente come hanno suggerito di fare le diplomazie degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. C’è tuttavia ragione di dubitare che tutto questo sia sufficiente ad evitare che dal pronunciamento della Corte traggano nuova linfa i movimenti politici che perseguono disegni di frammentazione.

In primo luogo, perché molti dei presupposti dell’eccezionalità della situazione kosovara esistono anche in diversi altri contesti. Anche nella Georgia settentrionale, ad esempio, è stato un conflitto a sancire la separazione di fatto tra le province secessioniste ed il governo centrale dal quale dipendevano precedentemente, rendendo impossibile il loro ritorno sotto l’effettiva sovranità di Tbilisi. Differenziare e circostanziare caso per caso sarà difficile. Tanto più che non mancheranno di sicuro gli imprenditori politici pronti a costruirsi una solida fortuna sfruttando il pronunciamento della Corte, se del caso anche piegandone i contenuti alle proprie esigenze contingenti.

La sentenza può quindi avere un impatto profondamente destabilizzante sul piano internazionale, di cui occorre maturare consapevolezza prima di essere sorpresi dagli eventi. Proprio in ragione di questa eventualità, non è nemmeno da escludere che alla fine il 22 luglio la Corte renda noto di essere impossibilitata a decidere o comunque di ritenere inopportuno il proprio intervento, rimettendo ogni valutazione sulla legittimità della proclamazione del nuovo stato al giudizio storico basato sul principio di effettività degli ordinamenti.


I possibili effetti nei Balcani

Ad ogni buon conto, dal momento che l’Italia ha riconosciuto il Kosovo nel 2008 ed in considerazione del fatto che sono impegnate oltre-Adriatico diverse centinaia di nostri militari, occorre esser pronti a fronteggiare qualsiasi evenienza. Sia per proteggere i militari italiani che per indicare loro cosa fare sul terreno. Il vertice politico-militare dell’Alleanza atlantica, da cui dipende la Kfor, ha già elaborato piani di contingenza per reagire ad eventuali disordini, ma è noto come nella Nato non tutti gli stati membri condividano gli stessi atteggiamenti filoserbi dell’Italia.

L’eventualità di scontri nella zona di Kosovka Mitrovica non è remota, posto che già nelle scorse settimane si sono registrati incidenti significativi, costati la vita a una persona. In caso di pronuncia della Corte favorevole a Pristina, è possibile che la minoranza serbo-kosovara, opportunamente sostenuta da Belgrado, cerchi di determinare le precondizioni di avvio di un negoziato serio che conduca alla riunione di almeno una parte del Kosovo alla madrepatria serba. Una soluzione di questo tipo, ancorché avversata dagli albanesi di tutte le tendenze, residenti dentro e fuori il Kosovo, è del resto da tempo invocata quale ideale atto conclusivo del sanguinoso ciclo di guerre balcaniche apertosi negli anni Novanta. Un ciclo che secondo diversi osservatori non potrebbe terminare con un’ulteriore umiliazione di Belgrado. E’ degna di nota la circostanza che si sia fatto alfiere di questa proposta nel nostro paese, tra gli altri, una personalità del calibro di Miodrag Lekic, ex ambasciatore di Jugoslavia a Roma.

Tuttavia, per giungere ad un risultato simile difficilmente i serbi potrebbero fare a meno di ricorrere a scontri di piazza ed iniziative tese a provocare reazioni sproporzionate da parte di Pristina o delle forze internazionali presenti sul suolo kosovaro. E’ per questo motivo che assume particolare importanza stabilire fin d’ora che atteggiamento dovranno assumere le nostre truppe. Diverse forze politiche del nostro paese, ed in particolare la Lega, da tempo sostengono che obiettivo dei militari italiani dovrebbe essere la difesa della minoranza serba e dei luoghi sacri alla Chiesa ortodossa, piuttosto che la protezione delle frontiere kosovare da un improbabile attacco di Belgrado. Questa posizione pare ora più legittima che mai.

La logica dell’autodeterminazione potrebbe infine dettare un più esteso scambio di territori, per quanto il tradizionale conservatorismo delle diplomazie induca a ritenerlo poco probabile, coinvolgendo nel discorso del riassetto geopolitico balcanico anche la Bosnia-Erzegovina e le porzioni albanofone della Serbia. Se Belgrado recuperasse la Republika Srpska ed il Kosovo settentrionale, e contestualmente cedesse a Pristina la valle di Presevo, potrebbe così stabilire un nuovo e più moderno equilibrio nei Balcani occidentali. Ne risentirebbero positivamente anche le prospettive d’integrazione della regione nell’Unione europea. Sfortunatamente, prigioniera com’è del mito della coesistenza multietnica, difficilmente la comunità internazionale accetterà una prospettiva simile. (g.d.)
 
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