Atlantide
13.07.2010 - 12:55
 
 
ANALISI
 
Il forcing diplomatico americano in favore della Turchia
Roma, 13 lug 2010 12:55 - (Agenzia Nova) - Lo scenario internazionale continua ad essere molto dinamico, anche in scacchieri che riguardano da vicino l’Italia. Uno dei maggiori partner del nostro paese è in effetti la Turchia, che per quasi cinquant’anni è stata considerata una propaggine dell’Occidente a stretto contatto con il Medio Oriente e sembra adesso volersi distaccare da quest’ambito per recuperare il ruolo tradizionalmente svolto nelle zone un tempo soggette alla Sublime Porta. In effetti, stiamo verosimilmente assistendo alle conseguenze più vistose di un lento processo di ridefinizione dell’identità geopolitica turca che è iniziato all’indomani stesso della fine della Guerra Fredda. All’epoca, il disfacimento dell’Unione sovietica non solo rimosse la principale minaccia che aveva suggerito ai dirigenti turchi l’adesione all’Alleanza atlantica, ma agli occhi dei più ambiziosi politici emergenti lasciò intravedere la possibilità di riprendere ad esercitare un’influenza in spazi che erano stati chiusi alla Turchia dai tempi del “grande gioco”.

Molte cose sono accadute nel corso degli ultimi venti anni. Sul piano interno, è innanzitutto emerso in Turchia un forte movimento politico islamico, la cui ascesa al potere è stata inizialmente interrotta da un pronunciamento dei militari, per poi riprendere successivamente con ancora maggiore veemenza. L’attuale esecutivo diretto da Recep Tayyip Erdogan, in effetti, altro non è che la ripetizione, riveduta e corretta, del circoscritto esperimento condotto a cavallo tra il 1996 ed il 1997 da Nekmettin Erbakan. La crescita dell’Islam politico, quindi, non pare affatto un fenomeno transitorio, ma sembra invece andare di pari passo con un importante processo di re-islamizzazione della società turca. Sono in via di sostituzione, infatti, tutti i riferimenti identitari del passato, a partire dalla figura di Kemal Ataturk, la cui icona è sempre più difficile da vedere sul suolo turco. Mentre è attesa a breve la prima visita dal 1919 della famiglia imperiale al completo.

Il mutamento ha avuto espressioni tangibili anche sul piano della politica internazionale. Ancor prima del bisticcio a Davos tra Erdogan e il presidente israeliano, e premio Nobel per la pace, Shimon Peres, va infatti sottolineato il rifiuto opposto da Ankara nel 2003 all’utilizzo del proprio territorio come base di partenza della seconda direttrice delle forze statunitensi d’invasione destinate ad abbattere Saddam Hussein. Gli incidenti, tuttavia, si vanno moltiplicando ed intensificando. Gli ultimi sono collegati all’episodio della “Flottiglia della pace” e del maldestro abbordaggio da parte israeliana della motonave Mavi Marmara, che stava tentando di forzare il blocco navale imposto su Gaza. Al punto che sono ormai maggioritari gli analisti che credono all’ipotesi di una formale denuncia dell’accordo di cooperazione nel campo della difesa stretto da Israele e dalla Turchia alla metà degli anni Novanta. Tra coloro che ritengono ineluttabile la rottura tra Ankara e Gerusalemme, vi è anche il governo di Atene, che sta manovrando per sostituirsi a quello turco come principale alleato d’Israele nel Mediterraneo orientale. In chiave antiturca, va rilevato, la Grecia si era invece finora appoggiata alla Siria.


Le mosse di Robert Gates e Barack Obama

Il rapido deteriorarsi degli assetti geopolitici mediorientali ha spinto l’Amministrazione guidata dal presidente Barack Obama a dei passi piuttosto inconsueti. In maggio il segretario alla Difesa, Robert Gates, è uscito allo scoperto, accusando esplicitamente gli europei di essere responsabili dell’attuale deriva turca, vista essenzialmente come una reazione al rifiuto finora opposto dall’Unione Europea di predisporre un sentiero di accesso ragionevolmente breve e sicuro. La circostanza non sorprende, in quanto riflesso della scarsa conoscenza dei meccanismi comunitari da parte delle autorità politiche Usa ed al tempo stesso manifestazione della pochezza della riflessione condotta finora negli Stati Uniti sulla trasformazione geopolitica della Turchia. Non è un caso che il volume chiave per capire ciò che sta accadendo alla politica estera turca, il saggio “Profondità strategica”, scritto dall’attuale ministro degli Esteri Ahmed Davutoglu quando era ancora soltanto un professore di relazioni internazionali, non sia ancora stato tradotto in inglese.

Gli statunitensi ignorano, o fingono di non sapere che parte significativa del diritto applicabile nel territorio dell’Unione Europea è frutto dell’attività normativa di organismi sovranazionali cui è stata delegata porzione importante della sovranità nazionale degli stati membri. Per noi, introdurre a Strasburgo più di ottanta deputati turchi, magari politicamente inclini all’islamismo, e presenze di peso equiparabile dentro la Commissione, avrebbe di certo conseguenze rilevanti sulla vita quotidiana. L’Ue non è una semplice alleanza né, tanto meno, una zona di libero scambio avente una moneta unica. E’ qualcosa di più, che rende delicato qualsiasi passaggio ulteriore si faccia in futuro nella sfera dell’allargamento. Sempre che non ci sia dolo e che le pressioni statunitensi non siano quindi finalizzate a provocare il naufragio definitivo del tentativo europeista.

Sta di fatto che nella recente intervista concessa da Barack Obama al Corriere della Sera, l’argomento è tornato alla ribalta. Il presidente Usa ha infatti nuovamente raccomandato all’Europa di dischiudere le proprie porte ad Ankara, per depotenziarne la deriva verso l’islamismo e verso il Medio Oriente. A parte la correttezza della posizione assunta nei confronti degli europei, cui soli spetta la decisione in funzione dei propri interessi, occorre sottolineare come le stesse autorità turche stiano assumendo atteggiamenti poco promettenti nei confronti del disegno. Le pressioni esercitate dall’Ue per ottenere la democratizzazione del paese e la riduzione dell’influenza delle Forze armate sono state utilizzate dagli islamisti per abbattere il più forte potere antagonista loro di fronte. Se una colpa può esser quindi mossa all’Europa, al limite, non è quella di aver chiuso le proprie frontiere, ma di aver legittimato con la prospettiva dell’adesione politiche interne turche che stanno allontanando a gran velocità Ankara dall’Occidente.

Del resto, la visione corrente che la Turchia ha di se stessa è ora un’altra. “Hurriyet”, che è il principale quotidiano turco e possiede anche un sito internet in inglese, dimostra nella sua edizione on-line di avere una percezione del cosiddetto “Estero Vicino” nella quale rientrano non solo il bacino del Danubio e quello del Volga, ma persino quello del lontano Amu Darya. E del resto, dopo anni di pressioni, Ankara ha appena ottenuto di poter aprire un suo Provincial Recontruction Team nei territori afgani che un tempo ospitarono il khanato uzbeko di Shibergan. Lo stesso Rashid Dostum, ogni qual volta esiliato o consigliato a sparire dalle circostanze, si è sempre recato in Turchia.

Come spiega Davutoglu, il fatto è che noi abbiamo frainteso la Turchia non meno di quanto i turchi abbiano frainteso se stessi, accettando come conveniente e modernizzatrice un’autolimitazione delle proprie ambizioni che era in realtà imposta dai fatti. Oggi la Turchia - secondo il suo ministro degli Esteri - è finalmente libera di recuperare nella sua interezza tutta la propria profondità strategica, rientrando prepotentemente nel Dar al Islam che dominò per secoli e restaurando tutti i vettori della propria passata espansione. Nel disegno, ovviamente, c’è posto anche per l’Europa: un’Europa che non oltrepassa, però, Vienna.

L’impressione, che fatica ad affermarsi a Washington come a Roma, è che la Turchia nutra ambizioni per contenere le quali neanche una famiglia come l’Ue sia più sufficiente. Non è per caso che Erdogan raccomanda ai turchi emigrati in Francia e Germania di non integrarsi e coltivare la propria diversità. Non è un caso neanche la competizione con l’Iran per la tutela di Gaza. Non è un caso, infine, neppure l’iniziativa antagonista presa con il Brasile del presidente Luiz Inácio Lula da Silva per offrire a Teheran una via d’uscita rispetto alle imminenti sanzioni Usa, europee e delle Nazioni unite, peraltro proprio mentre alla Nato Ankara si assicurava la permanenza delle atomiche tattiche statunitensi sul proprio territorio.

In un simile contesto, non si può escludere che il futuro ci riservi un paradosso: a un dato momento, anche Washington potrebbe infatti comprendere che fare della Turchia lo hub energetico del Mediterraneo ed il principale canale di approvvigionamento del gas costituisce un azzardo strategico persino maggiore della scommessa fatta sulla Russia attraverso il gasdotto South Stream. Per la politica energetica italiana sarebbe una bella rivincita. (g.d.)
 
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