Mezzaluna
01.07.2010 - 19:11
 
 
ANALISI
 
Il destino dell’Iraq dopo il ritiro Usa, in bilico tra caos e stabilità
Roma, 1 lug 2010 19:11 - (Agenzia Nova) - Il ritiro delle truppe Usa dall’Iraq inizierà il prossimo agosto per terminare entro la fine del 2011. A quattro mesi dalle elezioni, le forze politiche del paese non sono riuscite a trovare un accordo per formare il governo: i risultati del voto di marzo scorso non hanno indicato alcun vincitore in grado, da solo, di reggere lo stato. L’opinione pubblica mondiale non sembra più particolarmente interessata all’Iraq; il ridimensionamento della minaccia terroristica induce a pensare che, benché lento e difficile, il processo di stabilizzazione sia ragionevolmente un obiettivo raggiungibile. Tuttavia, proprio in questo periodo, l’Iraq è di fronte ad un bivio decisivo per il suo stesso destino: la possibilità di un governo solido capace di traghettare il paese verso la stabilità, oppure la guerra civile. Si rischia un conflitto interno con un potenziale esplosivo tale da sconvolgere i già precari equilibri del Medio Oriente.

Le ultime elezioni hanno consegnato la vittoria, con una buona maggioranza, a una lista laica guidata dall’ex premier Iyad Allawi, il partito “al Iraqiya”, che con i suoi 91 seggi ha superato la coalizione “Stato di Diritto” del premier uscente, Nouri al Maliki, per soli due parlamentari. “Alleanza Nazionale” (Ina, formazione sciita legata all’Iran) ha ottenuto 70 seggi, e i partiti curdi 43. Di fatto, nessuna coalizione è riuscita a ottenere i 163 deputati necessari per avere una maggioranza che garantisca la sopravvivenza di un governo. Come previsto dalla Costituzione, Allawi avrebbe il diritto di formare il nuovo esecutivo. Senonché, su richiesta di al Maliki che si è alleato con Ina, la Corte Suprema è intervenuta per chiarire le modalità di tale passaggio costituzionale specificando che l’articolo che prevede il conferimento dell’incarico al più “ampio blocco parlamentare” può essere inteso anche in modo da comprendere gruppi che si sono alleati dopo le elezioni. In altri termini, esiste il reale rischio di un governo privo della necessaria legittimità, come quella che ha assicurato la vita all’esecutivo precedente. Finora a garantire la sicurezza sono stati i militari statunitensi. Con la partenza dei Marine, tutto sarebbe diverso; un eventuale colpo di mano porterebbe ad una spaccatura netta anche all’interno del giovane esercito iracheno. A quel punto non conterebbe più il carisma dei leader ma il gruppo confessionale d’appartenenza: uno scenario, insomma, che vedrebbe prevalere gli opposti estremismi, manovrati da stati vicini tutt’altro che disinteressati alle vicende irachene.

Iran, Arabia Saudita, Siria ma anche Turchia hanno tutti un’agenda diversa tra loro, a seconda degli interessi nazionali. L’intreccio tra questi interessi e ciò che avviene in Iraq ha un forte impatto sulle vicende locali di questi paesi. Le maggiori questioni riguardano vari livelli: la democratizzazione, il decentramento dello stato, l’ascesa dello sciismo e la presenza Usa; tutti fattori che hanno implicazioni politiche, militari, economiche e di sicurezza, con il risultato che diversi stati della regione cercano di influenzare il corso degli avvenimenti secondo una propria ottica. La situazione irachena ha inevitabilmente portato la regione a una più marcata polarizzazione confessionale, spingendo molti paesi arabi a maggioranza sunnita a schierarsi contro il regime sciita di Teheran. In altre parole, tutti i vicini dell’Iraq hanno, in un modo o nell’altro, motivi per intervenire in Iraq.

Il principale attore è senz’altro l’Iran, che vede come una minaccia alla propria sicurezza la presenza Usa, soprattutto alla luce del suo programma nucleare. Teheran segue perciò una politica a doppio binario: fa pressioni sugli americani tramite le azioni delle milizie armate sciite “al Mahdi” e allo stesso tempo dà sostegno alle forze politiche sciite che partecipano al processo democratico. Gli obiettivi del regime iraniano mirano a installare a Baghdad un governo sciita amico, accelerare il ritiro Usa e piegare al suo volere il vertice del clero sciita di Najaf, abbastanza lontano dal radicalismo degli ayatollah di Qom. L’Iran, però, ha fallito un po’ su tutti i fronti soprattutto perché la maggioranza sciita in Iraq non è politicamente monolitica e tanto meno disposta a subire la supremazia del clero di Qom su quello di Najaf, storicamente punto di riferimento dell’Islam sciita. Unica carta rimasta in mano a Teheran sono pertanto le milizie dell’imam radicale Muqtada al Sadr che continuano a rappresentare una minaccia.

I cambiamenti in Iraq hanno colto il regno saudita in un momento sbagliato: di ascesa del terrorismo locale e problemi di successione (re Abdullah è salito al trono nel 2005), resistenza alle riforme sociali del sovrano e cattive relazioni con gli Usa dopo la tragedia degli attentati alle Torri Gemelle eseguiti da terroristi sauditi. Il timore di Riad, wahabita e sunnita, è che si verifichi una “rinascita sciita” suscettibile di estendersi dalla sua ricchissima (di petrolio) provincia orientale abitata da sciiti al il vicino Bahrein, proseguendo nel Kuwait (che ha una forte minoranza sciita) per allargarsi ad Iran, Iraq e al regime “alawita” (sottoconfessione sciita) della Siria fino al Libano, regno delle potenti milizie sciite Hezbollah. Si tratta di una “mezzaluna sciita” che toglie il sonno ai regnanti di Riad. Il governo saudita, assieme ai suoi aiuti umanitari all’Iraq, ha avuto così un occhio di riguardo per gli ulema sunniti di quel paese ma anche per gli estremisti salafiti, per gli uomini dell’ex regime e recentemente anche per Allawi; tutto al fine di compensare l’emarginazione dei sunniti.

La Siria è stata forse il paese che è riuscito meglio di altri a complicare i piani Usa in Iraq. Dopo l’invasione, Damasco è diventata un rifugio sicuro per gli ex seguaci di Saddam Hussein: secondo l’Istituto per gli studi strategici, gli ex baathisti che vivono in Siria sono tra i 30 e i 40 mila. La Siria, dopo aver dovuto subire il ritiro dal Libano, ha perso anche il mercato iracheno, da tre miliardi di dollari annui. Anche se si trova in sintonia con Teheran nell’avversione a Washington, Damasco tuttavia ha una propria visione: riabilitare gli ex baathisti. Stando a quanto riferisce la stampa araba, durante la sua ultima visita a Damasco il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha declinato una richiesta dell’alleato siriano di spingere per includere i fuoriusciti baathisti nel futuro governo iracheno. Il rifiuto di Teheran ha portato Damasco a sincronizzarsi con la politica di Riad.

Un altro soggetto molto interessato al futuro dell’Iraq è Ankara. Per il governo turco, è di valenza strategica prevenire il rischio di una saldatura tra i curdi iracheni con quelli di casa propria, così come è importante proteggere la minoranza turcomanna in quel paese. Un altro obiettivo di Ankara è entrare nel mercato iracheno. La Turchia guarda con interesse al mondo arabo, in prevalenza sunnita, e non vede quindi di buon occhio un dominio sciita a Baghdad. Riad ed Ankara si trovano pertanto sulla stessa linea.

L’aspetto politico non può però prescindere da quello economico, soprattutto per quanto riguarda il petrolio. A seconda se l’oleodotto iracheno passi o meno nei loro territori, Turchia e Siria possono assumere un atteggiamento diverso. Per quanto riguarda l’Iran, la relativa libertà d’azione delle compagnie petrolifere occidentali nel paese vicino rappresenta una sconfitta della sua politica di nazionalizzazione. Anche l’Arabia Saudita teme un Iraq stabile che potrebbe costituire un elemento di disturbo alla sua supremazia in seno all’Opec. Secondo stime attendibili, entro dieci anni l’Iraq avrà una produzione di greggio pari a 10-12 milioni di barili al giorno; prospettiva che ridimensiona l’influenza di Riad che ha fatto del potere petrolifero un perno della sua politica estera.

In assenza di una strategia americana chiara nella regione, il destino dell’Iraq sembra in mano alle potenze regionali. L’amministrazione del presidente Usa Barack Obama dà l’impressione di volere esclusivamente il ritiro delle proprie truppe. Per evitare il caos, esiste uno sbocco che potrebbe cambiare ogni pronostico: un governo con una larga base di consenso basato su un’intesa tra due leader laici: Allawi e al Maliki. I due uomini, che come hanno dimostrato le urne, sono espressione del rifiuto degli iracheni nei confronti del confessionalismo, ma non vanno d’accordo fra loro: entrambi vogliono fare il premier. Una speranza l’ha data Washington, che ha proposto ai due rivali di alternarsi, due anni ciascuno, alla guida del paese.
 
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