Atlantide
28.06.2010 - 19:02
Analisi
 
G8: attese e risultati del vertice
Roma, 28 giu 2010 19:02 - (Agenzia Nova) - Tra gli eventi dell’ultima settimana non vi è dubbio che un posto di assoluto riguardo lo meritino i due summit internazionali svoltisi tra venerdì e domenica in Canada. Le attese erano importanti. Era noto, ad esempio, come i canadesi avessero immaginato la loro presidenza di turno del G8 come un momento di riflessione e rilancio del club, lo scorso anno uscito alquanto malconcio dal confronto con il G20 sostenuto dal presidente Usa Barack Obama e dall’allora premier britannico Gordon Brown, che lo dirigeva pro-tempore.

In effetti, già convocando il vertice del G20 ad immediato ridosso di quello del G8 ed in territorio canadese, malgrado la presidenza di turno del più ampio raggruppamento fosse detenuta dalla Corea del Sud, si era inteso in qualche modo cercare di attenuare la competizione tra i due fori, evidente lungo tutto l’arco del 2009, e soprattutto cercare di trasformare il G8 in una sorta di riunione di coordinamento preventivo delle posizioni dei principali paesi occidentali e della Russia in vista della convocazione del più largo raggruppamento. Di qui, anche la cancellazione disposta da Ottawa degli appuntamenti legati al cosiddetto outreach, o G8+5, un esercizio di cui erano parte Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica, nonché l’estrema compressione dei format di dialogo con i paesi africani più sviluppati del Nepad. Per restituire rilevanza al G8, il Canada aveva inoltre reso nota da mesi l’intenzione di riqualificarne l’agenda, rendendola meno economica e più politica.

Gli sforzi dei canadesi, al cui successo avevano interesse anche l’Italia e la Francia, oltre alla Gran Bretagna ed alla stessa Germania, hanno dato esiti non del tutto deludenti. Il G8, infatti, è riuscito a conservare una propria visibilità ed incisività e, almeno secondo il premier di Ottawa, Stephen Harper, non dovrebbe essere soppiantato dal G20 nell’immediato. Com’era negli auspici della presidenza di turno canadese, gli argomenti politici hanno occupato parte cospicua delle discussioni. Soprattutto hanno dominato i dibattiti sfociati in prese di posizione condivise. Gli Otto grandi, infatti, hanno espresso unanime preoccupazione nei confronti delle ambizioni proliferatorie dell’Iran e della Corea del Nord, paesi che sono stati invitati ad una maggiore trasparenza, al rispetto dei diritti umani e ad astenersi da provocazioni come l’attacco condotto dalla Marina di Pyongyang contro la corvetta Cheonan, appartenente alla flotta di Seul, silurata e affondata il 26 marzo scorso. A questo proposito, vale la pena di sottolineare anche l’allarme generato dalla dichiarazione resa al margine del vertice da Silvio Berlusconi, secondo il quale al G8 tutti i capi di stato e di governo presenti avrebbero espresso il presentimento di un imminente attacco preventivo israeliano all’Iran.

Si è parlato, ovviamente, anche di Afghanistan e di Medio Oriente, seppure la dichiarazione conclusiva del summit non abbia lasciato trasparire alcun elemento significativo di novità. Gli Otto hanno incoraggiato afgani e comunità internazionale a proseguire nel percorso che deve condurre Kabul all’instaurazione di uno stato di diritto capace di autodifendersi e sradicare la corruzione, mentre un invito è stato rivolto alle autorità palestinesi ed israeliane affinché non interrompano i negoziati indiretti e, se possibile, avviino trattative dirette per pervenire ad una pace duratura. L’azione dei commandos israeliani al largo di Gaza, che il 31 maggio scorso ha provocato la perdita di nove vite umane, è stata criticata, ma solo debolmente, mentre è stato garantito il sostegno politico alla commissione indipendente che Gerusalemme ha incaricato d’indagare sull’accaduto, raccomandandone peraltro l’apertura ad esponenti stranieri.

In qualche modo, quindi, il G8 ha ratificato una visione relativamente conservatrice delle relazioni internazionali, puntando sul mantenimento dello status quo. Le fratture in seno al G8 sono invece emerse sui temi economici, in particolare opponendo i paesi fautori di strategie di rapido contenimento dei deficit e debiti pubblici accumulati durante la recente crisi internazionale, agli stati invece preoccupati che un’azione troppo energica su questo versante possa provocare un nuovo ciclo depressivo, quello che il Premio Nobel Paul Krugman ha ribattezzato come lo scenario della “terza depressione”.

A difendere la stretta è stata soprattutto la Cancelliera tedesca, Angela Merkel. Proprio al fine di racimolare più velocemente cassa, la stessa Germania, insieme a Francia e Gran Bretagna, aveva altresì caldeggiato la proposta di sottoporre a tassazione straordinaria le banche, senza peraltro incontrare il favore degli altri membri del club, inclusa l’Italia, il cui premier ha rivendicato come un merito del nostro paese il fatto di possedere un sistema creditizio ancora saldo. Proprio a causa di questi attriti, il G8 si è concluso con un compromesso, che consentirà agli stati che lo desiderano di utilizzare delle imposte sulle banche per accelerare il proprio rientro dai passivi che ne condizionano lo sviluppo, senza però prevedere obblighi ed automatismi a carico di nessuno. (g.d.)
 
G20: successo tattico tedesco, niente accordo su nuove regole alla finanza
Roma, 28 giu 2010 19:02 - (Agenzia Nova) - Nell’ampio raggruppamento del G20 le fratture sono risultate più ampie rispetto a quelle registrate dal G8, dando ragione a quanti prevedevano le difficoltà in cui si sarebbe venuto a trovare il nuovo format, una volta superata la fase emergenziale della crisi. Dentro il G20, infatti, si è riproposto il duello tra le potenze favorevoli al rigore fiscale e quelle, invece, sostenitrici della conferma dello stimolo utilizzato lo scorso anno per far ripartire l’economia internazionale. Quest’ultima posizione è stata in particolare sostenuta dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, pur se il Congresso Usa sembra piuttosto condividere l’approccio restrittivo al problema prescelto dagli europei.

In queste condizioni, è di particolar interesse il successo ottenuto dalla Germania, che è riuscita a far passare un impegno a carico dei paesi maggiormente sviluppati del G20 a dimezzare entro il 2013 il proprio deficit pubblico in rapporto al Pil, anche se è stata concessa ad americani e canadesi una clausola nazionale di salvaguardia, che permetterà di alleggerire la politica fiscale qualora ciò risulti indispensabile ad assicurare la prosecuzione della ripresa. Tedeschi, francesi e britannici hanno invece perso la battaglia sull’imposizione di nuove tasse alle banche, esattamente come al G8, e come nel club degli Otto soprattutto in ragione dell’opposizione dei nord-americani. Stati Uniti e potenze emergenti hanno portato a casa anche l’ulteriore raccomandazione del G20 a non introdurre alcuna forma protezionistica di limitazione del commercio internazionale.

Nessun accordo è stato invece raggiunto sotto il profilo della regolazione dei mercati finanziari, come del resto lasciavano già intuire le caratteristiche di un forum privo di una chiara leadership, di cui sono parte stati aventi interessi e punti di vista che tendono a divergere anziché convergere. Le raccomandazioni formulate dal Consiglio per la stabilità finanziaria, tra l’altro presieduto dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, sono conseguentemente rimaste lettera morta, aprendo nuovi spazi per interventi legislativi nazionali e non coordinati, che non mancheranno di nuocere all’unitarietà ed efficienza del mercato globale. Nessuna nuova Bretton Woods è all’orizzonte. (g.d.)
 
L’Afghanistan dopo McChrystal
Roma, 28 giu 2010 19:02 - (Agenzia Nova) - Mentre gli scontri continuano ad intensificarsi in Afghanistan – facendo del giugno 2010 il mese più sanguinoso del conflitto iniziato nell’autunno del 2001, con quasi cento caduti tra le forze armate occidentali – il generale Stanley McChrystal, comandante delle forze Usa e Nato nel paese, è stato rimosso dall’incarico per le espressioni ingiuriose che ha rivolto a mezzo stampa contro i massimi esponenti dell’amministrazione guidata da Barack Obama. La vicenda è sorprendente sotto molti punti di vista. Innanzitutto, perché McChrystal non è stato vittima di un’imboscata tesagli da giornalisti maliziosi, ma ha invece calcato la mano avendo probabilmente calcolato attentamente gli effetti della sua iniziativa. Prima di pubblicare la sua intervista, infatti, la rivista Rolling Stone ha ricontattato il generale, chiedendo la sua autorizzazione finale.

Il gesto di McChrystal è senza precedenti e può essere spiegato soltanto in due modi: o come tentativo estremo di provocare una nuova revisione della strategia attualmente applicata dai militari occidentali in Afghanistan. Oppure come exit strategy personale del generale Usa da un conflitto che ha apprezzato come non vincibile. Delle due, questa è senz’altro l’eventualità più inquietante ed è purtroppo del tutto compatibile con il pessimismo dimostrato da McChrystal in tutte le sue più recenti apparizioni pubbliche. Alcune settimane or sono, ad esempio, nel corso di un’audizione alla Nato, il generale aveva illustrato tutte le ragioni che avevano consigliato di rinviare al prossimo autunno l’offensiva su Kandahar, originariamente prevista per giugno. Un riscaglionamento delle manovre che nelle intenzioni di McChrystal avrebbe forse dovuto indurre l’amministrazione Obama quanto meno a riconsiderare l’impegno ad avviare il ritiro delle truppe americane nel luglio 2011.

Un secondo elemento interessante è rappresentato dalle modalità stesse della rimozione del generale “ribelle”: Barack Obama ha infatti destituito McChrystal senza neanche consultare l’Alleanza atlantica e nonostante il rinnovato sostegno espresso al generale anche in extremis dal Segretario generale della Nato, Fogh Rasmussen, e da diversi esponenti di rilievo dei paesi alleati, inclusi i ministri degli Esteri italiano e tedesco. Anche Hamid Karzai si era speso per il suo trattenimento in servizio. Del tutto inutilmente. A riprova dell’evidente americanizzazione del conflitto, nulla è stato permesso agli alleati di dire, anche nella scelta relativa al successore, comunicata telefonicamente a cose fatte dal presidente Obama a tutti i capi di stato e di governo interessati dagli effetti della sua decisione.

Le preferenze della Casa Bianca sono cadute su David H. Petraeus: un elemento ulteriore d’irritualità in una procedura già di per sé eccezionale. Occupando il comando geografico probabilmente di maggior prestigio delle Forze armate americane, Petraeus è stato infatti obbligato da Obama ad accettare una retrocessione, per tornare ad occuparsi di uno specifico teatro operativo, sostituendo quello che era stato a tutti gli effetti un suo subordinato. Accettando l’offerta, il generale ha dimostrato notevole senso dello stato e dell’ubbidienza che un militare deve al potere politico: un atto di dedizione ancora più apprezzabile se si considerano i rischi di appannamento della sua immagine che Petraeus corre in Afghanistan, il peso che la nuova missione avrà sulle sue condizioni di salute (lontane dal poter essere definite ottimali) e l’ambizione di entrare in politica con il Partito repubblicano, di cui il generale è da tempo sospettato.

Tali elementi erano certamente noti anche al presidente Obama, che deve però aver privilegiato su tutto l’interesse nazionale statunitense a definire delle ragionevoli condizioni di uscita dal teatro afgano. Petraeus è di fatto una specie di “proiettile d’argento”, la pallottola con cui tentare di chiudere il conflitto una volta per tutte, e non necessariamente con una vittoria. Basterà probabilmente la conquista di condizioni onorevoli di pace, che attenuino la percezione di una sconfitta occidentale nel paese. Le aspettative per quanto potrà fare il generale sono notevoli a Washington, e grandi sono probabilmente anche le concessioni che la Casa Bianca è disposta a riconoscergli, persino allontanando i tempi d’inizio del ritiro dall’Afghanistan. Per tutti gli altri paesi coinvolti militarmente nel conflitto, è tempo però di rifare i calcoli: gli Stati Uniti sono in grande difficoltà. E bisogna evitare di esser colti di sorpresa dagli sviluppi che potranno verificarsi nei prossimi mesi. (g.d.)