Atlantide
21.06.2010 - 18:19
Analisi
 
La Cina accetta di rivalutare lo yuan
Roma, 21 giu 2010 18:19 - (Agenzia Nova) - E’ giunta inattesa la decisione delle autorità della Repubblica popolare cinese di sganciare il renminbi dalla parità fissa con il dollaro, permettendo alla divisa nazionale di Pechino di rivalutarsi rispetto alla moneta Usa. L’impatto sui mercati internazionali è stato apparentemente in linea con le aspettative della scorsa settimana: lo yuan ha infatti toccato il punto di massimo degli ultimi cinque anni nel cambio con il dollaro e gli indici di borsa hanno fatto registrare tutti delle variazioni positive. La scelta fatta dalla Cina è di grande valenza non solo economica ma anche politica, perché da tempo l’amministrazione guidata da Barack Obama stava sollecitando una rivalutazione del renminbi come strumento per avviare il riequilibrio degli scambi tra i due lati del Pacifico. In un certo senso, quindi, la svolta potrebbe essere considerata anche come un successo di Washington.

In realtà, però, le cose potrebbero anche stare diversamente. Intanto perché lo scorso anno Pechino ha modificato il proprio modello di sviluppo per facilitare il superamento della recessione internazionale, accettando di puntare maggiormente sull’espansione degli investimenti e dei consumi interni. Il corollario di questa scelta, in parte concordata con gli Stati Uniti nell’ambito del G20, in altra parte probabilmente decisa autonomamente per sottrarre la Repubblica popolare agli effetti del rallentamento della domanda mondiale, potrebbe proprio essere il passaggio dal cambio fisso ad un regime relativamente più flessibile appena perfezionato. Perché ad una Cina che importa di più potrebbe ora convenire abbassare i costi delle materie prime acquisite all’estero.

In termini puramente economici, si tratta di una scommessa certamente interessante: perché una svalutazione dello yuan pari al 20 per cento nei confronti del dollaro implicherebbe una riduzione pressoché equivalente del prezzo delle importazioni cinesi, stabilito in condizioni concorrenziali sui mercati mondiali. Mentre la ricaduta sul prezzo dei propri beni all’esportazione potrebbe essere più trascurabile, essendo calcolata da una base veramente molto bassa. In termini più semplici, i prodotti cinesi rimarrebbero competitivi perché comunque ancora molto a buon mercato, mentre il consumatore cinese beneficerebbe immediatamente di un’espansione del proprio potere d’acquisto.

La mossa merita di essere attentamente studiata anche sotto il profilo politico. Può infatti segnalare la volontà di giocare d’anticipo su una possibile decisione americana di svalutare il dollaro e comunque concorrere a determinare, più a lungo termine, condizioni favorevoli al raggiungimento di quello che a Pechino viene ormai considerato un obiettivo strategico: la fine della centralità della divisa statunitense sui mercati mondiali. La crisi dell’euro potrebbe in questo senso aver convinto le autorità cinesi che dall’Europa non verrà alcun serio contributo alla democratizzazione del sistema monetario internazionale, inducendole ad optare in favore di una mossa unilaterale. Occorrerà tuttavia verificare nelle prossime settimane entro quali limiti effettivi verrà davvero permesso al renminbi di fluttuare. (g.d.)
 
Israele allenta la morsa su Gaza
Roma, 21 giu 2010 18:19 - (Agenzia Nova) - Una novità rilevante è la decisione israeliana di dilatare sensibilmente l’elenco dei prodotti esportabili verso la Striscia di Gaza via terra, precedentemente ridotta ad un centinaio di voci di prima necessità. Lo Stato ebraico manterrà ovviamente il regime di rigorosi controlli stabilito per evitare che nei territori dominati da Hamas possano essere fatte entrare delle armi ed è possibile che all’Autorità nazionale palestinese venga anche riconosciuto un ruolo significativo nella gestione del sistema. L’intento del governo di Gerusalemme sembra chiaro: si tratta di ribaltare il disastroso impatto mediatico dello scontro in alto mare tra i commando israeliani e la flottiglia pacifista guidata dalla motonave turca Mavi Marmara.

In effetti, rimarranno a questo punto ermeticamente chiusi soltanto i valichi tra la Striscia e l’Egitto e, ovviamente, la frontiera marittima. Essendo quest’ultima avvicinabile da una quantità di paesi non confinanti, è prevedibile che proprio il limite delle acque territoriali israelo-palestinesi continuerà ad essere il punto contro il quale gli stati intenzionati a determinare il collasso dell’embargo decretato contro Gaza concentreranno i loro sforzi. Tentativi di violare il blocco navale sono già stati annunciati dallo Hezbollah libanese e dall’Iran, anche se Teheran ha più volte rinviato la partenza del convoglio che avrebbe già dovuto raggiungere il Mediterraneo.

Ben difficilmente, peraltro, una mossa degli sciiti iraniani o libanesi avrebbe a questo punto il medesimo impatto del raid sulla cosiddetta “Flottiglia della Pace”, sempre ammesso che americani ed israeliani permettano che la sfida si riproponga proprio sottocosta. A questo proposito, suscitano curiosità ed apprensione le voci relative al transito di naviglio militare statunitense ed israeliano attraverso Suez. Il target di questa flotta potrebbe infatti essere proprio il raggruppamento d’imbarcazioni iraniane che dovrebbe risalire il Mar Rosso dal Golfo di Aden, in modo tale da perfezionarne l’intercettazione al riparo da sguardi indiscreti. L’Egitto favorirebbe l’operazione. (g.d.)
 
Afghanistan: la situazione di deteriora ulteriormente
Roma, 21 giu 2010 18:19 - (Agenzia Nova) - La situazione in Afghanistan non accenna in alcun modo a migliorare. Nel breve volgere di pochi giorni, a questo riguardo si sono pronunciati sia il governo di Kabul che le Nazioni Unite. Secondo il ministro degli Interni afgano ad interim, Munir Mangal, soltanto nove dei 364 distretti in cui è diviso amministrativamente l’Afghanistan potrebbero attualmente esser considerati sicuri, mentre in oltre metà dei seggi che si conta di allestire per le elezioni politiche del prossimo autunno – 3.840 su 6.835 per la precisione – sarebbero attesi significativi problemi di sicurezza.

Le Nazioni Unite hanno invece evidenziato l’ulteriore incremento quantitativo degli attacchi condotti dalla guerriglia utilizzando ordigni improvvisati o ricorrendo all’impiego di terroristi suicidi. Si tratta di dati del tutto in linea con l’impressione generata dal susseguirsi di notizie negative provenienti da quel teatro dall’inizio del 2010. In effetti, il mese di giugno potrebbe concludersi anche con 60-70 caduti tra le fila dell’Isaf, mentre le vittime nei ranghi dell’esercito e della polizia nazionale afgana sono generalmente dei multipli. Questa evoluzione sembra oltrepassare significativamente il deterioramento iniziale atteso come effetto del cambio di strategia deciso dagli americani lo scorso anno.

Il fatto è che gli Stati Uniti e l’Alleanza atlantica continuano a trattare il conflitto come una forma d’insurrezione controllabile tramite l’applicazione di un approccio centrato sulla difesa della popolazione, senza poter contare su alcuni elementi decisivi, come la forza e la credibilità del governo locale e la neutralità degli stati vicini. L’Afghanistan è invece ormai un campo di battaglia complesso e multidimensionale in cui si confrontano opposte coalizioni. E’ tale in effetti anche la costellazione che si fa di fatto guidare sul campo dalla Shura di Quetta, diretta dal mullah Omar, che annovera nei suoi ranghi anche i terroristi uzbeki del Movimento islamico dell’Uzbekistan e soprattutto è assistita nell’elaborazione delle proprie strategie da settori più o meno deviati dell’intelligence e delle forze armate pachistane. Il dato probabilmente più grave delle ultime settimane è l’ulteriore allontanamento del presidente Hamid Karzai dai tagiki dell’Alleanza del nord, dei quali è stato recentemente silurato l’esponente più in vista, quell’Amrullah Saleh che ha diretto i servizi di Kabul fino a pochi giorni or sono, e dalle stesse nazioni della coalizione internazionale.

Sembra che Karzai intenda nuovamente vestire i panni del campione pashtun in grado di reintegrare i talebani e raggiungere un accordo con Islamabad. Ciò che importa, di tutto questo, non è il fatto che i piani e le percezioni del presidente afgano siano o meno realistici, ma la circostanza che stiano guidando le sue scelte. Karzai, si dice, non crederebbe più né alla vittoria occidentale né ad una prolungata presenza delle nostre truppe nel suo paese. Per questo starebbe cercando di riciclarsi come uomo amico del Pakistan. Difficile che ad Islamabad questa svolta tardiva sia però considerata sincera. E’ invece probabile che questi passaggi incrinino ancor più il disegno di controffensiva immaginato a Washington nello scorso dicembre. Tanto più che il progetto di ripulire la provincia di Kandahar è già stato rinviato a tempi migliori, stanti i problemi riemersi recentemente nello Helmand. (g.d.)