Mezzaluna
18.06.2010 - 11:22
Analisi
 
Iran: l’opposizione è debole, ma le sanzioni potrebbero incrinare il consenso
Roma, 18 giu 2010 11:22 - (Agenzia Nova) - Il primo anniversario delle elezioni presidenziali iraniane è passato, come previsto, senza grandi manifestazioni di protesta, né eventi di particolare rilevanza, a parte alcuni arresti tra gli studenti e un’aggressione ai danni dell’ex candidato riformista, Mehdi Karroubi. Il regime ha dunque dimostrato di essere padrone della situazione, una supremazia testimoniata anche dalla rinuncia dei leader del’Onda verde ad organizzare qualsiasi protesta di massa. Un atteggiamento che ha rivelato la sostanziale debolezza di un movimento che solo un anno fa era riuscito a sorprendere il mondo, mobilitando folle oceaniche, scese nelle piazze di tutto il paese per contrastare la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad.

Secondo molti osservatori, l’oggettivo ridimensionamento dell’opposizione sarebbe dovuto principalmente alla repressione esercitata dai guardiani della rivoluzione islamica ed agli arresti e le condanne inflitte a numerosi militanti democratici. Per un analista politico attento alle vicende iraniane, come Reza Isfandiari, le regioni vere sono però ben altre: “Tutti gli indizi indicano che i risultati del voto (delle presidenziali del giugno 2009) erano autentici, che in Iran la maggioranza della popolazione sostiene il regime, e che il fallimento dell’Onda verde è da attribuire alla sua incapacità di superare la cerchia dell’élite politica che rappresenta, ed il ceto medio che ne rappresenta la base”.

Ma anche se i conservatori del regime sentono di aver avuto la meglio sull’opposizione interna, l’Iran comincia a sentire il peso di un isolamento internazionale paragonabile a quello subito dopo la rivoluzione khomeinista del 1979. I grandi dell’Occidente, infatti, sono riusciti a convincere paesi tradizionalmente “amici” di Teheran, come Russia e Cina, a sottoscrivere nuove e severe sanzioni contro il regime iraniano. Anche se gli ayatollah di Teheran ostentano sicurezza e parlano con spavalderia delle sanzioni, affermando che finiranno nella “pattumiera”, è innegabile che il paese stia andando incontro a serie difficoltà economiche.

Tra il 2007 e il 2008, l’Iran ha potuto contare sugli importanti introiti garantiti dall’esportazione dei petrolio. Il prezzo del barile, schizzato fino a un picco di 150 dollari, ha dato al regime la possibilità di mantenere importanti sussidi alle classi più povere, che rappresentano la vera base politica e popolare di Ahmadinejad. Ma le nuove sanzioni, aggiunte all’isolamento politico ed economico, rischiano ora di recare seri danni al commercio estero dell’Iran anche a livello regionale. Escludendo il petrolio, nel 2008 l’interscambio commerciale della Repubblica islamica con i 5 più grandi paesi asiatici ha raggiunto quasi il miliardo di dollari, cifra che ora – se le sanzioni verranno applicate – rischia di crollare ai livelli del 2001, quando l’interscambio ammontava a 500 milioni di dollari. Attualmente i maggiori importatori di merci iraniane sono Iraq, Afghanistan ed Emirati Arabi Uniti.

L’economista iraniano Wali Nasr, nel suo libro “Ascesa della nuova classe media nel mondo islamico” (2009), scriveva che “la grande battaglia per l’anima dell’Iran – e per il destino dell’intera regione – non sarà sulla religione, né sulle confessioni, ma sul libero commercio e sul capitale”. Riflessione che spiega quanto siano rilevanti gli effetti delle sanzioni economiche sul paese mediorientale. Oggi il prodotto interno lordo iraniano è di circa 320 miliardi di dollari, al livello cioè di uno stato Usa come il Massachusetts che conta 6,5 milioni di abitanti rispetto ai circa 75 dell’Iran. Teheran, ufficialmente, spende per i suoi armamenti 6 miliardi di dollari, la metà di quel che spendono paesi come Israele e Turchia, oppure i piccoli emirati del Golfo. Un’economia, insomma, non in grado di competere neanche a livello regionale, altro che sfidare grandi potenze come gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

I falchi di Teheran insistono quindi nel voler ottenere la tecnologia nucleare, non necessariamente per possedere un arsenale di armi atomiche. Ambiscono ad essere, se non una minaccia, almeno un regime difficilmente attaccabile, raggiungendo uno status che costringa l’occidente e i ricchi paesi del Golfo a riconoscere l’Iran come una “grande potenza”. Il permanere della “minaccia del nemico straniero” favorisce la saldatura tra gli ayatollah, i pasdaran e l’esercito, e mette in difficoltà ogni forma d’opposizione al regime. Questa saldatura, tuttavia, potrebbe rivelarsi insufficiente se il regime delle sanzioni internazionali funzionasse, facendo esplodere le contraddizioni sociali all’interno del paese. (a.f.a.)