Atlantide
15.06.2010 - 19:29
Analisi
 
Gaza: dal blitz alla guerra d’attrito
Roma, 15 giu 2010 19:29 - (Agenzia Nova) - Come è noto, al blitz delle forze speciali israeliane contro la flottiglia pacifista, scattato alle prime ore del 31 maggio e costato la vita a non meno di nove persone, ha fatto seguito una complessa serie di sviluppi politici. In primo luogo, il successo mediatico ottenuto dal tentativo di rottura del blocco navale imposto intorno alla Striscia di Gaza ha indotto le organizzazioni pacifiste a ritentare il colpo. Ne è derivata la missione dell’imbarcazione irlandese Rachel Corrie, che tuttavia ha avuto esiti notevolmente differenti, soprattutto per l’autodisciplina dimostrata da entrambe le parti al momento della verità.

Da un lato, i pacifisti della Corrie non hanno opposto resistenza, né alle motovedette israeliane che hanno circondato la loro nave, né ai militari che poi l’hanno abbordata, assumendone il controllo e scortandola sino al porto di Ashdod. Dall’altro, a nessun soldato israeliano hanno questa volta fatto difetto i nervi. Non si è quindi verificato alcun incidente significativo, anche se siti influenti come Debkafile avevano lasciato trasparire la possibilità che il battello irlandese potesse far scalo in Turchia per imbarcarvi armi e forse ottenere addirittura una scorta militare da parte della Marina di Ankara.

Fortunatamente, non è accaduto nulla del genere, ma il semplice fatto che timori simili siano potuti affiorare a Gerusalemme la dice lunga sullo stato di precarietà toccato dai rapporti bilaterali turco-israeliani, ormai al livello minimo da diversi decenni a questa parte. Questo percorso non pare purtroppo sul punto di essere invertito. Si moltiplicano anzi i segni che inducono a considerare irreversibile la scelta di riallineamento strategico fatta dal governo islamico al potere in Turchia.

Il 7 giugno, una fonte non trascurabile come il quotidiano Haaretz ha evidenziato le conseguenze avverse ad Israele del cambio recentemente intervenuto ai vertici dell’intelligence turca, alla quale è stato messo un fedelissimo del premier Recep Tayyip Erdogan, tal Hakan Fidan, con il duplice compito di porre fine alla collaborazione con i servizi di Gerusalemme e rendere più stretto il controllo dell’esecutivo di Ankara su ciò che resta di kemalista tra gli alti gradi delle Forze armate. Due giorni dopo, il 9, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, ha addirittura imputato alle chiusure dell’Unione europea la responsabilità ultima per quanto sta accadendo ad Ankara, dimostrando che anche all’interno dell’amministrazione guidata da Barack Obama è ormai forte la sensazione che qualcosa d’irreversibile si stia verificando.

E’ quindi presto per considerare chiuso il fronte di Gaza, tanto più che l’accresciuta attenzione internazionale verso lo scacchiere mediorientale non ha mancato d’infondere nuova determinazione in chi intende fare qualcosa di eclatante per porre in difficoltà Israele e costringerlo ad una nuova mossa falsa. Sempre nella mattina del 7 giugno, ad esempio, un gruppo di uomini rana armati, presumibilmente appartenenti ad Hamas, ha tentato di lasciare la Striscia per penetrare via mare all’interno del territorio israeliano e realizzarvi un attentato. Sono stati tuttavia intercettati dalle Forze armate dello stato ebraico, perdendo in uno scontro a fuoco non meno di quattro uomini.

Poco più tardi, la Mezzaluna iraniana ha reso nota la propria intenzione di organizzare un convoglio di almeno tre motonavi cariche di aiuti umanitari per la popolazione di Gaza. Ed i pasdaran si sono offerti di garantir loro un’adeguata scorta armata. La crisi quindi, lungi dall’esaurirsi, prosegue e si complica, anche se poco si sa del tragitto delle imbarcazioni iraniane ed ancor meno sui loro tempi di arrivo. In ballo, ormai, non ci sono più soltanto il futuro dei palestinesi e dello stato ebraico, ma altresì il destino delle ambizioni della Turchia e dell’Iran, che competono ormai apertamente per lo status di paese guida del mondo islamico.

Teheran ha perso a vantaggio di Ankara il primo round ed è probabile che adesso cerchi la rivincita. L’entrata in scena dell’Iran a Gaza, in effetti, non stupisce che per il suo carattere tardivo. L’attuale regime iraniano non può infatti permettersi di cedere alla Turchia il monopolio della difesa della causa palestinese, che agli occhi del presidente Mahmoud Ahmadinejad è l’unico strumento di cui disponga la Repubblica islamica in grado di oscurare la sua adesione ad un Islam scismatico minoritario come quello sciita, e quindi di alimentare la sua ambizione ad ottenere una posizione di leadership all’interno del mondo musulmano.

Al blitz iniziale tentato dalla Gaza Flotilla con il probabile sostegno turco, si sta sostituendo così una specie di campagna di attrito, che mira a logorare i nervi della classe dirigente israeliana. Ciascuno cercherà di mettere a segno il colpo del ko e di rivendicare a sé il merito esclusivo della vittoria. Proprio la logica della competizione sullo stesso terreno, cioè per la conquista delle opinioni pubbliche nei paesi musulmani, spiega peraltro anche perché Ankara e Teheran siano costrette a sviluppare politiche parallele ed evitino accuratamente di delegittimarsi reciprocamente. Per la Turchia, indebolire l’Iran con un’azione plateale equivarrebbe a tradire gli interessi dell’Islam politico ed è possibile che anche la dirigenza persiana interpreti il contesto nella stessa maniera.

Un fatto di rilievo maturato negli ultimi giorni - e venuto allo scoperto proprio in coincidenza con l’arrivo in prossimità di Gaza della Rachel Corrie - è rappresentato dal nuovo attivismo della diplomazia statunitense, che potrebbe essere una riprova delle crescenti preoccupazioni di Washington per quanto sta avvenendo nei pressi di Gaza e, più in generale, in tutto il Medio Oriente. In effetti, il compito dell’amministrazione Obama era questa volta più facile, essendo coinvolti soltanto malleabili cittadini di una nazione amica come l’Irlanda.

I nodi veri dovrebbero palesarsi comunque quando saranno gli iraniani, sempre che non vengano indotti in qualche modo a fermarsi prima, a presentarsi davanti alla Striscia di Gaza. Lì, gli americani non potranno verosimilmente più mediare, e dovranno scegliere dove schierarsi: con o contro gli israeliani. Nel primo caso, le speranze di pace sarebbero destinate a rafforzarsi. Nel secondo, a diminuire drasticamente. (g.d.)
 
Afghanistan: l’assemblea tribale si conclude con un nulla di fatto
Roma, 15 giu 2010 19:29 - (Agenzia Nova) - La grande assemblea tribale che doveva consacrare in Afghanistan l’apertura del presidente Hamid Karzai alla resistenza armata si è conclusa il 4 giugno con pochissimi elementi di novità. Più volte rinviata, da ultimo dal 29 maggio al 2 giugno, la Loya Jirga era stata anticipata dal fallimento delle trattative condotte con gli emissari dell’Hibz-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar e dalla rinuncia a parteciparvi del capo dell’opposizione legale al governo, Abdullah Abdullah. Di tutta l’operazione, gli uni avevano contestato l’impossibilità di discutere apertamente del termine della presenza militare internazionale in Afghanistan, mentre il leader tagiko sconfitto alle presidenziali della scorsa estate ne aveva stimato scarse le probabilità di successo e precostituiti i risultati.

In effetti, la montagna ha partorito il topolino. Si sono verificati anche gravi incidenti, come l’attacco neo-talebano a Kabul che ha costretto lo stesso presidente Karzai ad interrompere il proprio discorso inaugurale. Anche se i lavori dell’assemblea tribale sono rapidamente ripresi, il segnale di vitalità e d’indisponibilità dato concretamente dalla guerriglia ha infatti ulteriormente diminuito la valenza dell’appuntamento. La Jirga della pace è sfociata comunque nell’adozione di un documento conclusivo, peraltro non vincolante per l’esecutivo, in cui si rinnova la richiesta di esplorare la possibilità d’intavolare trattative con l’opposizione armata. Contestualmente, è stato raccomandato a Karzai qualche gesto distensivo nei confronti dei neo-talebani rinchiusi nelle carceri governative.

In effetti, ad immediato ridosso dell’Assemblea tribale, il presidente afgano ha invitato la magistratura nazionale a riconsiderare le posizioni di molti detenuti appartenenti al movimento diretto dal mullah Omar, o comunque legati a suoi fiancheggiatori. Ma c’è dell’altro. Karzai ha licenziato in tronco sia il suo ministro dell’Interno che il potente direttore tagiko dei servizi di sicurezza, Amrullah Saleh, entrambi ritenuti di fiducia degli americani ed il secondo anche strettamente legato ad Abdullah Abdullah. Pare che il presidente afgano si sia risolto alla mossa perché è sempre più convinto dell’impotenza militare alleata e della necessità di aprirsi nuove strade.

Le speranze che tutto ciò possa accelerare l’avvio di un negoziato vero sono però minime. Perché ogni gruppo armato di dimensioni significative pretende come pregiudiziale che sia accolta la richiesta di espellere le forze armate occidentali dal paese, segno evidentissimo della volontà di riportare un successo completo sull’attuale compagine governativa insediata a Kabul. Per questo, le ostilità sono destinate a continuare. Giugno avrebbe dovuto essere il mese prescelto per l’avvio della seconda parte di quell’Operazione Moshtarak che aveva interessato in febbraio e nel marzo scorso il distretto di Marija, nello Helmand. A questo scopo, truppe americane, canadesi e britanniche erano anche state ridistribuite sul terreno in modo tale da accentuare la pressione nella provincia di Kandahar. E si era altresì osservata un’intensificazione degli omicidi mirati diretti ad eliminare i quadri intermedi della guerriglia.

Nella scorsa settimana, invece, il comandante delle forze alleate in Afghanistan, Stanley McChrystal, ha formalizzato alla Nato la sua decisione di sospendere per il momento l’offensiva, a causa delle permanenti difficoltà incontrate nello Helmand. Ha indotto ad una riflessione anche il pesante bilancio di alcuni giorni di scontri. Ben 13 militari occidentali sono infatti caduti nell’arco dei primi due giorni della scorsa settimana ed altri hanno fatto seguito.

La coperta è evidentemente rimasta troppo corta, a dispetto del surge: molte zone liberate dalla presenza neo-talebana alla fine dello scorso inverno sono già state recuperate dai simpatizzanti del mullah Omar. Un crescente pessimismo inizia a trasparire anche dalle pubblicazioni del Pentagono. L’Afghanistan non è l’Iraq. Conservare ciò che si conquista si sta rivelando più difficile che mai. E non aiuta neanche il complessivo indebolimento politico degli Stati Uniti, che è un fenomeno globale ormai avvertito anche in Afghanistan. (g.d.)