Mezzaluna
10.06.2010 - 12:58
ANALISI
 
Crisi di Gaza: la moderata reazione araba aiuta Israele
Roma, 10 giu 2010 12:58 - (Agenzia Nova) - L’attacco israeliano alla flottiglia che recava aiuti alla popolazione palestinese di Gaza, sferrato il 31 maggio scorso in acque internazionali, ha avuto pesanti conseguenze sui rapporti tra Ankara e Tel Aviv. Già deteriorate, le relazioni tra i due paesi sembrano ora essere sull’orlo della rottura. I dissidi tra Israele e l’amministrazione del presidente Usa Barack Obama, provocati dall’ampliamento della colonizzazione ebraica in Cisgiordania, si sono approfonditi. L’Europa continua a criticare il governo di Tel Aviv, assumendo toni meno concilianti. Tutto, insomma, sembra spingere la comunità internazionale a chiedere a Israele la revoca dell’embargo di Gaza. Sorprende, quindi, la moderazione mostrata dai paesi arabi, aldilà delle prevedibili proteste di piazza.

I governi arabi hanno condannato fermamente e protestato con durezza per il sanguinoso assalto israeliano alla “flottiglia della pace”. L’opinione pubblica di quei paesi è del resto da sempre ostile allo stato ebraico. Al di fuori di Siria, Qatar, Algeria e Sudan, tuttavia, nessun paese arabo ha chiesto il ritiro dell’iniziativa araba di pace offerta ad Israele. Non solo, ma la riunione convocata d’urgenza dalla Lega araba non ha revocato neanche il mandato attribuito al presidente dell’Anp, Abu Mazen, per condurre trattative indirette con Israele.

La realtà è che, aldilà degli evidenti danni d’immagine, Israele sta operando in un contesto strategico vantaggioso dettato da due regioni di vitale importanza per i paesi arabi moderati laici e sunniti: la paura dal programma nucleare dell’Iran sciita e l’ostilità di fondo verso il fondamentalismo islamico di Hamas. A questa considerazione bisogna aggiungere il fatto che i nemici regionali d’Israele sono così profondamente divisi tra di loro, e hanno relazioni così tanto diverse con lo stato ebraico, da non consentire, almeno nel breve periodo, il costituirsi di una efficace coalizione anti-israeliana.

Per capire quanto gli arabi siano profondamente divisi, basta considerare la frattura esistente tra i palestinesi stessi, separati in due fazioni ostili tra loro: Fatah che governa la Cisgiordania, ed Hamas che domina la Striscia di Gaza. Il primo movimento è laico, moderato e nazionalista, il secondo è religioso, estremista e islamico. Ciascuna delle due fazioni nutre il desiderio che l’altra subisca una sconfitta strategica. La vittoria di una parte rappresenta la sconfitta dell’altra. Ciò lascia credere che Fatah, al momento giusto, tenterà di vanificare il dividendo politico che l’attacco alla flottiglia ha garantito ad Hamas.

La divisione tra i palestinesi riflette le opinioni divergenti tra i paesi che circondano Israele: Egitto, Giordania e Siria. L’Egitto, vero centro di gravità del mondo arabo, è apertamente ostile ad Hamas ritenendo il movimento islamico come un pericolo per gli stati arabi circostanti, essenzialmente secolari. Le radici di Hamas affondano nel movimento islamico più grande d’Egitto, la Fratelli musulmana, storicamente ritenuto dal governo del Cairo come la principale minaccia alla sicurezza dello stato. Il regime del presidente egiziano, Hosni Mubarak, ha condotto politiche aggressive nei confronti degli islamici egiziani e vede Hamas come un pericolo che potrebbe riproporsi. Per queste ragioni il Cairo, pur avendo aperto parzialmente il valico di Rafah, ha mantenuto il suo blocco su Gaza.

Neanche la Giordania si fida di Hamas, per i problemi avuti in passato con i Fratelli musulmani, ma il governo di Amman non vede di buon occhio nemmeno i palestinesi della Cisgiordania, considerandoli potenzialmente destabilizzanti per il regno Hashimita, dal momento che l’80 per cento della popolazione della Giordania è palestinese. Retorica a parte, dunque, i giordani considerano con disagio i palestinesi e, nonostante l’annosa ostilità israelo-palestinese, Amman, così come il Cairo, non rinuncerà al trattato di pace con Israele.

La Siria, da parte sua, è molto più interessata al Libano che non ai palestinesi. Il sostegno offerto da Damasco ad Hezbollah – assieme all’Iran – ha più a che fare con il desiderio della Siria di dominare il Libano che non con l’aspirazione di Teheran a mantenere una costante minaccia contro Israele. Gli scontri tra Hezbollah e Israele, infatti, provocano puntualmente il nervosismo di Damasco e l’aumento della tensione tra Siria ed Iran. Inoltre, pur essendo violentemente anti-israeliano, Hezbollah è un movimento sciita libanese, mentre la maggior parte dei palestinesi sono sunniti: un elemento da non sottovalutare.

I sauditi ed i ricchi emirati della penisola arabica, infine, sono troppo preoccupati dalla minaccia nucleare degli ayatollah di Teheran per prendere una posizione che favorisca un alleato della Repubblica islamica come Hamas.

La passività mostrata dai paesi arabi di fronte all’attacco israeliano, coincide paradossalmente con la decisa azione dell’Occidente per levare, o almeno alleggerire, il blocco della Striscia. La perdita del controllo su Gaza, per gli israeliani, sarebbe uno sviluppo di gran lunga più pericoloso, rispetto all’ostilità che le sue azioni militari provocano nei paesi arabi e nel resto del mondo. Più aumenta l’indipendenza di Gaza, maggiore è la minaccia per Israele.

D’altra parte, il ruvido controllo che Israele esercita sulla Striscia, e dunque su Hamas, è qualcosa che l’Anp in un certo senso sostiene. L’Egitto partecipa anzi al blocco, avendo levato solo parzialmente, e solo dopo l’attacco alla flottiglia, l’embargo in vigore da molti mesi. Anche la Giordania è rassicurata dal contenimento di Hamas, mentre la Siria pare piuttosto indifferente. Gli stati agiscono in base ai rischi e ai vantaggi che possono ottenere. Alla fine, le divisioni e gli interessi dei principali attori arabi hanno per effetto quello di mettere almeno in parte al riparo lo stato ebraico dalle critiche dell’opinione pubblica occidentale. (a.f.a.)