Atlantide
09.06.2010 - 12:42
Analisi
 
Medio Oriente: verso un nuovo equilibrio geo-strategico
Roma, 9 giu 2010 12:42 - (Agenzia Nova) - L’attacco israliano alla “Flottiglia della pace” potrebbe rivelarsi uno spartiacque geo-strategico e segnare l’emergere di un nuovo equilibrio euro-asiatico. L’episodio cade in un momento di grande incertezza del quadro internazionale. La leadership degli Stati Uniti appare fortemente indebolita. Washington sembra infatti incapace di contrastare l’espansionismo cinese e di fermare la corsa iraniana al nucleare, ed è impegnata soprattutto nella ricerca di un disimpegno da Iraq e Afghanistan. Il presidente Barack Obama ha fissato tempi assai brevi per il ritiro, che potrebbe determinare il forte rafforzamento dell'influenza iraniana in tutto il Medio Oriente.

Teheran ha influenza sui tagiki afgani, con cui condivide la lingua, ha una fortissima presenza in Iraq, paese a maggioranza sciita, ha buone relazioni con la Siria, finanzia ed arma le milizie di Hezbollah in Libano e di Hamas nella Striscia di Gaza. La retorica violentemente anti-israeliana ed anti-occidentale ha accresciuto l’autorevolezza del presidente, Mahmoud Ahmadinejad, presso le masse musulmane, anche sunnite. Il programma nucleare iraniano conferma l'aspirazione del regime alla leadership del Medio Oriente, ed imprime urgenza ad ogni eventuale volontà d'intervento.

In questa situazione, l'amministrazione Usa ha continuato a premere sul governo israeliano affinché avviasse negoziati di pace il cui approdo dovrebbe essere la nascita di uno stato palestinese. Con Gaza in mano ad Hamas ed un leader debole come Abu Mazen in Cisgiordania, è comprensibile che Israele abbia fatto il possibile per evitare d'impegnarsi. Aldilà della generale indignazione per la strage, con l’assalto alle navi Israele ottiene di far saltare il tavolo negoziale.

La Turchia, sotto la guida del suo premier islamico moderato, Recep Tayyip Erdogan, ha mostrato l’ambizione di contendere agli iraniani la leadership del Medio Oriente, e ne ha la possibilità. Il paese ha oltre 70 milioni d’abitanti, poco più del’Iran, ma al contrario di Teheran ha una borghesia intraprendente, un’economia vivace e possenti Forze armate convenzionali: le seconde della Nato, dopo quelle Usa.

Per perseguire il suo obiettivo, tuttavia, Ankara si deve affrancare da una troppo stretta tutela Usa, e dunque piegare i vertici delle proprie Forze armate, costituzionalmente impegnati a difendere l’eredità kemalista e politicamente vincolati a preservare l’ancoraggio turco all’Atlantismo. Il processo avviato dalla magistratura contro “Energekon”, la “gladio turca”, risponde anche a questa esigenza, mettendo sotto accusa decine di alti ufficiali.

C’è un’altra condizione che Ankara deve soddisfare per poter aspirare alla leadership mediorientale: la costruzione di una credibilità anti-occidentale e, ancor più, anti-israeliana, da poter spendere con l’opinione pubblica islamica. Membro della Nato, la Turchia è l'unico paese musulmano con cui Israele abbia un'alleanza militare. Da qualche mese Erdogan ha dunque iniziato a cambiare toni con Israele. Consentire la partenza di navi turche, perché tentino di forzare il blocco di Gaza, serve ad accelerare il processo.

In effetti, la durissima reazione di Erdogan all’attacco contro la flottiglia, viene accolta con entusiasmo dall’opinione pubblica musulmana, e palestinese in particolare. E’ il primo importante passo per sottrarre influenza all’Iran. Se vuole conquistare la leadership mediorientale, la Turchia deve infatti eliminare l’Iran come concorrente. E’ un progetto che Israele può condividere. Che può favorire, anzi.


Russia, Europa e Stati Uniti

Nell’ultimo anno è risultato sempre più evidente l’asse strategico costituito dalla Russia da una parte, e da Germania, Italia e Francia dall’altra. Un’alleanza che, a partire dallo sfruttamento delle risorse energetiche e dall’apertura del mercato europeo dell’energia, punta ad integrare Mosca nel sistema economico e – in seguito – politico europeo.

Dopo la presidenza di George Bush senior, gli Stati Uniti hanno invece abbandonato l’idea d’integrare la Russia nel sistema politico, economico e militare dell’Occidente, cercando piuttosto di ridurre definitivamente la potenza della Russia, sottraendole il controllo delle risorse energetiche dell’Asia centrale. Una politica che ha spinto Mosca a difendere strenuamente il suo spazio d’influenza, e ad avvicinarsi alla Cina.

Un rapporto insidioso, per la Russia, che ha enormi regioni ricche di risorse naturali ma spopolate, e patisce da anni un drammatico calo demografico. L’immigrazione cinese è già forte in diverse regioni a ridosso della Repubblica Popolare, e se si aprissero le frontiere la pressione diventerebbe irresistibile. Senza nulla concedere alla Cina, dunque, Mosca stringe l’asse strategico con i tre grande paesi dell’Europa continentale, ed inizia a “blindare” la sua zona d’influenza.

Con la guerra in Georgia i russi dimostrano l’inaffidabilità del gasdotto Nabucco, il progetto voluto dagli americani per aprire una via occidentale al gas dell’Asia centrale. Con la vittoria di Viktor Janukovich in Ucraina sbarrano la strada ad ogni ulteriore espansione ad est della Nato. Con l’insurrezione di Bishkek, infine, cercano di bloccare sul nascere il progetto di portare in Cina il gas di Turkmenia e Kazakhstan.

Quanto alla Turchia, il paese non sembra più un avversario. Ankara apre all’Armenia, paese satellite di Mosca, e lo stesso Erdogan partecipa a più riprese ad incontri con Vladimir Putin, assieme all’amico Berlusconi. Si concorda anzi un gasdotto che fornisca alla Turchia il gas russo, e addirittura una sua estensione fino in Israele, poi cancellata perché Te Aviv, come ha spiegato il primo ministro Vladimir Putin, ha trovato gas nelle sue acque territoriali.


Un nuovo blocco euro-asiatico

Persa la partita per il controllo delle risorse dell’Asia centrale, gli Stati Uniti esitano tuttavia ad offrire a Mosca l’integrazione nel sistema occidentale ed un fronte comune che possa in futuro contenere l’espansionismo cinese ed il radicalismo islamico. Washington fa anzi il possibile per evitare il saldarsi dell’asse strategico euro-russo.

L’annunciato disimpegno militare degli Usa in Iraq e in Afghanistan rischia intanto di creare un’enorme area d’instabilità attorno alle principali risorse energetiche mondiali: una prospettiva che allarma gli europei quanto i regimi arabi. In questa situazione, il nocciolo duro dell’Europa, alleato alla Russia, può aver trovato un accordo con Israele e Turchia per ridisegnare la carta geo-strategica.

Una simile coalizione potrebbe far emergere un blocco euro-asiatico dotato della forza economica europea, delle risorse naturali russe e mediorientali e delle capacità militari di Russia, Israele e Turchia. Un blocco che potrebbe tentare di garantire la stabilità del Medio Oriente e dell’Asia centrale, dunque di gran parte delle forniture energetiche globali.

E’ ragionevole credere che una simile prospettiva sia ostacolata, per quanto possibile, dagli Stati Uniti, che perderebbero buona parte della loro influenza strategica sul Medio Oriente e sull’Europa. Ma anche dalla Cina, che si vedrebbe tagliata fuori dallo sfruttamento delle risorse energetiche, e dovrebbe confrontarsi non con una Russia isolata e debole, non con un’Europa ingessata dai regolamenti di Bruxelles, ma con un nuovo raggruppamento competitivo, in grado di svolgere un ruolo di primo piano a livello globale.


Il prossimo conflitto armato in Medio Oriente

Come ogni partita geo-strategica, quella in corso non si risolverà in un breve arco di tempo, e provocherà anzi, con ogni probabilità, un perdurante stato di tensione, a livello internazionale e all’interno dei singoli paesi.

Washington mantiene una formidabile capacità d’influenza in tutti i paesi interessati, con la significativa eccezione della Russia. E’ difficile che gli Stati Uniti rieleggano tra due anni un presidente debole e incerto come Obama. Il tempo a disposizione per rendere irreversibili i cambiamenti nello scenario euro-asiatico è limitato. E’ dunque possibile che una nuova guerra regionale scoppi in Medio Oriente entro l’autunno.

A dar fuoco alle polveri, stavolta, potrebbe essere un attentato contro obiettivi ebraici fuori d’Israele, o una massiccia offensiva missilistica degli Hezbollah, o magari un attacco contro una nave degli Stati Uniti nel Golfo Persico. L’importante è che la responsabilità dell’accaduto possa essere attribuita all’Iran. In questo senso, la decisione di Teheran di allestire un nuovo convoglio umanitario, atteso nelle acque di Gaza per la fine della settimana, potrebbe innescare una reazione a catena. (f.sq.)