Mezzaluna
03.06.2010 - 18:12
ANALISI
 
La finanza islamica in crescita costante, protetta dai rischi finanziari
Roma, 3 giu 2010 18:12 - (Agenzia Nova) - La grande crisi finanziaria provocata dalla “bolla immobiliare” Usa che ha travolto i mercati di tutto il mondo sembra aver avuto effetti limitati sull’economia dei paesi islamici. A fare da scudo, anche se parziale, all’economia di quei paesi è stata certamente la Finanza islamica. A partire degli anni Settanta si è diffuso nel mondo un moderno sistema finanziario basato sui princìpi della sharia (legge islamica, ndr) che proibisce il “Ribà”; ovvero quello che nel gergo bancario equivale al termine di “interesse”, con tutte le sue implicazioni tra le diverse tipologie di prestiti e crediti. Gli stati che applicano la sharia non possono accedere a prestiti erogati da istituzioni come il Fondo monetario internazionale o la Banca mondiale, poiché queste istituzioni applicano tassi d’interesse. A causa di questo impedimento, nel 1973, l’Organizzazione della conferenza islamica decise, a Lahore in Pakistan, di fondare la Banca di sviluppo islamica. Ebbe così inizio un processo che ha visto la creazione di un organismo sovranazionale in grado di contribuire allo sviluppo dei paesi islamici con “limitazioni” che, verosimilmente, li hanno tenuti al riparo della tempesta finanziaria che si è abbattuta sul resto del mondo.

La dottrina della finanza islamica impone, infatti, due divieti: quello della “al Gharar” (l’incertezza) e quello della “al Mayser” (la speculazione). L’incertezza nelle contrattazioni non è lecita, a meno che tutte le tipologie di rischio connesse alla transazione finanziaria non siano chiaramente conosciute dalla parte dei contraenti; l’incertezza si manifesta in presenza di informazioni incomplete: per l’appunto il rischio corso da milioni di investitori di tutto il mondo che hanno sottoscritto (e sottoscrivono) titoli di banche Usa senza conoscere che cosa esattamente contenevano. I divieti citati hanno un ruolo fondamentale nella definizione sia dell’assicurazione islamica (Takaful), che deve avere una struttura molto simile a un sistema mutualistico, sia degli strumenti finanziari derivati: semplici regole che evidenziano quanto sia importante per l’economia islamica il rapporto tra economia reale e mercato finanziario.

“Profit and loss sharing” (condivisione dei profitti e delle perdite) è un'altra regola escogitata per aggirare il divieto del concetto di “Ribà”, che significa anche “usura”; ovvero ricevere un ritorno determinato in anticipo su un’attività finanziaria. Il divieto di applicare la “Ribà” ha fatto sì che economisti e giuristi islamici abbiano dovuto studiare metodi alternativi per garantire un equo rapporto rischio-rendimento; da qui nasce il principio di “partecipazione/condivisione ai profitti e alle perdite”, che è un elemento caratterizzante la finanza islamica ed è alla base di contratti “musharaka” (di condivisione) utilizzati in diversi strumenti finanziari e assetti di partenariato. Le parti contraenti di una transazione finanziaria devono condividere sia le perdite che i profitti associati all’andamento di un’attività (le specifiche condizioni per chi dovrà sopportare i rischi cambieranno in base alle diverse modalità contrattuali adottate). Un ulteriore cardine della finanza musulmana è rappresentato dagli “investimenti etici”: se un musulmano desidera investire, o un fondo d’investimento islamico vuole strutturare il proprio portafoglio, può farlo soltanto nei limiti in cui ciò sia considerato legittimo dalla fede: sono dunque proibiti gli investimenti in imprese che operano in settori come quello delle bevande alcoliche, della pornografia, del gioco d’azzardo, della produzione, macellazione e distribuzione di carne suina, della produzione e trasformazione del tabacco, della difesa militare e nel caso di tutte quelle aziende che traggono profitti da interessi bancari superiori al 5 per cento, a meno che non siano destinati a scopi sociali.

Il paniere delle azioni che compongono il “Dow Jones Islamic Market” (quotato alla Borsa di New York, indice di confronto in grado di misurare le performance di panieri di titoli selezionati da comitati etici islamici), è il risultato di una sottrazione dagli indici principali di tutto ciò che non appare consono ai dettami della sharia; una volta definite le aziende ritenute “lecite” (che possono essere oggetto d’investimento da parte di fondi islamici o da parte di investitori islamici), queste vengono a loro volta filtrate per eliminare i rapporti finanziari inaccettabili: sono eliminate quelle in cui il rapporto debito/patrimonio totale sia maggiore o uguale al 33 per cento, oppure in cui la somma di cassa e di titoli che danno diritto a una parte di utile in forma di dividendo/patrimonio totale sia maggiore o uguale al 33 per cento. Oggetto d’investimento possono, ad esempio, essere le società italiane Eni ed Enel, che hanno superato i difficili parametri stabiliti dalla sharia. Oggi, le transazioni finanziarie islamiche hanno raggiunto una dimensione importante in termini assoluti (750 miliardi di dollari in asset) e il mercato internazionale finanziario islamico ha un tasso di crescita tra il 10 e il 15 per cento annuo. Il mercato delle obbligazioni islamiche “sukuk” conta circa 100 emittenti private e pubbliche e ha attualmente una dimensione di 70 miliardi di dollari. Ci si aspetta che cresca a 100 miliardi nel 2010. La finanza islamica storicamente è concentrata nei paesi del Golfo Persico, ma si è diffusa a livello internazionale sia in paesi islamici che in altri con popolazione non islamica (ad esempio, c’è un ristretto ma crescente mercato di strumenti finanziari islamici negli Usa e in Gran Bretagna), tanto che in molti paesi le istituzioni islamiche hanno assunto e stanno assumendo un ruolo di particolare importanza rispetto alle strutture tradizionali.