Atlantide
31.05.2010 - 17:51
 
 
EDITORIALE
 
Medio Oriente: l’attacco israeliano alla nave turca e i suoi probabili effetti
Roma, 31 mag 2010 17:51 - (Agenzia Nova) - Stando alle prime sommarie ricostruzioni, la flottiglia allestita da un gruppo di organizzazioni non governative filo-palestinesi che intendevano rompere il blocco navale imposto dallo stato ebraico alla Striscia di Gaza è stata attaccata alle prime ore del 31 maggio da forze speciali israeliane a circa 70 chilometri dalle coste, cioè in acque internazionali. Con tutta probabilità, l’intervento militare israeliano mirava alla conquista delle imbarcazioni, sei in totale, ed al loro trasporto successivo in un porto sicuro, dove procedere all’ispezione dei carichi e all’identificazione del personale imbarcato. Pare difficile invece che l’operazione puntasse al mero respingimento del convoglio, giacché una volta interrotto il contatto questo avrebbe potuto riprendere la rotta originaria fino alla sua destinazione.

Per motivi che debbono ancora essere chiariti, il raid si è concluso in un bagno di sangue estremamente imbarazzante per le autorità israeliane, che sono adesso chiamate a gestire le pesanti conseguenze politico-diplomatiche di quanto accaduto. Il bilancio provvisorio parla di 19 morti e 26 feriti tra gli occupanti delle motonavi civili ed almeno dieci feriti tra i militari dello stato ebraico: ciò vuol dire che, da un certo momento in avanti, l’attacco portato dai commando israeliani ha incontrato una resistenza violenta, armata. Le fonti disponibili al momento parlano di bastoni, coltelli e, soprattutto, un paio di pistole rinvenute sulla barca ammiraglia della flottiglia, ma altre ricostruzioni fanno invece riferimento ad un’arma leggera sottratta ad uno degli uomini delle Forze armate di Gerusalemme. In ogni caso, troppo poco per infliggere alle forze speciali israeliane, gente esperta che è arrivata sul bersaglio calandosi da elicotteri, il ferimento di così tante persone. Nelle prossime ore ne dovremmo sapere di più. Già nel pomeriggio, in effetti, i capi di Stato maggiore della Difesa e della Marina dello stato ebraico hanno fatto cenno alla presenza di un numero imprecisato di armi da fuoco su almeno una nave della flottiglia.

Non vi è dubbio, comunque, che il grave bilancio dello scontro sia destinato a dispiegare effetti rilevanti sugli attuali, fragilissimi, equilibri mediorientali, rendendo meno improbabile la prospettiva di un conflitto nella regione. Si può discutere se questo risultato fosse o meno pianificato sin dall’inizio della missione umanitaria concepita dalle Ong, atteso il fatto che è notissima la propensione di Tsahal a rispondere in modo più che proporzionale alle offese esterne. Che il convoglio potesse raggiungere senza intoppi la sua destinazione a Gaza deve esser stato escluso fin dal principio da qualsiasi persona avente una qualche familiarità con il pensiero ed il comportamento politico-strategico dello stato ebraico.

Pare davvero difficile che in particolare non avesse contemplato questa eventualità una personalità del calibro dello sceicco Raed Sallah, leader di spicco della comunità arabo-israeliana e quindi di certo preparato all’ipotesi di una mossa militare del governo di Gerusalemme. Il quale govenro, comunque, ha reagito come è solito fare, cioè in modo più che proporzionale, facendo esattamente il gioco dei suoi avversari, che mirano all’isolamento internazionale dello stato ebraico. E’ la logica paradossale delle strategie asimmetriche, che tendono a trasformare la superiorità militare dei loro bersagli nella loro massima vulnerabilità, riproponendo ad uso e consumo dell’opinione pubblica mondiale lo schema ideale del duello tra Davide e Golia.

Come dopo l’estate del 2006, anche questa volta gli avversari asimmetrici di Gerusalemme hanno avuto buon gioco. Israele è infatti ora certamente più solo di ieri sera, avendo posto in seria difficoltà tutti gli amici e gli alleati disponibili a sostenerne le ragioni ed ora alle prese con le reazioni di piazze per loro natura tendenti a simpatizzare con la parte percepita più debole. In questa scomoda situazione, ad esempio, si sono venuti a trovare questa mattina tutti i governi europei più vicini a quello israeliano: a partire da quelli di Francia e Germania. In imbarazzo si è venuto a trovare anche il nostro paese, per il quale hanno parlato prima il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, che ha assunto una posizione piuttosto equilibrata evidenziando come nei confronti d’Israele fosse stata preparata una provocazione dalle chiare finalità politiche, e poi il ministro Franco Frattini, che ha invece preso una posizione più simile a quella prevalente tra gli altri esecutivi dell’Unione.


La Turchia scivola verso l’Islam. Crescono i rischi di guerra

Ma gli effetti più importanti si avvertiranno certamente in Turchia e non solo perché la “Mavi Marmara”, la motonave materialmente presa d’assalto, proveniva da quel paese. L’incidente navale occorso nelle acque del Mediterraneo orientale contribuirà infatti a ridurre ulteriormente i consensi di cui dispone il partito favorevole a mantenere l’alleanza militare tra Ankara e Gerusalemme, indebolendo una volta di più il già fragile fronte kemalista che si oppone alla re-islamizzazione dello stato e della società in Turchia. E’ inoltre verosimile che anche l’Iran riesca a migliorare le proprie posizioni regionali, a tutto discapito delle forze sunnite moderate, le cui difficoltà potrebbero a questo punto aumentare sensibilmente.

E’ chiaro, quindi, che lo scenario mediorientale si è decisamente deteriorato. E’ diventato critico, in particolare, per gli Stati Uniti, che si sono rivelati completamente passivi di fronte agli eventi, per negligenza o colpevole sottovalutazione dei fatti. In effetti, Washington non ha fatto nulla di visibile ed apprezzabile per scongiurare la bravata dei pacifisti mossisi verso Gaza e non pare ora in grado di frenare la deriva in senso islamista di Ankara. In un certo qual modo, proprio per questo motivo la prospettiva di un conflitto di maggiori proporzioni è adesso ancor meno remota. Le trattative di pace, tanto quelle sponsorizzate dagli Stati Uniti attraverso la Turchia, quanto quelle incoraggiate dalla Federazione Russa, potrebbero arrestarsi del tutto.

Le opzioni a disposizione d’Israele per riportare Washington dal proprio lato si stanno drammaticamente riducendo: ecco perché un attacco unilaterale di Gerusalemme contro Teheran è adesso più probabile. La questione vera non è il controverso programma nucleare iraniano, seppure abbia un peso specifico tutt’altro che trascurabile, ma piuttosto il rapporto speciale che ha finora legato stato ebraico e Stati Uniti e sembra sul punto di spezzarsi. Persino la conferenza periodica di revisione del Trattato di non proliferazione si è conclusa la scorsa settimana a Washington con un invito ad Israele a sottoscrivere il al Tnp ed accettare le ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ai suoi impianti nucleari.

Già l’Amministrazione diretta da George Walker Bush aveva preso le distanze da Gerusalemme nello scorcio finale del suo mandato. Quella guidata da Barack Obama è adesso apertamente ostile. Di qui la crescente tentazione israeliana di far saltare il banco con una mossa militare contro la Repubblica islamica. Un passo del genere costringerebbe infatti gli Stati Uniti a schierarsi. E Washington non potrebbe certamente allinearsi al regime degli ayatollah, in un conflitto la cui posta in palio sarebbe nulla di meno che la sopravvivenza dello stato fondato da Ben Gurion.

Naturalmente, questo non vuol dire che i caccia-bombardieri di Tsahal si leveranno in volo nelle prossime ore per colpire i bersagli loro assegnati sul territorio della Repubblica islamica né, tanto meno, che i sottomarini israeliani in agguato nell’Oceano Indiano scaglino a breve i loro missili. Piuttosto, qui ci si limita a constatare che Israele ha adesso molto meno da perdere da una guerra. L’alternativa a disposizione di Gerusalemme è infatti un lungo logoramento politico-diplomatico, sopportato magari nella speranza che la fiaccola della pace in Medio Oriente venga rilevata dalla Federazione Russa. Al momento, troppo poco perché possa essere considerata una garanzia. (g.d.)
ANALISI
 
Afghanistan: verso lo scontro decisivo
Roma, 31 mag 2010 17:51 - (Agenzia Nova) - Mentre l’Italia continua a focalizzarsi sui propri problemi interni, non accennano a diminuire di frequenza gli eventi sintomatici di un grande processo di trasformazione degli equilibri politici in atto a livello planetario. Per il pubblico del nostro paese, ad esempio, l’Afghanistan è tornato ad essere un luogo statico e silenzioso, sganciato dallo spazio e dal tempo, non appena si sono conclusi i funerali del sergente e del caporalmaggiore uccisi nei pressi di Bala Murghab lo scorso lunedì 17. E tale rimarrà presumibilmente almeno fino al prossimo evento luttuoso, poco importa che in quello sfortunato paese muoia un soldato occidentale ogni 16-18 ore. Invece, in quel teatro critico ai fini della definizione dei rapporti tra l’Occidente ed il resto del mondo, si sono verificati nei giorni seguenti avvenimenti non meno significativi di quelli che hanno coinvolto il contingente italiano.

All’indomani dell’esplosione costata la vita a due nostri militari, ad esempio, un attentatore suicida ha provocato a Kabul la morte di cinque soldati americani e di un colonnello dell’esercito canadese. Ancor più recentemente, inoltre, tra il 19 ed il 22 maggio, sono finite nel mirino le due maggiori basi alleate in Afghanistan: quella di Bagram, oggetto di un assalto talebano di ampiezza significativa condotto con armi di vario calibro, e quella che ospita l’aeroporto di Kandahar. In entrambi i casi, al tentativo di penetrazione nel perimetro fortificato alleato hanno fatto seguito ore di combattimento ed il ferimento di numerosi militari occidentali.

Non è solo la triste contabilità dei morti a preoccupare, anche se ha ormai raggiunto quest’anno quota 212. A rendere particolamente importante, e sinistro, quanto è accaduto è infatti la circostanza che l’offensiva della guerriglia sembra aver anticipato l’inizio di quella da tempo annunciata dai comandi alleati: la seconda fase dell’operazione Moshtarak, avviata lo scorso febbraio nel distretto di Marija dell’Helmand e destinata a riprendere in giugno nei dintorni del capoluogo meridionale che fu di fatto la vera capitale dell’emirato talebano afgano.

Scaramucce e scontri a fuoco si sono inoltre prodotti in quasi tutte le aree che contano, dal nord al sud, provocando perdite tra i francesi e gli olandesi, nonché il ferimento di militari americani e tedeschi. Anche nelle zone sottoposte agli italiani si sono registrate delle manovre, non è chiaro se con o senza la partecipazione dei nostri militari, allo scopo evidente di dimostrare alla guerriglia che il colpo patito dagli alpini non ha fiaccato la determinazione dell’Isaf in quel quadrante. Tuttavia, ci avviciniamo certamente ad uno snodo cruciale dell’intera vicenda. Il destino della exit strategy dall’Afghanistan potrebbe infatti essere deciso nei mesi che vanno di qui sino ad agosto. E proprio nella zona di Kandahar.

Gli obiettivi perseguiti dal generale Stanley McChrystal sono in realtà limitati: il Comando centrale statunitense vuol costringere i talebani alla difensiva, in modo tale da incoraggiarli a trattare con il governo diretto da Hamid Karzai, i cui emissari in effetti stanno avendo degli abboccamenti con l’opposizione armata alle isole Maldive, una sede neutra ma davvero singolare per condurvi delle trattative che coinvolgano raggruppamenti politico-militari vicini al mondo dell’Islam politico radicale. E’ però tutt’altro certo che McChrystal vi riesca ed un sintomo di questa sfiducia è forse la stessa decisione del governo di Kabul di rinviare ulteriormente la grande assemblea tribale, o Loya Jirga, che dovrebbe predisporre le basi politiche del negoziato con i movimenti che alimentano la guerriglia.

Dall’altra parte, infatti, la shura di Quetta, diretta dal mullah Omar (o da chi per lui, se fosse davvero prigioniero dei servizi di sicurezza pachistani e da questi effettivamente impedito di guidare la rivolta, come qualche fonte afferma), appare assolutamente determinata a riprendere e mantenere l’iniziativa, nell’intento di precipitare la crisi morale del raggruppamento di potenze atlantiche che le è di fronte, in modo simile a come fecero i vietcong con la loro offensiva del Tet: che fu respinta, ma fece svanire definitivamente nel pubblico americano la convinzione che il conflitto in Indocina potesse essere vinto.

Siamo dunque in prossimità di un tornante probabilmente decisivo, cosa che dovrebbe suggerire al governo italiano non solo la conferma di tutti gli impegni presi in Afghanistan, ma altresì una comunicazione internazionalmente più efficace di quanto le Forze armate del nostro paese stanno facendo a Herat e dintorni. Il grosso del pubblico americano, britannico e canadese, infatti, ne è totalmente all’oscuro. Occorre ovviare a questo stato di cose prima che venga chiesto all’Italia di fare dell’altro, magari proprio sul fronte meridionale, o che comunque il valore del nostro apporto venga drasticamente ridimensionato. (g.d.)
 
Iran: Brasile e Turchia si mostrano sul palcoscenico globale
Roma, 31 mag 2010 17:51 - (Agenzia Nova) - E’ un segno dei tempi che cambiano il recente ingresso sulla scena mediorientale del Brasile che, insieme alla Turchia, ha raggiunto un importante accordo con Teheran che contempla lo scambio di uranio arricchito al 3,5 per cento con minerale al 20 per cento. Nel dettaglio, stando almeno a quanto si è appreso il 17 maggio scorso, la Repubblica islamica avrebbe accettato l’impegno a trasferire sul suolo turco 1.200 dei 1.500 chili in suo possesso di uranio arricchito al 3,5 per cento, in cambio della consegna entro un anno di 120 chili di uranio arricchito al 20 per cento.

Ovviamente, l’intesa ha ulteriormente ridotto i margini d’azione entro i quali si sta sviluppando l’iniziativa statunitense, per giunta proprio nel momento in cui il segretario di Stato, Hillary Clinton, rivelava al Congresso degli Stati Uniti l’esistenza di un’altra intesa con Russia e Cina per ampliare le black list in cui si articola il regime sanzionatorio applicato nei confronti dell’Iran, preannunciando altresì la presentazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di una bozza di risoluzione tendente a questo obiettivo.

Presenti in questo momento nell’alto consesso in qualità di membri non permanenti, i rappresentanti di Brasilia e di Ankara non hanno dimostrato alcun particolare entusiasmo per la posizione assunta dai “cinque grandi” in Consiglio di sicurezza, rendendo nota il 19 maggio la loro completa ostilità alla proposta presentata dagli Stati Uniti.

A complicare ulteriormente la situazione, si è infine aggiunta la richiesta della Russia a Brasile e Turchia di dimostrare come concretamente funzionerà il meccanismo concordato con Teheran. Di fatto, quindi, nella controversa questione del nucleare iraniano si sono inseriti due nuovi protagonisti, a dimostrazione di quanto gli equilibri mondiali stiano tendendo ad un riassetto su basi multipolari che vedrà significativamente diminuita l’influenza globale degli Stati Uniti e dell’intero Occidente.

In seguito al raggiungimento dell’accordo trilaterale con l’Iran - al quale non solo il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, ma altresì il premier turco Recep Tayyip Erdogan hanno dato un contributo personale decisivo - tanto Brasilia quanto Ankara hanno inoltre fatto conoscere il 18 maggio scorso la loro decisione di richiedere il sollecito allargamento ai loro rispettivi rappresentanti del vecchio gruppo dei 5+1 che negoziava con l’Iran, in modo tale da poter accrescere la loro influenza anche sugli orientamenti di questo foro.

E’ appena il caso di ricordare come del 5+1 siano parte al momento ben tre potenze europee – Francia, Gran Bretagna e Germania – e come lo scorso anno l’Italia avesse tentato inutilmente di agganciarvisi. Oggi comprendiamo meglio quanto il nostro tentativo fosse velleitario, pur appoggiandosi sul ruolo di paese presidente di turno del G8 che l’Italia stava esercitando. Nel mondo dei giganti nuovi e vecchi che si profila all’orizzonte, lo spazio per le medie potenze del nostro continente è infatti destinato a ridursi drasticamente. (g.d.)
 
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