Mezzaluna
19.05.2010 - 12:15
 
 
ANALISI
 
Mosca si riaffaccia in Medio Oriente
Roma, 19 mag 2010 12:15 - (Agenzia Nova) - Mai nessun leader russo, o sovietico, aveva compiuto una visita ufficiale in Medio Oriente. Il primato è stato stabilito dal presidente Dmitrij Medvedev il quale, il 26 maggio scorso, è atterrato all’aeroporto di Damasco alla guida di una folta delegazione, accolto con grandi onori dal suo omologo siriano, Bashar al Assad. La visita ha irritato Israele soprattutto per l’incontro avuto dal capo del Cremlino con il leader del movimento di resistenza islamica palestinese Hamas, Khaled Meshaal. I media arabi hanno letto lo storico viaggio di Medvedev come una svolta degli eredi dell’ex superpotenza sovietica che “dopo tanti anni di ripiegamento per la caduta del muro di Berlino si sono decisi a fare un’irruzione sulla scena internazionale per dire la loro sui delicati equilibri strategici in Medio Oriente”, come ha commentato la tv satellitare araba al Jazeera.

Ma davvero Mosca vuole contrastare Washington, accusata dal presidente russo di “insufficienza” nel perseguire una soluzione al conflitto arabo-israeliano? E davvero la Russia vuole “irritare” lo stato ebraico, proponendo Hamas come un interlocutore credibile con cui negoziare raggiungere la pace? Il viaggio di Medvedev in Siria, un paese che è parte integrante di quello che gli Usa chiamano “asse del male”, rappresenta davvero, come sperano a Teheran, un ritorno alla guerra fredda, oppure è guidato da una logica di espansione economica?

Joshua Keating ha scritto su “Foreign Policy” di un rapporto trapelato dal ministero degli Esteri russo secondo il quale Mosca avrebbe adottato una nuova strategia per la sua politica estera; una strategia, cioè, che privilegi “gli intereressi economici e non si basa più sul concetto di amici e nemici”.

Il viaggio del capo di stato russo in Siria e poi in Turchia si è concluso in un tripudio di promesse con la vecchia (Siria) e nuova (Turchia) “grande sorella” del Medio Oriente: “collaborazione strategica”, “multidimensionale”, tesa a costruire “una nuova fase”. La Russia, con i suoi investimenti fra Siria e Iran, paesi che gli Usa non sanno e non vogliono trattare ma che sono strategici per la sicurezza e la diplomazia nella regione; e la Turchia, che nel giro di due anni è riuscita a stabilire un’influenza ed un prestigio pressoché tentacolari in ogni paese arabo o musulmano a sud dei propri confini, anche facendo la voce grossa con Israele, suo antico alleato.

La chiave è tutta nei legami economici; legami che, per dirla con le parole di Medvedev, “sono ormai talmente estesi da rendere indispensabile una revisione dei rapporti”. Una revisione che ha portato – tra Damasco ed Ankara – ad una raffica di firme in calce a trattati di cooperazione, ed alla previsione di scambi commerciali per oltre 100 miliardi di euro, oltre all’esenzione dei visti per tutti i cittadini russi che viaggino in Turchia e in Siria, alla costruzione di due centrali nucleari – una ad Ankara e l’altra a Damasco – ed ad un importante accordo per le forniture militari russe alla Siria.

Presi nel loro complesso questi accordi, considerando il ruolo dei due paesi musulmani, uniti ultimamente da forti legami, potrebbero contribuire a riscrivere gli equilibri del Medio Oriente. Se n’è già accorto Israele, che si è visto isolato nel protestare contro l’incontro di Medvedev a Damasco con il leader di Hamas. Alle proteste di Tel Aviv, Mosca ed Ankara hanno risposto in coro affermando la necessità d’includere Hamas nel processo di pace. Ciò nonostante, la Turchia mantiene ancora forti legami con Israele, e Medvedev, incontrando Meshaal, è stato attento a chiedere la liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit, catturato da Hamas nel giugno del 2006 e da allora tenuto ostaggio dall’organizzazione islamica. Tanto Ankara quanto Mosca, dunque, potrebbero tentare di ritagliarsi un ruolo nel processo di pace in Medio Oriente.

La prospettiva non può certo far piacere all’amministrazione di Barack Obama, che rischia di ritrovare in Medio Oriente un vecchio, ingombrante interlocutore, scomparso con il crollo dell’Urss. Non è detto, però, che l’irritazione sia condivisa dall’esecutivo di Benjamin Netanyahu che potrebbe anzi trovare nelle ambizioni di Mosca un’inaspettata sponda per convincere Washington ad allentare le pressioni in favore della soluzione di due stati e due popoli, che il governo di destra al potere a Gerusalemme non sembra abbia mai davvero gradito. (a.f.a.)
 
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