Atlantide
17.05.2010 - 19:19
 
 
ANALISI
 
Afghanistan: due italiani uccisi. Ogni 18 ore muore un militare alleato
Roma, 17 mag 2010 19:19 - (Agenzia Nova) - I primi cinque mesi del 2010 si concluderanno in Afghanistan con un bilancio in termini di perdite estremamente negativo. Ad oggi, sono già stati uccisi più di 200 militari occidentali e a questo numero occorre aggiungere anche quello, molto più elevato, dei soldati afgani, dei poliziotti leali al governo di Kabul e dei civili finiti nel mezzo. Restringendo il calcolo agli uomini in divisa che si battono sotto le insegne dell’Isaf o dell’operazione Enduring Freedom, si scopre che quest’anno abbiamo registrato in media un caduto ogni 18 ore. E stiamo andando verso l’estate, che in Afghanistan coincide normalmente con il picco delle violenze: è pertanto ragionevole attenderci un’accelerazione della mattanza.

Questa gran quantità di vittime continua ad essere mietuta prevalentemente da mine stradali e ordigni improvvisati di varia potenza, anche se non mancano le imboscate e gli scontri di più ampie dimensioni, specialmente dove le truppe della Nato sono all’offensiva, come nelle province meridionali dello Helmand e di Kandahar. I guerriglieri sono perfettamente consapevoli almeno dal 2006 che la sfida in campo aperto ha un esito scontato e negativo per loro: per questo generano attrito con i mezzi più tradizionali con i quali gli afgani hanno combattuto negli ultimi trenta anni.

Pertanto, l’offesa di cui stamattina sono rimasti vittime il sergente Massimiliano Ramadù ed il caporalmaggiore Luigi Pascazio, uccisi dall’esplosione di una potente bomba che ha travolto il loro blindato Lince nella provincia nord-occidentale di Baghdis, rientra nella normalità dell’attuale vicenda afgana, seppure il pubblico italiano ne percepisca tutta la gravità soltanto quando qualcuno dei membri del nostro contingente perde la vita, come è appena capitato. Lo stillicidio è invece costante ed è diventato così difficile da gestire politicamente che da qualche tempo l’Alleanza atlantica evita nei propri comunicati di menzionare la nazionalità dei caduti, preferendo affidare ai singoli governi interessati la scelta dei tempi e dei modi in cui divulgare le cattive notizie. E’ difficile, ad esempio, che il pubblico britannico venga informato in tempo reale delle perdite subite e l’identità dei caduti è da qualche tempo resa nota solo una volta trascorse almeno 24 ore dall’accaduto.

Non occorrono quindi spiegazioni sofisticate per quanto accaduto. Non è in atto alcuna improvvisa recrudescenza né, tanto meno, un accanimento contro le nostre truppe, anche se c’è da giurarci che qualche analista punterà il dito contro le incertezze del quadro politico interno italiano ed altre amenità per cercarvi un collegamento con l’esplosione avvenuta nella provincia di Baghdis. La verità è un’altra: seppur da comprimari, i nostri militari sono in guerra da un pezzo. Semmai, la sorpresa era che in questi ultimi mesi fossero riusciti a rimanere indenni mentre persino il contingente tedesco subiva gravissime perdite: un dato che si spiega soprattutto alla luce del relativo rallentamento delle operazioni nella regione occidentale afgana in cui sono state schierate le nostre quattro task force: tre delle quali sono rispettivamente basate a Farah, Shindand e a cavallo tra Herat e Bala Murghab, mentre la Tf 45, composta esclusivamente di reparti delle forze speciali nazionali, è a disposizione per qualsiasi evenienza, dentro e fuori il quadrante affidatoci dalla Nato.


L’ovest teatro secondario. Al sud le battaglie decisive

La prova di forza, in questi primi mesi del 2010, non è avvenuta all’ovest. Si è invece sviluppata altrove, a cavallo tra l’Helmand e l’attigua provincia meridionale di Kandahar, dove decine di migliaia di militari americani, britannici e canadesi, e persino piccoli distaccamenti di danesi ed estoni, hanno cercato a partire da marzo di creare un’ampia zona libera dall’influenza neo-talebana, sia per rafforzare il traballante governo di Kabul, sia per dimostrare alla leadership della guerriglia che gli alleati hanno la forza e la determinazione necessarie a riguadagnare l’iniziativa e negare ai loro avversari la completa vittoria cui paiono aspirare.

Le cose, tuttavia, non stanno andando per il verso giusto. Lo ha recentemente confermato anche il rapporto sui progressi realizzati in Afghanistan pubblicato dal Pentagono lo scorso 26 aprile. Secondo la Difesa statunitense, infatti, il distretto di Marja, oggetto della prima parte della controffensiva condotta dal generale Stanley McChrystal, nota come operazione Moshtarak, sarebbe infatti già stato nuovamente infiltrato dalla guerriglia ed anche nella zona di Kandahar i neo-talebani parrebbero ben lungi dall’essere schiacciati.

All’est, le attività della rete degli Haqqani, forse spalleggiato dall’intelligence pachistana, se non addirittura dai supremi vertici delle Forze armate di Islamabad, stanno mettendo a dura prova le alleanze tribali strette negli ultimi mesi dai militari americani, che costituiscono un altro aspetto essenziale della strategia contro-insurrezionale approvata nel dicembre scorso dal presidente Barack Obama. Novità negative si sono infine registrate anche al nord presidiato dai tedeschi, dove alle iniziative dei miliziani fedeli al mullah Omar si sono aggiunte quelle dei jihadisti appartenenti al Movimento islamico dell’Uzbekistan, che è una delle articolazioni più virulente della galassia del terrore.


Mesi difficili per tutti gli occidentali, Italia inclusa

Era difficile che in questo quadro il “nostro” ovest continuasse ad esser piatto e tranquillo, per quanto obiettivamente un teatro secondario dell’ampio fronte afgano. Specialmente nei dintorni dell’inquieta Bala Murghab, dove c’è la base avanzata Columbus che abbiamo costruito con gli spagnoli ed ora dividiamo anche con americani ed afgani, l’attività della guerriglia è molto verosimilmente destinata ad aumentare. Per quel distretto, infatti, passa una rotta logistica di primario valore strategico per la componente della guerriglia che fa capo alla Shura di Quetta diretta dal Mullah Omar, oltre che un’arteria importante per il narcotraffico. La presenza delle nostre truppe è quindi di disturbo, un ostacolo al flusso di uomini, armi e munizioni che dal Balucistan pachistano risale fino alle frontiere con il Turkmenistan, l’Uzbekistan ed il Tagikistan, raggiungendo le cellule neo-talebane che si battono contro i tedeschi e minacciando di conseguenza la sicurezza delle linee di comunicazione che legano Kabul all’Asia Centrale.

E’ importante a questo punto chiedersi se vi sia il modo di tutelarsi dalle insidie che si moltiplicheranno di qui sino ad ottobre. Probabilmente no: i nostri reparti fanno infatti già il massimo per proteggersi, forse anche troppo, in rapporto a quanto raccomandano invece di fare sia il generale David Petraeus che Stanley McChrystal. E’ presumibile che su input del governo e del parlamento italiani continueranno a farlo per tutto il tempo che i nostri alleati maggiori giudicheranno indispensabile a determinare le condizioni di un’uscita onorevole e non destabilizzante dall’Afghanistan. L’Italia non può tagliare la corda, se non al prezzo di veder rapidamente erodersi i margini di autonomia che la sua politica estera è riuscita a ritagliarsi soprattutto nei rapporti con la Russia.

E’ tuttavia altrettanto certo che la pressione della guerriglia aumenterà mano a mano che ci si inoltrerà nell’estate e si avvicineranno le elezioni politiche afgane, previste per settembre. E’ anche per questo motivo, tra l’altro, che il vero surge italiano inizierà in luglio, sempre che il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, riesca a trovare per tempo le risorse necessarie a coprirne gli oneri. L’attentato di Bala Murghab annuncia probabilmente una stagione difficile per il nostro contingente. (g.d.)
 
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