Atlantide
11.05.2010 - 17:10
 
 
ANALISI
 
Gran Bretagna: l’esito del voto getta il paese in un’incertezza “europea”
Roma, 11 mag 2010 17:10 - (Agenzia Nova) - Il pressing politico e mediatico volto a polarizzare il voto britannico sui due maggiori partiti tradizionali è riuscito solo a metà. I liberal-democratici sono emersi dalla loro più brillante e promettente campagna con un pugno di seggi in meno di quelli che possedevano nel vecchio parlamento, ma l’elettorato si è comunque diviso in modo infelice. Scontenti di Gordon Brown, che peraltro non ha lavorato male, specialmente nel fronteggiare gli effetti della grave crisi economica abbattutasi sull’intero Occidente, ma poco convinti da David Cameron, che in effetti richiama un’immagine del conservatorismo troppo vecchia per sedurre il pubblico d’Oltremanica, gli elettori del Regno Unito hanno scelto una soluzione mediana. Hanno prodotto un assetto alla Camera dei comuni di incerte prospettive, che potrà sfociare in un governo solo a patto che almeno due partiti si coalizzino, cosa che di per sé riflette una bassa propensione attuale della società britannica a rischiare, se non proprio l’esplicito invito degli elettori del Regno Unito a cercare intese più larghe.

Accade oggi a Londra, nei limiti in cui questo è accettabile per le consuetudini britanniche, ciò che ha obbligato la Germania a lunghi anni di grosse koalition, prima che Angela Merkel riportasse un successo decisivo lo scorso anno. In termini di consensi popolari, i Tories hanno ottenuto il 36,1 per cento delle preferenze, pari ad oltre 10,7 milioni di voti, contro il 29 per cento dei laboristi ed il 23 per cento dei lib-dem, per i quali hanno votato, rispettivamente, 8,6 e 6,8 milioni di elettori britannici. Il travaso dei voti tra le due maggiori formazioni è stato pari al 5 per cento, ma seppure le distorsioni del sistema elettorale maggioritario lo abbiano tradotto nello spostamento di quasi cento seggi, più o meno il 14-15 per cento del numero totale dei componenti dei Comuni, ciò non è stato sufficiente a ribaltare totalmente di segno il quadro politico.

Il leader conservatore si è trovato così con 306 deputati, contro i 326 necessari a controllare il parlamento. Gordon Brown si è fermato a quota 258, mentre a Nick Clegg sono andate solo 57 costituencies, cinque in meno di quelle ottenute nelle precedenti elezioni. Si è inoltre consolidata la posizione delle formazioni cosiddette minori, come il Partito degli unionisti dell’Ulster, tradizionalmente prossimo ai conservatori, che ha perso un seggio ma disporrà comunque nella nuova legislatura di otto parlamentari; il Partito nazionale scozzese, che ha ottenuto sei deputati; il Sinn Fein irlandese, che ne ha conquistati cinque; ed il Plaid Cymru gallese che porterà a Westmister tre parlamentari. Un altro dato interessante è quello riguardante l’emersione dell’estrema destra, che non ha superato il test del maggioritario, ma ha riscosso un apprezzabile numero di voti popolari: il Partito indipendentista del Regno unito (Ukip) ha ottenuto ben 917 mila preferenze, superando la soglia del 3 per cento, mentre il British national party ne ha conquistate altre 563 mila, facendo marcare un incremento dell’1,2 per cento e fermandosi all’1,9 per cento.

Territorialmente, i Conservatori hanno dimostrato di essere rimasti un Partito essenzialmente inglese, mentre i laboristi hanno conservato alcune roccaforti nelle vecchie città industriali a cavallo tra l’Inghilterra settentrionale e la Scozia meridionale. Il grosso dei collegi scozzesi se lo sono però aggiudicati i liberal-democratici ed i nazionalisti locali. L’Ulster si è invece quasi equamente diviso tra gli unionisti ed il Sinn Fein. Si tratta di tendenze da monitorare attentamente, perché segnalano come anche il Regno Unito sia esposto a quella medesima tendenza alla frammentazione che incombe sul Belgio e sulla Spagna. Per quanto riguarda il futuro a breve termine, i dati sembrano suggerire un’intesa organica tra i Tories di David Cameron ed i liberal-democratici, che dovrebbero trovare abbastanza agilmente un accordo in materia di politica economica e sulla spartizione delle poltrone. Lo impone del resto la stessa situazione di volatilità e precarietà in cui si trovano i mercati finanziari internazionali.

Non bisogna infatti dimenticare che il Regno Unito è indebitato nei confronti del resto del mondo per l’impressionante cifra di novemila miliardi di dollari, pari a quattro volte il suo prodotto interno lordo, e la stessa finanza pubblica versa in condizioni di grande difficoltà a causa degli oneri connessi ai salvataggi bancari dello scorso anno. L’intesa è attesa a breve. Il problema maggiore è rappresentato dalla volontà di Nick Clegg di ottenere dal nuovo premier una legge elettorale proporzionale: una questione delicata sulla quale è intervenuto con delle significative aperture anche l’attuale inquilino di Downing Street, chiaramente interessato a sabotare in qualche modo la formazione del nuovo asse liberal-conservatore. Peraltro, la mossa di Brown sarebbe funzionale anche ad alcuni altri interessi a breve e medio termine del Labour. Deboli ed in declino, infatti, i laboristi avrebbero tutto da guadagnare da una riforma elettorale che riducesse il potere del partito di maggioranza relativa, specialmente se fosse contestualmente in grado di mantenerli anche al governo. (g.d.)
 
Crisi greca: l’Eurogruppo rivoluziona il Trattato di Maastricht
Roma, 11 mag 2010 17:10 - (Agenzia Nova) - L’acuirsi della crisi finanziaria greca ed il suo progressivo allargamento ad altri paesi dell’Eurozona ha imposto all’Eurogruppo l’adozione di misure straordinarie. Non sono ancora del tutto chiare le dinamiche intrecciatesi sui mercati nella scorsa settimana. Ma è certo che gli effetti più destabilizzanti delle manovre speculative effettuate soprattutto a cavallo tra giovedì e venerdì sono stati avvertiti in Europa. Apparentemente, i primi interventi di sostegno varati in favore di Atene non sono bastati a rassicurare le piazze finanziarie, sia perché gli incidenti verificatisi in Grecia hanno sollevato pesanti interrogativi circa la capacità del governo ellenico di sopportare a lungo i sacrifici richiesti dai paesi europei più virtuosi, sia perché le valutazioni negative delle maggiori agenzie di rating mondiali hanno portato all’attenzione del pubblico degli investitori anche il rischio iberico.

In sintesi, le élite dei principali stati membri dell’Eurozona hanno realizzato che sotto attacco era in procinto di trovarsi l’intero progetto dell’euro, in modo non troppo diverso da quanto era accaduto nel settembre del 1992 ai danni del Sistema monetario europeo. Ed è per questo motivo che i sedici paesi dell’euro si sono accordati non solo sulla predisposizione di un’ingente quantità di risorse per rifornire adeguatamente gli stati sotto pressione – saranno in totale messi a disposizione ben 700 miliardi di euro – ma altresì circa il conferimento alla Banca centrale europea della facoltà di acquistare titoli dei debiti sovrani più a rischio.


Conseguenze potenzialmente notevolissime

Le conseguenze potrebbero essere notevolissime, perché per la prima volta è possibile ipotizzare un cambiamento del tenore complessivo della politica monetaria europea, finora asservita senza tentennamenti all’obiettivo prioritario della salvaguardia del potere d’acquisto della divisa unica. L’idea di fronteggiare la crisi allargando la base monetaria continentale costituisce in effetti la prima vera separazione della Banca centrale europea dalle pratiche e dagli orientamenti della vecchia Bundesbank tedesca. Proprio per questo, quanto è avvenuto è certamente un successo riportato dalla Francia e dall’Italia nei confronti della Germania.

D’altra parte, Berlino ha avuto davanti a sé la classica alternativa del diavolo, ed ha optato per quello che riteneva il male minore. Se avesse sacrificato la Grecia alla stabilità dei prezzi, il governo federale avrebbe infatti dovuto probabilmente fronteggiare nuove fibrillazioni e forse anche un’incontrollata svalutazione dell’euro, nonché accettare la prospettiva dello sfaldamento di un assetto geopolitico che di Atene aveva fatto nel corso degli ultimi anni uno snodo fondamentale della politica centro-europea d’integrazione economico-energetica con la Russia.

I nuovi poteri riconosciuti alla Bce dovrebbero adesso consentire alla Grecia anche un atterraggio più morbido di quello, del tutto insostenibile, prefigurato finora. Nei prossimi giorni scopriremo in che modo l’esecutivo guidato da Georges Papandreou cercherà di cogliere l’opportunità. In questo contesto, è però fatale che l’istituto di emissione europeo finisca con l’assumere funzioni politicamente più delicate, un fattore che renderà più spietata la competizione tra gli stati membri dell’Eurozona per conquistarne e mantenerne il controllo.

Se la partita in atto in Europa pare quindi chiara, dubbi sussistono invece tuttora sulle ragioni dei ribassi prodottisi giovedì sera a Wall Street, tanto più che la fuga dalle attività in euro determinata dagli sviluppi della crisi di fiducia nella divisa unica avrebbe dovuto trovare proprio tra i titoli in dollari americani un rifugio. Lo stesso Barack Obama, prima di esercitare pressioni affinché Angela Merkel accettasse di sostenere il debito greco, ha fatto cenno a movimenti inspiegabili sui mercati borsistici. In qualche modo, l’attacco all’euro e quello alla borsa statunitense debbono essere collegati. Per capire cosa sia effettivamente successo, si indaga a tutto campo. La flessione della Borsa americana, infatti, potrebbe tanto essere stata l’effetto di un momento di panico, anche se pochi vi credono, quanto il risultato di un deliberato atto d’intimidazione politica nei confronti di Washington. Ad opera di chi, però, non è dato sapere. (g.d.)
 
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