Mezzaluna
05.05.2010 - 19:28
 
 
ANALISI
 
La questione del velo: l’Occidente più permissivo dell’Islam
Roma, 5 mag 2010 19:28 - (Agenzia Nova) - La recente approvazione in Belgio di una legge che mette al bando il “niqab”, cioè il velo intergrale che del volto della donna fa vedere soltanto gli occhi, non ha trovato grande eco sui mezzi d’informazione arabi e musulmani. A differenza di altri eventi ritenuti ostili all'Islam verificatisi in Europa, come le famose vignette danesi sul profeta Mohammed e il più recente divieto di costruire minareti in Svizzera, questa volta non c'è stata, nel mondo islamico, la solita levata di scudi generale contro la "islamofobia". Anzi, se si escludono le scontate reazioni sopra le righe dei siti web fondamentalisti, i commenti delle istituzioni religiose islamiche sono apparsi misurati. Tanto più che il passo di Bruxeless è stato persino in qualche modo emulato in paesi come l'Egitto, la Tunisia e Algeria, dove la diffusione del velo integrale è considerata un fenomeno che la stragrande maggioranza dei musulmani ritiene "nuovo", "estraneo" e non contemplato nei dettami della fede musulmana. La sensazione è che la volontà di molti stati europei di contenere e regolamentare l’uso del niqab e del burqa (la copertura della donna da capo a piedi), stiano incoraggiando gli stessi paesi musulmani a chiudere una volta per tutte con una prassi promossa, ma solo negli ultimi tempi, dal fondamentalismo islamico, e che si richiama alla dottrina del “wahabismo” adottata dall'organizzazione di al Qaida che fa capo appunto al wahabita Osama Bin Laden.

Il wahabismo - termine che deriva da Muhammad bin Abd al-Wahab, religioso saudita vissuto all’inizio del XVIII secolo - è una dottrina rigidamente intollerante, fautrice di un ritorno all’Islam delle origini. Il wahabismo è l'unica delle varie espressioni del'Islam odierno che imponga di coprire la donna con il niqab; indumento sconosciuto alla confessione sciita, se non addirittura osteggiato. Nessuna donna sciita in Iran, né in Libano o in Iraq, lo indossa. Anche per i sunniti, che rappresentano la grande maggioranza dei musulmani nel mondo, il codice d’abbigliamento wahabita è guardato con sospetto. Nello stesso giorno in cui i deputati belgi prendevano all'unanimità la loro decisione contro il niqab, in Egitto il nuovo imam della moschea di al Azhar, Abdullah al Husseini, avvisava le studentesse che se vessero continuato ad indossare il niqab che non sarebbero state ammesse agli esami nell'Università. Quella che ha parlato è la più autorevole istituzione religiosa sunnita nel mondo. Non solo, persino un predicatore francese di origini tunisine come l'imam Hassan Shalgum ha avuto parole dure contro il niqab e il burqa, nonostante che sua moglie, francese, lo indossi. Shalgum ha detto che "la fede non deve ridursi a una questione di un velo nero che copre il volto d’una donna” e ha spiegato che il burqa riduce il ruolo della donna nella società. Coprire integralmente il corpo della donna, ha sottolineato, "è un modo per esercitare il controllo sessuale su di lei, cosa senza fondamenta teologiche e priva di qualsiasi riferimento nello stesso Corano".

Sempre nello stesso giorno, il governo laico di Tunisi ha imposto alle atlete che vogliono partecipare a competizioni sportive di togliersi addirittura lo hijab, ovvero il velo che copre soltanto la testa della donna e lascia scoperto il viso. Anche in Algeria, le autorità locali hanno approfittato dell'introduzione dei nuovi documenti di identità biometrici per vietare le fotografie con il velo integrale. L'unica nota dissonante (ed è significativo) è arrivata dalla Turchia, dove di recente il governo islamico di Recep Tayyib Erdogan ha abolito il divieto di portare il velo nelle università, anche se è rimasta l'esclusione del niqab che peraltro non è in uso in quel paese. Mentre nel mondo islamico i seguaci di al Qaida, paladini dell'abbigliemanto integrale, sono messi all'angolo e sembrano isolati, in Europa invece, paradossalemente, c'è divisione. Il primo paese ad affrontare il tema è stata la Francia, che ha istituito una speciale commissione di stato per valutare la questione. La commissione in un primo momento aveva proposto una legge che vietava totalmente il niqab, ma questa è stata criticata dal Consiglio costituzionale perché considerata un limite alle libertà religiose e una lesione dei diritti fondamentali dell’uomo. E’ stata quindi avanzata una proposta di legge che proibisce il velo integrale solo in alcuni luoghi pubblici, come le scuole, gli ospedali, gli uffici amministrativi, ma non, per esempio, per la strada. Gli stessi musulmani francesi sono divisi.

Da molte ricerche sociologiche risulta che la maggioranza dei musulmani francesi è laicizzata nell’atteggiamento religioso e non reputa quindi il niqab parte integrante dell’identità islamica. Nello stesso tempo, però, esiste in Europa un fronte laico che considera il niqab (come il velo) un’espressione della fondamentale libertà religiosa teoricamente promossa da uno stato laico. Un ampio fronte che esiste anche in Italia, dove è più recente, rispetto al resto dell'Europa del nord, la presenza consistente di musulmani, e che si interroga sul perché si debba vietare questa forma di religiosità musulmana e non altre, molto più radicalizzate, come per esempio la scelta di alcuni religiosi ebrei, protestanti o cattolici di vivere isolati dalla società. Ci si chiede come il niqab possa mettere in pericolo la laicità di uno Stato e se non sia invece il suo divieto a entrare in contraddizione con il concetto di democrazia che dovrebbe garantire a ogni minoranza la libertà e il diritto di praticare il culto e di esprimere la propria identità religiosa.

Se l'Europa, attenta ai diritti universali dell’uomo, alle sue libertà e ai principi costituzionali, procede con prudenza verso il bando di al niqab, il mondo musulmano, che non ha problemi di costituzionalismo, sembra voler accelerare i tempi perché, sempre di più, si mostra sicuro di non contravvenire ad alcun principio dell'Islam. In Italia, infine, nonostante siano già in vigore leggi secondo cui nessun cittadino può coprire il proprio volto in luoghi pubblici, Suad Sbai, deputata di orgini marocchine del Pdl, ha già avanzato una proposta di legge specifica per il niqab alla commissione Affari costituzionali, e la Lega si sta già organizzando per presentare un disegno di legge "anti-burqa". Vietare l'uso di uno indumento visto con sospetto dalla maggioranza dei musulmani, prima ancora di essere una questione di sicurezza come sostengano in tanti, è soprattutto una scelta che salvaguarda il rispetto della donna. Il razzismo non c’entra nulla.
 
Spie di Teheran nel Golfo: la minaccia dei sabotaggi
Roma, 5 mag 2010 19:28 - (Agenzia Nova) - La recente scoperta in Kuwait di una rete di spionaggio iraniana non ha provocato, come avviene sempre in questi casi, alcuna tensione nei rapporti tra il piccolo emirato del Golfo Persico e il suo potente vicino, l'Iran. Le prime notizie trapelate alla stampa locale parlano di 14 arresti, tra cui 6 militari delle forze armate kuwaitiane, nonché del sequestro di "sofisticate strumentazioni di telecomunicazione" e di "un quarto di milioni di dollari". La cellula spionistica era composta anche "da cittadiani libanesi", presumibilmente legati alle milizie sciite degli Hezbollah del Libano. Secondo gli inquirenti i presunti 007 di Teheran - sette dei quali fuggiti in tempo all'estero - avevano preso di mira alcuni "obiettivi sensibili" sia kuwaitaini che statunitensi. Il governo kuwaitiano ha reso ufficiale la notizia solo dopo 24 ore la sua apparizione sui giornali, senza tuttavia accusare l'Iran. Dal canto suo il regime di Teheran l’ha bollata come “priva di ogni fondamento” accusando i soliti "circuiti sionisti" di avere archiettato l'accusa; non ha tuttavia negato esplicitamente il proprio coinvolgimento. La vicenda segue di pochi giorni la condanna al carcere di 26 elementi di un'altra cellula spionistica in Egitto, considerata risalente agli Hezbollah, il “partito di Dio”, ovvero le milizie sciite libanesi create proprio dall'Iran agli inizi degli anni Ottanta. C'è poi da aggiungere un altro caso che sembra far parte dello stesso quadro: all'inizio di quest'anno, un numero imprecisato di miliziani libanesi sono scomparsi in circostanze misteriose nello Yemen, dove è in corso una ribellione armata delle tribù sciite Houthi. La stampa araba ha parlato di elementi di un reparto speciale del “Partito di Dio” chiamato Unità 1800, specializzata in attività di intelligence.

E' chiaro che Teheran risente di una sindrome da accerchiamento a causa delle sempre più crescenti pressioni occidentali per il suo programma nucleare. La presenza militare di Washington in Iraq e Afghansitan farebbe di questi due paesi altrettante teste di ponte contro Teheran, il cui senso di insicurezza non può che aggravarsi in virtù del dispiegamento statunitense di mezzi e uomini nel Golfo Persico, con la flotta schierata presso lo stretto di Hormuz. Da non dimenticare poi le recenti importanti forniture di armamenti ai ricchi paesi delle petro-monarchie del Golfo. Sul fronte settentrionale, in particolare nell’area del Caucaso meridionale, gli iraniani rilevano numerose insidie: la presenza statunitense in Azerbaigian e in Kirghizistan e il possibile allargamento della Nato. Secondo alcuni analisti arabi, dopo la caduta del Muro di Berlino il rapporto tra potenza egemone e medie potenze, è profondamente cambiato. La guerra in Kosovo potrebbe aver suggerito agli iraniani il ragionamento che se Slobodan Milosevic avesse potuto disporre di un apparato di difesa sufficientemente valido, la sua capacità negoziale rispetto all’Occidente avrebbe avuto maggior peso. Teheran, però, sa che sbandierare i suoi missili fatti in casa, non è un deterrente convincente, ma sa anche che il greggio del Golfo Persico è una risorsa fondamentale per le esigenze di crescita e consumo, non solo delle consolidate potenze industriali occidentali, ma anche di quelle emergenti.

Ecco quindi "la difesa sufficientemente valida": l’arma del ricatto energetico, che oltretutto rappresenta l'unico ventre molle del vasto accerchiamento che Teheran si vede intorno. Diplomaticamente, permette alla Repubblica Islamica di tessere la sua rete di relazioni e muoversi secondo una logica ad essa più congeniale. Ma per essere efficace, una minaccia deve avere consistenza. E ben più efficace dei missili dei Pasdaran sarebbe una fitta rete di agenti nell'area a maggiore concentrazione di giacimenti petroliferi del pianeta. Pronti, allo scoccare dell’ora X, a dare il via a una massiccia offensiva in territorio nemico a base di attentati e sabotaggi, sostenuti tra l'altro dalla maggioranza della popolazione sciita che vive intorno ai pozzi di petrolio, nel sud dell'Iraq come in Kuwait, Arabia saudita ed Emirati Arabi. Alla luce di questo ragionamento, a Teheran fa gioco quindi che si parli di “spie” sue e dei suoi alleati libanesi gli Hezbollah. Infatti, i media di Teheran che riportano la smentita del governo sulla rete di spie in Kuwait aggiungono, non senza malizia, che si tratta di "propaganda dei sionisti e dei loro lacchè dei regimi arabi corrotti, timorosi dall'acesa della Rivoluzione islamica tra la popolazione araba, come dimostrano i sondaggi": salvo poi non ripotare alcun sondaggio d’opinione sulla simpatia di cui godrebbero tra gli arabi gli ayatollah della città santa di Qom.
 
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