Atlantide
04.05.2010 - 10:46
 
 
ANALISI
 
Gran Bretagna: un’elezione di straordinaria importanza
Roma, 4 mag 2010 10:46 - (Agenzia Nova) - Le elezioni politiche in programma questa settimana nel Regno Unito sono certamente le più importanti dal 1997 e sono destinate molto verosimilmente a dispiegare una vasta influenza internazionale. E’ per questo inspiegabile la sufficienza con la quale i media italiani guardano a questo appuntamento decisivo. E’ appena il caso di ricordare come il successo di Margaret Thatcher nel 1979 spianò la strada alla rivoluzione liberale degli anni Ottanta, anticipando la vittoria di Ronald Reagan negli Stati Uniti e proponendo per la prima volta all’Occidente un cocktail efficace di politiche economiche basato sulle privatizzazioni, la riduzione della tassazione e della spesa pubblica nonché una diffusa deregolamentazione dei mercati finanziari.

Non fu meno influente il successo del New Labour di Tony Blair, diciotto anni dopo, dal momento che segnò l’affermazione nel mondo di un nuovo paradigma progressista, più sensibile alle esigenze dell’economia, favorevole all’avanzata della globalizzazione e lontano dal vecchio stereotipo del socialismo “tassa e spendi” degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

La scelta di fronte ai cittadini britannici è rilevante anche perché destinata a pesare sul posizionamento internazionale del Regno Unito, che è uno dei tre più forti paesi dell’Unione europea e di certo quello più importante esterno alla zona dell’euro. A rendere del tutto speciali queste elezioni del 2010 è poi la circostanza rappresentata dall’emersione di una terza forza, quella dei liberal-democratici di Nick Clegg, che sembra in grado di pregiudicare ad entrambi i partiti storici della politica britannica la possibilità di riportare la maggioranza assoluta che occorre per governare stabilmente.


Incertezza sovrana a pochi giorni dal voto

In effetti, l’ordinamento giuridico britannico ruota intorno a due principi fondamentali: assicurare al cittadino un meccanismo di scelta e selezione della classe politica semplice e garantire al paese la formazione rapida di esecutivi forti. Al primo obiettivo è funzionale la suddivisione del Regno Unito in un numero di collegi elettorali corrispondenti al numero di deputati da eleggere, dove è sufficiente riportare il maggior numero di voti per esser immediatamente eletti. Il raggiungimento del secondo obiettivo è invece teoricamente garantito dalla tradizione che vuole il leader del partito uscito vittorioso in termini di seggi dalle elezioni esser subito nominato dal sovrano alla carica di primo ministro.

In presenza di due soli partiti a vocazione autenticamente popolare e nazionale, come quello conservatore e quello laborista, entrambi gli interessi tutelati dal sistema sono garantiti. Proprio per questo motivo, in passato sono stati accettati senza problemi anche responsi contraddittori delle urne, come quelli che talvolta hanno assicurato un’ampia maggioranza parlamentare al partito che in realtà aveva avuto meno voti popolari. Rappresenta quindi un’eventualità del tutto eccezionale quella che pare profilarsi all’orizzonte, con un Partito liberal-democratico in grado d’impedire tanto ai conservatori quanto al Labour di ottenere la maggioranza.

Al momento, circolano almeno tre sondaggi. Secondo quello giudicato più attendibile, il cosiddetto poll of polls pubblicato dalla Bbc, i conservatori dovrebbero ottenere il 35 per cento dei consensi, mentre i laboristi se ne aggiudicherebbero il 28 ed i liberal-democratici il 27. Per effetto delle distorsioni del sistema maggioritario secco a turno unico, secondo questo sondaggio, il leader conservatore David Cameron finirebbe però con il disporre soltanto di 279 seggi, contro i 326 che rappresentano la maggioranza. Il primo ministro uscente, Gordon Brown, si fermerebbe invece a 262 seggi, mentre il terzo incomodo Clegg avrebbe solo 80 parlamentari.

Un altro sondaggio, prodotto il 3 maggio dalla Icm, assegnerebbe invece al Labour 282 seggi con il 28 per cento dei voti, mentre i conservatori, pur riscuotendo il 33 per cento dei consensi, si arresterebbero a 251 deputati, con Clegg sempre dietro, con soli 88 eletti a dispetto del 28 per cento dei suffragi. Il terzo sondaggio, di YouGov, assegna a Clegg addirittura il 29 per cento delle preferenze e 90 deputati. Brown conquisterebbe invece 267 seggi con il 28 per cento dei consensi, mentre Cameron si fermerebbe a 264, pur riscuotendo il 34 per cento dei suffragi.

La situazione si presenta quindi complessa. Esistono comunque alcuni dati comuni alle tre previsioni. I conservatori risultano prevalere in termini di voto popolare, con percentuali comprese tra il 33 ed il 35 per cento, ma non è certo che ottengano alla Camera dei comuni il gruppo parlamentare più largo. In nessun caso, invece, emergerebbe dalle urne una maggioranza assoluta. Di qui, il rompicapo che la Regina potrebbe esser chiamata a sciogliere. Il leader conservatore David Cameron ha già fatto sapere di essere indisponibile a varare un esecutivo di coalizione con i liberal-democratici, dal momento che questi pretenderebbero certamente in cambio il varo di una legge elettorale proporzionale, ma è tutto da vedere quanto a lungo potrebbe sopravvivere un suo governo di minoranza, prima di convocare nuove elezioni. Gordon Brown sarebbe invece aperto a questa soluzione, ma Clegg al momento esclude un’alleanza con il Labour.


Qualche annotazione sui programmi

Per quanto riguarda i programmi, è bene sottolineare come i conservatori abbiano sostanzialmente abbandonato la tradizione thatcheriana, per riproporre una versione aggiornata del vecchio paternalismo alla MacMillan. L’esecutivo-ombra allestito in questi anni, inoltre, ha una matrice sociale molto diversa da quella che sostenne il capitalismo popolare propugnato dalla Lady di ferro. Cameron si è stretto attorno un gruppo elitario di ex studenti provenienti dal prestigioso collegio di Eton e dalle chiare inclinazioni aristocratiche. Ed il suo messaggio contempla una maggior sensibilità per le fasce più deboli della popolazione ed i cosiddetti gruppi intermedi, incluse le comunità locali ed ovviamente la famiglia, mentre la Thatcher era un’accanita sostenitrice della centralità dell’individuo.

Ad ogni buon conto, i conservatori promettono d’intervenire rapidamente e con rigore sui conti pubblici, che i recenti salvataggi bancari promossi da Brown hanno portato a livelli non troppo lontani da quelli della Grecia, presentando al più presto una manovra correttiva di bilancio. Sul piano della politica europea, Cameron confermerebbe il rifiuto britannico dell’euro, che trova la sua ragione profonda nella necessità della City di conservare una piena autonomia nella fissazione dei tassi d’interesse da applicare nel Regno Unito, mentre esiste un impegno a ritirare le truppe britanniche dall’Afghanistan entro il 2013. E’ anche per questo motivo, oltre che per l’evidente influenza politico-culturale della Gran Bretagna sugli Stati Uniti, che le elezioni britanniche sono seguite con grande attenzione dai media americani.

Di Brown è noto più o meno tutto. Una sua conferma si tradurrebbe nella prosecuzione degli indirizzi politici adottati negli ultimi tredici anni, anche se verrebbe prestata una particolare attenzione al rientro dall’imponente deficit pubblico accumulato per fronteggiare la recente recessione. Un elemento interessante è il rigore promesso nel controllo delle frontiere e nella gestione dei flussi migratori.

E’ invece Clegg l’incognita. Il suo partito ha infatti investito in un inedito mix di politiche ambientaliste e liberali il cui gradimento è un significativo segno dei tempi, oltre che un tentativo di presidiare saldamente il centro dello spettro politico britannico. I liberal-democratici propongono, in particolare, forti tagli alle imposte dirette, ma alleggerendo soprattutto il carico gravante sui redditi più bassi. Promettono sostegno alla scuola, vista come strumento per assicurare eguaglianza di opportunità a tutti i bambini del Regno Unito. S’impegnano altresì a rendere più verde l’economia britannica e a ripulire la politica dagli eccessi che l’hanno contrassegnata negli ultimi anni, tra l’altro archiviando con una nuova legge sulle libertà personali l’oscura pagina della partecipazione britannica alle extraordinary renditions e a tutte le violazioni dei diritti umani occorse durante la guerra al terrorismo internazionale. Sul punto, il partito di Clegg non dovrebbe faticare molto a raggiungere un’intesa con i conservatori di Cameron, qualora dalle urne uscisse davvero un parlamento “impiccato”, cioè privo di una sua naturale maggioranza, anche se l’interlocutore si è mostrato finora piuttosto restio ad accettare le offerte del leader dei liberal-democratici.

Proprio il ruolo che questi ultimi possono giocare nel determinare uno stallo politico rappresenta, peraltro, la loro maggior vulnerabilità alla vigila del voto. Gli elettori britannici, infatti, non sono avvezzi ne apprezzano le acrobazie del parlamentarismo all’italiana e proprio per questo all’ultimo momento potrebbero decidere di non rischiare, accantonando le loro preferenze “ideologiche” per optare in favore della creazione di una maggioranza solida e monopartitica. Le loro tradizioni, dopotutto, li hanno sempre spinti a comportarsi in questo modo. Perché dovrebbero cambiare proprio adesso, per giunta in un momento di difficoltà così grande per la loro nazione e per il mondo intero? (g.d.)
 
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