Mezzaluna
28.04.2010 - 16:07
ANALISI
 
Nilo: Egitto e Sudan contro tutti per la spartizione delle acque
Roma, 28 apr 2010 16:07 - (Agenzia Nova) - Verso la fine degli anni Settanta l'allora presidente egiziano, Anwar Sadat, aveva minacciato di spostare l’esercito verso l'Etiopia per impedire qualsiasi tentativo da parte di quel paese di ridurre la quota di acque del Nilo destinata all'Egitto. Una minaccia simile a quella del defunto Sadat - assassinato per aver siglato la pace con Israele - riecheggia in questi giorni con sempre maggiore insistenza nel grande paese arabo. "L'acqua è un diritto storico per l’Egitto, e prenderemo ogni misura necessaria per continuare a difenderlo", ha tuonato il ministro delle Risorse idriche, Mohammed Allam. Anche se un recente sondaggio rivela che solo il 18 per cento degli etiopi credono che possa scoppiare davvero una “guerra dell'acqua”, la crisi per la spartizione delle risorse del grande fiume africano rischia di diventare un motivo di scontro tra l'Africa nera e l'Africa araba, rappresentata in questo caso dall'Egitto e dal Sudan, che nella spartizione delle acque del Nilo fanno la parte del leone. Non solo: c'è chi vede addirittura la mano di Israele che per spingere il Cairo a cedere una parte della vitale risorsa starebbe incoraggiando la parte nera dell'Africa a rivendicare i suoi diritti sul corso d'acqua.

Il fiume, direttamente o attraverso gli affluenti, fornisce l'acqua a dieci nazioni africane: una popolazione pari a oltre 300 milioni di persone. Secondo un accordo del 1929, l'allora impero britannico, a nome delle colonie africane, aveva concesso all'Egitto il diritto di sfruttare 55 degli 83 miliardi di metri cubi d'acqua del bacino del fiume. Al Sudan, paese lungo il quale si svolge la maggior parte del corso fluviale, ne toccavano altri 18 miliardi. Spartizione tutt'altro che equa se si pensa che, secondo gli stessi esperti egiziani in risorse idriche, le quote di Egitto e Sudan rappresentano l'87 per cento della portata, come sottolineano gli altri otto paesi interessati. La scorsa settimana Eritrea, Etiopia, Uganda, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, Kenya, Tanzania e Burundi hanno inviato i loro rappresentanti a Sharm el Sheik, in Egitto, per rinegoziare l’accordo sulla gestione del corso d'acqua. Obiettivo, una “condivisione più equa” delle risorse idriche. Egitto e Sudan hanno puntato i piedi e si sono rifiutati di firmare il nuovo protocollo. Risultato? Per il momento non c’è alcun accordo.

Un nuovo vertice è tuttavia previsto per il 14 maggio, questa volta in Uganda, dove il gruppo degli otto intende firmare un accordo-quadro, come ha anticipato il governo etiopico. Il Cairo rischia così di trovarsi in una situazione critica: in qualità di leader regionale, l’Egitto dovrebbe farsi promotore di un accordo che consenta a tutte le nazioni interessate di trarre vantaggio dal Nilo. Magari, come sollecitano anche molti osservatori arabi, promuovendo la costruzione di impianti di desanilizzazione delle acque del Mar Rosso e del Mediterraneo, e rinunciando così a una parte della sua quota, definita “eccessiva”. A dimostrare la preoccupazione del Cairo e Khartoum per l'iniziativa unilaterale in Uganda, c'è il fatto che il presidente sudanese, Omar al Bashir, appena proclamato vincitore delle elezioni presidenziali è volato a Sharm el Sheik per parlare della questione con il raiss egiziano, Hosni Mubarak, ancora convalescente dall'intervento alla cistifellea cui si è sottoposto in Germania il 6 marzo scorso.

Come succede sempre per tutte le vicende del Medio Oriente, c’è chi scorge la solita "mano di Israele": alcuni siti web egiziani sostengono infatti che il recente riavvicinamento tra Egitto e Siria sarebbe legato anche al problema del Nilo. La teoria è che lo Stato ebraico avrebbe chiesto all'Egitto di costruire un acquedotto fino a Gerusalemme in cambio della rinuncia di Tel Aviv alla promessa fatta all'Etiopia e agli altri paesi africani di aiuto finanziario per la costruzione di imponenti dighe per creare riserve delle acque del Nilo prelevate durante le stagioni di piena. La visita a sorpresa in Libano nei giorni scorsi del capo della diplomazia egiziano, Ahmed Abul Gheith, sarebbe servita appunto per fare capire a Israele che “anche l'Egitto, dialogando con i nemici di Israele, è in grado di creare problemi”.
 
Sudan: Bashir confermato presidente, ma incombe l’indipendenza del Sud
Roma, 28 apr 2010 16:07 - (Agenzia Nova) - In Sudan, come ampiamente previsto dopo il boicottaggio dell'opposizione, è stato il presidente Omar al Bashir, a vincere le prime elezioni multipartitiche nel paese africano dopo quasi un quarto di secolo. La conferma della vittoria è avvenuta lunedì scorso da parte della commissione elettorale. Bashir ha ottenuto il 68 per cento dei voti su base nazionale. Nel sud invece si è registrata la vittoria schiacciante di Salva Kiir Mayardit, capo del Movimento popolare per la liberazione del Sudan. Con quasi il 93 per cento dei voti sarà lui il capo del governo della regione meridionale, che fra otto mesi andrà alle urne per il referendum sull’indipendenza: ed è questa la vera posta in gioco per il futuro del paese.

Dopo 24 anni, il primo esperimento di elezioni democratiche in Sudan si è svolto all’insegna della confusione e dell'irregolarità. In questi giorni gira sul web un video che mostra alcuni addetti ai seggi che inseriscono nelle urne mazzi di schede in una volta sola. I principali partiti dell’opposizione hanno boicottato le urne, invitando i loro sostenitori a non partecipare a causa di frodi e brogli individuati già nella fase di registrazione. Le accuse dell’opposizione sarebbero confermate, tra l'altro, dall'affermazione personale di Yasser Amran, esponente del Fronte Popolare per la Liberazione del Sudan. Il nome di Amran, nonostante la sua decisione di ritirare la candidatura, era rimasto sulle schede e nel sud del paese è arrivato davanti, e con grande distacco, a quello del presidente al Bashir. Nella ricca regione meridionale il vincitore delle elezioni ha racimolato meno del 10 per cento dei voti.

Al Bashir, consapevole della sua inesistente popolarità nel sud, sa bene che l'esito del referendum per la secessione è scontato. Legittimato dal voto popolare a livello nazionale, il presidente vuole tuttavia dimostrare che il Sudan è pacifico, unito e pronto alla democrazia. Per questo, di fronte ai suoi sostenitori, riferendosi al referendum ha detto: "La nostra prossima battaglia è quella per l'unità della nazione". L'attenzione perciò non può che spostarsi sul referendum del 2011 per l’indipendenza del Sud. Una scommessa che ha un’alta posta in gioco: la spartizione del petrolio, estratto nelle regioni meridionali col lavoro della popolazione di etnia africana, ma gestito dal nord arabo. Questione che riguarda tutti, sudanesi o no.