Mezzaluna
14.04.2010 - 12:40
Analisi
 
Nucelare iraniano: Israele guarda a Mosca
Roma, 14 apr 2010 12:40 - (Agenzia Nova) - Negli ultimi giorni autorevoli firme della stampa occidentale hanno interpretato l’assenza del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, alla conferenza di Washington per la sicurezza nucleare voluta da Barack Obama, come l’ennesimo sgarbo d’Israele all'alleato americano. Molti, del resto, cominciano a pensare che le recenti tensioni, causate dall'insistenza dello stato ebraico nel voler proseguire l'espansione degli insediamenti a Gerusalemme est, sia solo la punta di un iceberg di profonde divergenze tra i due paesi. Alla base di queste divergenze c’è la questione del nucleare iraniano.

Sembra infatti ormai chiaro che per l'amministrazione di Barack Obama, la Repubblica islamica non possieda, né potrà possedere in un futuro prossimo, né armi nucleari, né tanto meno la capacità di costruire vettori capaci a colpire con esse gli Stati Uniti. Washington punta dunque principalmente sulle sanzioni economiche per dissuadere Teheran dal procedere con il suo programma nucleare, continuando nello stesso tempo a garantire la sicurezza dello stato ebraico.

Questo approccio è radicalmente contestato dal governo israeliano che considera possibile ed anzi imminente la realizzazione della prima bomba atomica iraniana, e che è dunque deciso ad impedire in qualsiasi modo questa eventualità, anche, se necessario, ricorrendo ad un attacco militare preventivo contro i siti nucleari iraniani. Una prospettiva, questa, che viene considerata a Washington come pericolosissima per gli interessi Usa nella regione. La scelta di Obama è dunque, al tempo stesso, una dura presa di distanza dalla leadership di Israele e una svolta senza precedenti per gli Stati Uniti d’America.

Questo è il difficile contesto che fatto maturare a Tel Aviv l'idea di aprire un dialogo più intenso con la Federazione Russa. All’inizio di quest’anno, nel giro di due settimane, il governo israeliano organizza due “consigli dei ministri congiunti” con Germania e Italia: due paesi che condividono un passato antisemita, e che coltivano rapporti economici privilegiati sia con Mosca, sia con Teheran. Le riunioni inter-governative tenute dal Consiglio dei ministri d’Israele con quello tedesco, a Berlino il 18 gennaio e, successivamente, con quello italiano il primo febbraio, sono l’occasione per firmare tutta una serie di accordi di cooperazione bilaterali, ma anche per discutere di Iran. Lo confermano le dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, che alla vigilia del consiglio dei ministri congiunto dichiara: "Le prospettive di pace in Medio Oriente e il dossier nucleare iraniano faranno da sfondo al vertice".

Più esplicita la Merkel che, nella conferenza stampa tenuta con Netanyahu al termine della riunione, dice: "Noi tedeschi abbiamo fatto chiaramente capire che se l'Iran non cambia il suo atteggiamento, parteciperemo alle sanzioni globali. Ci auguriamo, naturalmente, che possano essere applicate in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. Poi il cancelliere aggiunge: "Se non fosse possibile, allora la Germania si allineerà con gli altri paesi che perseguono lo stesso obiettivo di applicare tali sanzioni”.

Pochi giorni dopo il vertice con il governo italiano, il 15 febbraio, Netanyahu varca i cancelli del Cremlino. A Mosca il premier israeliano chiede di bloccare la vendita a Teheran dei sistemi missilistici antiaerei S-300, gli unici in grado d’impedire ai jet israeliani di colpire gli impianti iraniani. Non si può escludere, tuttavia, che Netanyahu abbia chiesto ai leader russi anche assistenza in caso di attacco all’Iran, magari sotto forma d’intelligence satellitare, nel caso in cui gli Usa la rifiutassero. Vale la pena di ricordare che nel settembre scorso Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, affermò che "se i bombardieri israeliani attraverseranno lo spazio aereo iracheno per attaccare l’Iran, gli Stati Uniti non dovrebbero esitare a intercettarli". Brzezinski, oggi segretario generale della Commissione trilaterale, è l’uomo che formò il giovane Barack Obama nelle relazioni internazionali.

Sta di fatto che, subito dopo Netanyahu, è stato il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, a recarsi a Mosca, seguito a breve dai massimi vertici militari dello stato ebraico. Nei giorni scorsi la Russia ha bloccato la vendita all’Iran degli S-300 e, quel che è forse anche peggio per Teheran, ha congelato le forniture di carburanti raffinati all’Iran, un paese che, pur essendo tra i principali produttori mondiali di petrolio, non ha capacità di raffinazione. L’8 aprile infine, a margine del vertice di Praga, dove assieme ad Obama ha firmato il trattato Start-2, Medvedev ha per la prima volta ammesso la possibilità di adottare sanzioni contro l’Iran, se il regime degli ayatollah non abbandonerà i suoi piani nucleari. (a.f.a.)
 
Egitto: El Baradei, possibile alternativa a militari e integralisti
Roma, 14 apr 2010 12:40 - (Agenzia Nova) - Lo scorso febbraio, al suo ritorno in patria dopo gli anni trascorsi in Austria alla guida dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Mohammed El Baradei aveva subito rotto gli indugi. L'Egitto, aveva avvertito appena sbarcato al Cairo, rischia una sollevazione popolare se il regime del presidente Hosni Mubarak, al potere ormai da 30 anni, non avvierà un programma di riforme democratiche. "Il cambiamento raggiungerà anche l'Egitto, è inevitabile: quel che intendo fare è prevenire uno scontro tra il governo ed il popolo", aveva detto proponendosi come una sorta di mediatore tra gli egiziani e il potere.

A El Baradei, fine diplomatico e abile negoziatore, non manca evidentemente la perfetta conoscenza della storia del suo paese d’origine: nell'estate del 1950 il re Farouk, di ritorno dalle ferie all'estero, ricevette un identico messaggio. I leader dell'opposizione di allora, con un'iniziativa senza precedenti, scrissero infatti al sovrano queste parole: "La tolleranza del popolo ha un limite e noi temiamo che avvenga una sollevazione che non colpirà solo gli ingiusti, ma esporrà il paese ad una bancarotta finanziaria, politica e morale". Meno di due anni dopo un “grande incendio” colpì Il Cairo, facendo da detonatore per la rivoluzione di Nasser che abbatté la monarchia.

Non sono state quindi parole a caso, quelle lanciate da El Baradei, tornato a casa dopo oltre un quarto di scolo di onorato servizio all'Aiea, prima come assistente del direttore generale per le relazioni estere e poi, dal 1993, come direttore generale. I ricorsi storici non mancano. Quindici anni dopo la lettera degli oppositori a Farouk, un simile avviso preannunciò la fine del potere del presidente Jamal Abdel Nasser. Come per l'incendio del Cairo, questa volta il segnale fu la "disfatta militare del giugno 1967", ovvero la sconfitta nella guerra con Israele che mise a nudo tutte le debolezze del regime di Nasser, facendogli mancare la fiducia di cui aveva sempre goduto. Solo l'improvvisa, morte sopraggiunta nel 1970, risparmiò al rais, elevato ad eroe panarabo, l'umiliazione di un golpe militare che molti si aspettavano.

Non sorprende quindi che l'ambizioso El Baradei abbia scelto quelle parole per "scendere in politica". Come lui stesso più tardi ha annunciato, l’ex direttore dell’Aiea è "pronto" a candidarsi alle elezioni presidenziali del 2011, "sfidando chiunque", ossia Mubarak o suo figlio Gamal, 44 anni, da tempo indicato come il futuro rais. El Baradei, inoltre, ha presto abbandonato i toni morbidi, per denunciare la corruzione e la povertà sempre più diffuse ed ha affermato che tutti gli egiziani dovrebbero avere accesso ai servizi sanitari ed a una buona istruzione. Egli ha formando inoltre un movimento per le riforme, molto seguito soprattutto dalle nuove generazioni.

L'uomo non è un rivoluzionario di sinistra, non mette in discussione l'alleanza con l'Occidente e, sino ad oggi, ha evitato di affrontate i temi più delicati di politica estera, a cominciare dai rapporti con Israele che Mubarak ha stretto negli anni, partecipando attivamente all'embargo di Gaza ed alla morsa contro Hamas. Sono bastate però le poche frasi che El Baradei ha pronunciato a favore delle riforme per scatenare l'entusiasmo della società civile e di quella parte della sinistra non legata ai partiti tradizionali.

Per molti osservatori arabi, la situazione dell'Egitto è oggi molto simile, se non addirittura peggiore, a quella del 1952 e del 1967. Poca fiducia nel futuro a causa di decenni di cattiva gestione della cosa pubblica e della corruzione, che hanno contribuito a causare l’attuale disastro economico. La crisi finanziaria mondiale, inoltre, ha messo a nudo l'inefficienza di un sistema economico facile preda di inflazione, disoccupazione e disavanzo pubblico. Rivolta del pane e dell'acqua potabile, crollo dei servizi pubblici, scandalo dell'immondizia, tensioni confessionali con i cristiani, sono solo alcuni dei grandi problemi che affliggono il più popoloso paese del mondo arabo.

La crisi potrebbe esplodere anche per l'incertezza sulle condizioni di salute del presidente Mubarak, operato di recente in un ospedale tedesco. L'anziano rais, che ha governato il paese con pugno di ferro, appare di rado in pubblico e, secondo i medici, non sarebbe in grado di riprendersi presto. A scommettere su El Baradei, premio Nobel per la pace nel 2007, potrebbero essere tutti coloro i quali temono che l’uscita di scena di Mubarak possa lasciare all’Egitto solo due strade: un pronunciamento militare o l’arrivo al potere della più potente ed antica congregazione islamica del mondo sunnita: i Fratelli musulmani, principale forza d’opposizione del paese. (a.f.a.)