Atlantide
13.04.2010 - 01:46
Analisi
 
Il vertice di Obama sulla sicurezza nucleare
Roma, 13 apr 2010 01:46 - (Agenzia Nova) - L’idea di convocare in aprile a Washington una Conferenza internazionale sulla sicurezza nucleare, o Global Nuclear Security Summit, si deve direttamente al presidente Usa, Barack Obama, che ha annunciato l’iniziativa durante il vertice del G8 dello scorso anno all’Aquila. Formalmente la riunione, che è stata indetta al livello dei capi di stato e di governo, avrebbe lo scopo di contribuire a ridurre la probabilità che del materiale fissile possa finire nelle mani di terroristi ed essere successivamente utilizzato per compiere attentati od effettuare ricatti. Proprio per questo motivo, dalla conferenza dovrebbe, nelle intenzioni statunitensi, uscire un trattato, od almeno una bozza, che preveda l’obbligo per i futuri contraenti di mettere definitivamente in sicurezza le proprie scorte di materiale sensibile e cosiddetto ”bombabile”.

Nella stessa sede, è altresì probabile che vengano rilanciate dagli Stati Uniti anche la Global Threat Reduction Initiative, la Global Initiative to Combat Nuclear Terrorism, e la Proliferation Security Initiative: tutti strumenti di contrasto sia delle ambizioni proliferatorie dei paesi considerati maggiormente a rischio, che del traffico illegale di materiali nucleari. Non si dovrebbe invece, almeno sul piano ufficiale, discutere del programma nucleare iraniano e del metodo migliore per fermarlo, al contrario di quanto sembra trasparire dalla lettura della stampa nazionale. Non è infatti l’imposizione o meno di sanzioni contro la Repubblica islamica il vero oggetto della conferenza sulla sicurezza nucleare che si svolge in queste ore. Esiste però il ragionevole dubbio che l’amministrazione statunitense intenda utilizzare l’appuntamento per avviare una riflessione complessiva sull’avvenire della non proliferazione nucleare, anticipando la conferenza periodica di riesame del Trattato sulla non proliferazione (Tnp), che dovrebbe aver luogo in maggio. Di Iran, quindi, si dovrebbe parlare, ma in un contesto più ampio e in una cornice del tutto differente rispetto a quella che ha catalizzato l’attenzione dei media.

Il Tnp, infatti, è attualmente sfidato soprattutto dalla pretesa iraniana di affermare il diritto degli stati che vi hanno aderito ad arricchire liberamente l’uranio senza che ciò rappresenti una rottura degli impegni a non proliferare. E’ appena il caso di sottolineare la circostanza che il successo della rivendicazione sostenuta da Teheran implicherebbe di fatto lo svuotamento del trattato vigente, la cui efficacia verrebbe più che mai a dipendere solo dalla buona volontà politica dei paesi aderenti, venendo meno tutte le salvaguardie oggettive oggi esistenti. E’ per questo motivo che, oltre alla banca del combustibile nucleare in cui stoccare il materiale fissile esistente in modo da scongiurarne il contrabbando, non si può escludere che all’attenzione dei leader convenuti a Washington Obama possa proporre un testo giuridicamente vincolante contenente l’obbligo per gli stati contraenti a non produrre più materiale fissile bombabile oltre a quello attualmente esistente.

Al momento, i paesi che stanno ufficialmente continuando a produrre materiale fissile da destinare alla costruzione di ordigni nucleari sono soltanto l’India ed il Pakistan, che però agiscono al di fuori della cornice del Trattato di non proliferazione, senza quindi comprometterne la tenuta e le fondamenta, esattamente come probabilmente fa anche Israele, seppure dietro la cortina della politica di ambiguità deliberatamente adottata riguardo al proprio status di potenza nucleare. Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia hanno invece proclamato una moratoria sulla produzione di materiale fissile bombabile, mentre la Cina l’ha sospesa ufficiosamente. Tuttavia, proprio in ragione dei rapporti intrattenuti con Teheran, non è da escludere che Mosca e Pechino finiscano lo stesso con l’opporsi al tentativo di vietare per Trattato la produzione di uranio arricchito. Una presa di posizione russo-cinese di questa natura implicherebbe certamente il fallimento della conferenza e getterebbe ombre inquietanti anche sulle prospettive dell’imminente revisione periodica del Trattato di non proliferazione.


I problemi che si profilano all’orizzonte

A dispetto del significativo miglioramento intervenuto nelle relazioni russo-americane e delle pressioni che saranno certamente esercitate sulla delegazione cinese guidata dal presidente Hu Jintao, pare al momento molto difficile che l’amministrazione democratica Usa riesca nel proprio intento. Troppe sono infatti le resistenze prevedibili sulla sua strada, inesorabile risvolto di un accordo che dovrebbe essere assistito da strumenti di controllo veramente penetranti e costringerebbe l’Iran ad una scelta di fondo sulla propria permanenza all’interno del Tnp. La semplice discussione della questione è quasi certamente tra i motivi che hanno prudentemente indotto il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, a disertare l’evento.

Difficoltà potrebbero inoltre palesarsi anche in relazione ad un obiettivo di portata più limitata, egualmente perseguito dagli Stati Uniti. Barack Obama punterebbe infatti ad ottenere alla conferenza almeno la riaffermazione dell’obbligo per gli stati a provvedere alla definitiva messa in sicurezza del materiale fissile. In effetti, ciascun paese se ne sta in qualche modo occupando da diverso tempo, se non altro per esigenze connesse alla propria sicurezza interna. In Italia, ad esempio, già nel 2002 il governo si risolse a nominare un commissario straordinario proprio a questo scopo. E’ possibile però che alla conferenza di Washington sia proposta l’introduzione di un penetrante regime di controlli internazionali anche sotto questo profilo specifico, per testare l’affidabilità delle sedi di stoccaggio e dei relativi sistemi di sorveglianza. Anche questa scelta genererebbe però sicuramente degli attriti, perché sarebbe difficile allestire un sistema di monitoraggio e verifiche che non implichi una compressione della sovranità nazionale dei paesi soggetti a controllo. La conferenza di Washington si presenta quindi come un appuntamento denso d’insidie per il presidente Obama.


Il giallo sulla presenza al summit di Silvio Berlusconi

Per l’Italia, al summit partecipa il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ed anche su questa presenza è forse opportuno spendere qualche parola. Perché Palazzo Chigi ha inspiegabilmente evitato di pubblicizzare sino all’ultimo momento la trasferta a Washington, determinando anche qualche reazione da parte dell’opposizione, che riteneva opportuno un passaggio in parlamento prima della partenza del premier. Le ragioni di questo atteggiamento sono al momento misteriose. E’ possibile che a suggerire un basso profilo sia stato il sovraffollamento degli impegni previsti dalla presidenza del Consiglio. Ma non è da escludere che il governo abbia preferito viaggiare a fari spenti in un momento nel quale il tema della sicurezza e del disarmo nucleare chiama in causa una pluralità di aspetti delicatissimi della politica estera italiana, incluso quello relativo allo stazionamento di armi atomiche statunitensi sul suolo nazionale ed alla volontà manifestata dalla Farnesina di battersi in ambito Nato affinché venga conservato il meccanismo della “doppia chiave” che regola la custodia e l’eventuale utilizzo delle atomiche Usa basate in Europa. (g.d.)