Mezzaluna
07.04.2010 - 16:26
Analisi
 
Sudan: il ritiro delle opposizioni dalle elezioni legittima al Bashir
Roma, 7 apr 2010 16:26 - (Agenzia Nova) - Per la prima volta dopo un quarto di secolo di regime militare, l’11 aprile prossimo gli elettori sudanesi saranno chiamati ad eleggere il capo dello stato, il parlamento, i governatori e le assemblee locali, nonché il presidente e l’assemblea legislativa dell’etnia regionale autonoma del Sudan meridionale. La credibilità del voto è stata, tuttavia, messa seriamente in dubbio nei giorni scorsi dal ritiro in massa dei principali candidati dell’opposizione che accusano il governo di Khartoum di preparare brogli per favorire la vittoria del presidente, Omar al Bashir. Quattro candidati hanno infatti seguito le orme di Yasir Arman, in lizza per gli ex ribelli del Movimento per la liberazione del Sudan (Splm, partito di governo nel Sudan meridionale), ritirandosi dalla competizione. Hanno annunciato il ritiro Sadek al-Mahdi, ex premier e capo del partito Umma, Mubarak al-Fadil, della stessa formazione, Ibrahim Nugud, leader del partito comunista, e Hatem al-Sir, del partito democratico unionista (Dpu).

La determinazione del governo di Khartoum a tenere comunque le elezioni sembra sancire la il fallimento di tutti gli sforzi internazionali per por fine alla grande tragedia umanitaria che colpisce da decenni il più grande paese africano: quello tra nord e sud del paese. L'origine del conflitto risale alle profonde disuguglianza lasciate in eredità dall'amministrazione coloniale, con una concentrazione di risorse economiche e poteri decisionali nel nord arabo a scapito del sud abitato da neri. La soluzione del conflitto sembrava raggiunta dopo la firma nel 2005 di un accordo di pace tra Khartoum e l’Esercito di liberazione del popolo del Sudan, il principale gruppo ribelle del sud, ribattezzato in seguito Movimento per la liberazione del Sudan. L’accordo suscitò però il timore di una spartizione esclusiva del potere tra queste due forze, acutizzando così le violenze nel Darfur, la ragione ad ovest del paese rimasta esclusa dal riessetto dei poteri.

Previste dagli accordi di pace del 2005, le imminenti elezioni generali dovrebbero costituire un sostanziale passo avanti verso una reale democratizzazione delle istituzioni politiche e preparare il terreno al cruciale appuntamento del 2011, quando le popolazioni del sud, sempre secondo quanto disposto dagli accordi, potranno decidere con un referendum se continuare a far parte del Sudan oppure staccarsene e dar vita a uno stato indipendente. Una posta in gioco enorme: il voto dell’11 aprile e l’esito del successivo referendum popolare decideranno infatti a chi andrà il controllo dei giacimenti di petrolio, dai quali dipende la ricchezza del paese e che sono situati nelle remote regioni centro-meridionali, abitate in prevalenza dalle etnie nere di religione cristiana.

Lo scorso anno il censimento della popolazione, indispensabile per redigere le liste degli aventi diritto al voto, aveva generato una prima prova di forza tra il governo e i portavoce di numerose etnie, in particolare quelle meridionali, che avevano contestato i risultati sostenendo che le popolazioni del nord erano state volutamente sovrastimate per consentire i brogli con cui il governo si sarebbe in seguito aggiudicato l’esito elettorale. Nei mesi scorsi Khartoum ha quindi intensificato gli sforzi per raggiungere accordi con i leader della guerriglia del Darfur. Il 23 febbraio a Doha, capitale del Qatar, il governo sudanese ha così firmato un cessate il fuoco con il movimento Uguaglianza e giustizia (Jem), uno dei maggiori gruppi armati della provincia. L’accordo avrebbe dovuto garantire l’avvio di un deciso processo di pace, mettendo fine alla guerra scoppiata nel gennaio del 2003 che ha costretto un terzo della popolazione del Darfur ad abbandonare le proprie case per cercare scampo alla violenza e rifugiarsi nei campi profughi allestiti dalla comunità internazionale anche nei paesi confinanti.

Al Bashir, colpito da un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, rischia dunque di ottenere legittimazione dal voto, non tanto grazie alla popolarità di cui gode, quanto piuttosto per colpa di un’opposizione divisa e includente, ancorché consistente. Secondo molti osservatori, infatti, il ritiro di Yasir Arman dalla competzione elettorale sarebbe da attribuire ad una profonda spaccatura in seno all’Splm. A causa delle profonde divergenze con la leadership del partito, ben 360 esponenti uscenti dall’Splm si sono presentati candidati in liste indipendenti. La crisi rischia di sancire la spaccatura del partito e suggerisce ai suoi leader di rinviare il voto. Di queste debolezze approfitta al Bashir che peraltro si giova di una simile faida all’interno dell’opposizione nel Darfur. Paradossalmente, infatti, proprio il cessate il fuoco siglato a Doha tra il governo ed il solo Jem, ha provocato la “gelosia” e quindi l’opposizione degli altri movimenti della guerriglia nel Darfur. Le divisioni della guerriglia darfuriana hanno rappresentato un buon pretesto per i partiti nazionali d’opposizione i quali, temendo di perdere le elezioni per il poco spazio concesso alle loro campagne elettorali, hanno ritirato i loro candidati dalla competizione.

Risultato? Una consistente opposizione, composta di almeno tre grandi partiti nazionali e da due minoranze etniche e religiose perseguitate, quella del sud e quella del Darfur, che insieme contano 16 milioni di abitanti pari al 40 per cento della popolazione totale (40 milioni, secondo il censimento del 2004) stanno per consegnare il potere democraticamente ad al Bashir che nel 1986 riuscì ad imporsi solo grazie ad un cruente golpe militare. (a.f.a.)
 
Iraq: l'Eni può star tranquilla, il contratto per Zubair sarà ratificato
Roma, 7 apr 2010 16:26 - (Agenzia Nova) - "Un bel boccone". Non poteva trovare un'espressione più colorita, l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, all'indomani dell'assegnazione alla compagnia petrolifera italiana della licenza per il giacimento di al Zubair, il quarto dell'Iraq, paese che potrebbe nascondere nel sottosuolo le riserve di petrolio più grandi del pianeta. Il contratto che vede la società italiana a capo di un consorzio del quale fanno parte anche la statunitense Occidental Petroleum Corporation, e la sudcoreana Korea Gas Corporation, era stato siglato con il governo di Nouri al Maliki senza la ratifica del parlamento di Baghdad, che non era riuscito ad approvare la legge sul petrolio nel corso della precedente legislatura. La legge avrebbe dovuto tra l’altro por fine alla diatriba tra esecutivo e parlamento su chi debba decidere sulla principale ricchezza del paese. All'indomani della firma del contratto, lo scorso 13 ottobre, c'è stata infatti un’estesa levata di scudi da parte di esponenti del clero sciita legato all'Iran, così come di altri esponenti dell'opposizione sunnita, contro il ministro del Petrolio iracheno, Hussein al Shahristani accusato di avere travalicato "una prerogativa del parlamento".

Ora, le elezioni per eleggere il nuovo parlamento si sono svolte il 7 marzo scorso. In attesa dei risultati "definitivi e ufficiali", le consultazioni formali per formare il nuovo governo non sono state ancora avviate, eppure ferve già sulla stampa irachena un acceso dibattito sul "destino dei contratti petroliferi siglati dal governo uscente". Stando alle dichiarazioni dei rappresentati delle formazioni uscite vincenti dalla consultazione, appare certo che i rapporti di forza nel nuovo parlamento di Baghdad favoriranno una rapida ratifica degli accordi sottoscritti dal governo uscente. A differenza della passata legislatura, il nuovo quadro politico emerso dalle elezioni, vede nella componente clericale sciita l'unica forza parlamentare ancora decisa a dar battaglia. Si tratta tuttavia di una rappresentanza uscita largamente ridimensionata dal voto, con appena 70 dei 325 seggi del futuro al Majlis al Watani, il parlamento di Baghdad. Si tratta dell’Alleanza nazionale irachena, un cartello sciita composto dai due alleati di Teheran: il Consiglio nazionale di Ammar al Hakim, e al Fadilah, formazione politica che fa capo al leader radicale sciita Moqtada al Sadr e all'ex premier iracheno, Ibrahim al Jaafari.

Dando per scontata la posizione dello schieramento che fa capo ad al Maliki, che ha ottenuto 89 seggi nella nuova assemblea, c'è da aggiungere la netta convergenza di al Iraqiya che con 91 seggi aggiudicati forma già con al Maliki una solida maggioranza parlamentare. "Nonostante le numerose riserve sui contratti stipulati, il nuovo governo non può assolutamente fare marcia indietro", ha tagliato corto Alia Nsseif, esponente di al Iraqiya, il partito guidato da Iyyad Allawi, nominato premier all'indomani della caduta di Saddam Hussein nel 2003 dall'allora proconsole americano in Iraq, Paul Bremer. Se si aggiunge la scontata adesione dei due principali partiti curdi, che contano su altri 43 deputati, sembra motivata oggi la soddisfazione espressa a suo tempo da Scaroni. Lo confermano indirettamente anche molti esperti petroliferi iracheni che vedono con favore il "contratto di servizio" concluso da Eni per Zubair. La compagnia italiana sarà infatti retribuita per il suo lavoro fatto, senza tuttavia partecipare agli utili della produzione, a differenza di quanto avviene con i Production Sharing Agreements, i contratti preferiti dalle multinazionali, che gli iracheni considerano con estremo fastidio.

C’è inoltre la consapevolezza che una disdetta provocherebbe le "gravose sanzioni" finanziarie previste dai contratti. Per non parlare dell'urgenza che il governo ha di rilanciare la produzione di petrolio. Con i due “round di licenze” già concesse (il lancio del terzo round è atteso a breve, ma solo per le esplorazioni) Baghdad conta infatti di portare entro 6 anni la produzione di greggio a 12 milioni di barili al giorno, rispetto agli attuali 2,5. Una condizione indispensabile per uscire dalla palude economica e umanitaria post-bellica. Questa prospettiva, tuttavia, dipende dalla capacità dei politici iracheni di trovare un accordo di governo prima che "le grandi stragi in corso" a Baghdad – organizzate da al Qaeda, anche se c’è chi vi vede la mano di Teheran – facciano precipitare il paese in un'ennesima fase di caos. (a.f.a.)