Atlantide
18.05.2009 - 18:16
ANALISI
 
Afghanistan: perché il cambio al vertice militare Usa?
Roma, 18 mag 2009 18:16 - (Agenzia Nova) - Sul fronte afgano della guerra al terrorismo internazionale sono maturate delle novità interessanti, che potrebbero preludere ad un cambio degli obiettivi perseguiti dalle forze americane sul campo. L’11 maggio, infatti, con una decisione del tutto inattesa, a meno di metà del suo mandato previsto, il generale David McKiernan è stato rimosso dal suo incarico di comandante supremo delle forze statunitensi in Afghanistan. L’unico precedente di un comandante di teatro avvicendato d’imperio nel corso delle operazioni, e al di fuori dei normali meccanismi di rotazione dei comandi, risale agli anni Cinquanta, quando il Presidente Harry Truman sostituì improvvisamente Douglas MacArthur, che gli proponeva di far ricorso alle armi atomiche contro la Repubblica popolare cinese per concludere sollecitamente il conflitto in Corea.

Molte sono le spiegazioni con le quali si è cercato d’interpretare la scelta fatta dall’amministrazione, su proposta del segretario alla Difesa, Robert Gates, e con l’attivo incoraggiamento di David Petraeus, l’uomo attualmente responsabile di tutto quel che le forze armate di Washington fanno nello spazio compreso tra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. C’è chi ha visto nella defenestrazione di McKiernan una risposta alla richiesta fatta dalle autorità politiche afgane di un cambio di approccio alle operazioni di stabilizzazione, dopo la strage del 4 maggio compiuta dai bombardieri alleati nei villaggi di Geerani e Ganj Abad, nel distretto occidentale di Bala Buluk, apparentemente costata la vita a 147 persone. Ma negli Stati Uniti è stato fatto notare a questo riguardo il fatto che proprio a McKiernan è riconosciuta la gran parte del merito per la riduzione delle vittime civili verificatasi nei primi mesi di quest’anno rispetto al corrispondente periodo del 2008: una diminuzione netta del 40 per cento.

Altri osservatori, invece, hanno invece chiamato in causa i cattivi rapporti che si sarebbero stabiliti tra il generale appena avvicendato ed il suo superiore diretto, Petraeus, di cui McKiernan, un ufficiale carrista, non avrebbe mai pienamente condiviso gli orientamenti in materia di contro-insurrezione ed in particolare l’idea di esportare in Afghanistan il modello delle milizie tribali applicato con successo nella provincia di Al Anbar in Iraq.

Sono invece pochi quelli che hanno posto l’accento sulla personalità del successore di McKiernan: il generale Stanley McChrystal, ex responsabile del Comando operazioni speciali e già pupillo dell’ex segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, riconosciuto come l’artefice tanto della cattura di Saddam Hussein, quanto della successiva eliminazione del capo della colonna irachena di al Qaeda, Abu Musa Al Zarqawi. McChrystal potrà contare sul sostegno di un vice, il generale David M. Rodriguez, che agirà di fatto da comandante operativo delle truppe, nonché sulla presenza nell’ambasciata americana di Kabul di un ex generale con vasta conoscenza del teatro: Karl Eikenberry.

La nomina di McChrystal e l’eventuale avallo dei suoi metodi d’azione, non sempre del tutto ortodossi, sono importanti in quanto possibili segni della volontà del Presidente Barack Obama di modificare gli obiettivi strategici della campagna in atto in Afghanistan, accentuando gli sforzi finalizzati alla cattura o all’uccisione di Osama bin Laden, Ayman Al Zawahiri e, forse, dello stesso Mullah Omar. Se l’ipotesi trovasse conferma, potremmo essere in presenza di un cambiamento fondamentale nella gestione dell’intero conflitto e le conseguenze sul piano politico e tattico non tarderebbero a manifestarsi. La morte delle tre maggiori personalità legate ai fatti dell’11 settembre, infatti, permetterebbe agli americani di disimpegnarsi dall’Afghanistan con un successo dalla forte valenza simbolica, qualora decadesse il consenso interno ad una presenza prolungata su quel teatro, lasciando agli europei, qualora lo desiderassero effettivamente, di occuparsi della ricostruzione politico-economica del Paese. Si tornerebbe quindi alla situazione dell’estate del 2005, quando Washington sembrava sul punto di delegare quasi completamente ai propri alleati la responsabilità delle fasi conclusive della missione di stabilizzazione intrapresa subito dopo la deposizione del regime talebano. Toccherebbe a quel punto a noi europei decidere cosa fare e se lasciare o meno l’Afghanistan al proprio destino.

Qualora, invece, gli americani volessero prorogare la propria presenza in teatro, l’eliminazione del vertice storico del movimento talebano e del network jihadista consentirebbe di perseguire uno degli elementi fondamentali della nuova strategia che sta prendendo corpo: il divorzio tra la resistenza pashtun ed al Qaeda, che preluderebbe all’auspicata riconciliazione nazionale e, forse, alla fine dei conflitti intestini che lacerano l’Afghanistan dall’inizio degli anni Settanta. (g.d.)
 
Afghanistan: cresce la pressione dei talebani
Roma, 18 mag 2009 18:16 - (Agenzia Nova) - Grazie all’afflusso dei primi rinforzi, la pressione alleata in Afghanistan ha iniziato ad aumentare in tutte le province dell’Est, del Sud e persino in qualcuna di quelle occidentali. E’ anche per sfuggire allo stile decisamente aggressivo dell’azione militare anglo-americana di queste ultime settimane che il contingente italiano di stanza all’Ovest ha iniziato a ritirarsi dagli avamposti più meridionali della provincia di Farah, per rischierarsi più a Nord, come hanno fatto sapere sia il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che il Capo di Stato maggiore dell’Esercito, Fabrizio Castagnetti. I comandi italiani, tanto ad Herat quanto a Roma, temono infatti che l’energica controffensiva cui il surge è funzionale possa distruggere le relazioni stabilite con gli anziani capi-villaggio e quindi compromettere tutta la strategia nazionale di controllo del territorio che ha contraddistinto la nostra presenza nella regione occidentale.

Gli scontri sono in ogni caso destinati ad aumentare anche per effetto della decisione, pomposamente annunciata il 29 aprile scorso e confermata il 5 maggio seguente dai portavoce del movimento neotalebano, di scatenare una massiccia ondata di violenze contro le truppe alleate, l’Esercito e la Polizia nazionale afghana ed i funzionari del governo di Kabul incaricati di preparare e curare il corretto svolgimento delle elezioni previste per il prossimo 20 agosto: l’operazione Nasrat, o “Vittoria”, il cui vero scopo è quello di logorare ulteriormente il consenso dei principali paesi dell’Alleanza atlantica presenti in Afghanistan in questa fase cruciale della guerra in corso. Il movimento neotalebano, coadiuvato dai gruppi fedeli al clan degli Haqqani ed a ciò che rimane dell’Hibz-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, ha ulteriormente esteso la portata delle sue iniziative, colpendo anche a Nord, dove recentemente la Bundeswehr è stata impegnata nella prima vera battaglia che l’abbia vista protagonista da quando i soldati tedeschi sono schierati nei pressi di Kunduz. Non sono mancate neanche le iniziative clamorose, come il tentativo, fortunatamente fallito, di assassinare Angela Merkel il 6 aprile scorso, nel corso della sua visita in Afghanistan.

Si va quindi verso un momento assai delicato, nel quale sarà più importante che mai mantenere la coesione alleata e dimostrare la determinazione a non farsi condizionare dalla crescita delle perdite in procinto di manifestarsi. L’aumento del numero dei soldati sul terreno e la volontà di ridurre i margini di manovra di cui attualmente dispone la guerriglia indurranno senza dubbio un incremento degli scontri a fuoco e delle vittime di tutte le parti coinvolte. E’ stato così, dopotutto, anche nei primi sei mesi dell’escalation perfezionata in Iraq nel 2007.

E’ altamente probabile che l’aumento della violenza interessi anche i soldati italiani, che già da qualche giorno sono tornati nel mirino dei ribelli vicini al mullah Omar, tanto più che anche il nostro paese si avvia a realizzare il suo piccolo surge, elevando a circa 3.100 unità la consistenza del contingente inviato in Afghanistan e conferendogli assetti decisamente più “combat”. Ci saranno delle polemiche e vi sarà anche chi metterà sotto accusa le regole d’ingaggio ed il modo in cui i nostri militari si comportano, oggetto di censura in particolare dopo l’incidente costato la vita ad una giovane afgana alcune settimane or sono. In vista di ciò che potrebbe accadere, sarebbe bene fin d’ora chiarire che il nostro contingente non opera isolatamente, ma fa parte di un tutto: un insieme che persegue obiettivi politico-militari incompatibili con quelli della guerriglia, sotto la leadership degli Stati Uniti e dell’Alleanza atlantica. (g.d.)