Mezzaluna
31.03.2010 - 19:00
ANALISI
 
Iraq: la vittoria di Allawi può aprire la strada a una coalizione laica filo-occidentale
Roma, 31 mar 2010 19:00 - (Agenzia Nova) - L'inaspettata affermazione elettorale dell'ex premier iracheno, Iyyad Allawi, alla guida di una colazione laica appoggiata dai sunniti è stata interpretata da molti osservatori come una vittoria di quella minoranza a scapito della maggioranza sciita guidata dall'attuale premier, Nouri al Maliki. Un’analisi dei risultati del voto del 7 marzo scorso suggerisce però che le cose sono andate altrimenti. Prima di tutto, esaminando i nomi degli eletti, appare evidente che i rapporti di forza in Parlamento tra le due principali confessioni del paese sono rimasti pressoché invariati. Il voto ha fatto emergere quattro schieramenti politici principali, ponendo fine alla precedente frammentazione, ma il dato più significativo è quello dell'affermazione schiacciante di due forze laiche che, insieme, totalizzano 180 dei 325 seggi parlamentari. Due forze che, in caso di accordo, potrebbero dar vita per la prima volta ad un governo forte, capace di traghettare l'Iraq fuori dalla palude post-bellica, sottraendolo all'influenza dall'invadente vicino iraniano.

Anche se sulla correttezza del voto pendono diversi ricorsi, i risultati delle elezioni sono stati comunque già riconosciuti da Onu e Stati Uniti. Le due formazioni risultate in testa, con uno scarto minimo tra loro, sono Iraqiya, la lista di Allawi, con i suoi 91 seggi, e la coalizione di Maliki, "Stato di Diritto", staccata dalla prima per soli due seggi parlamentari. L’Alleanza nazionale irachena (Ina), una coalizione che raggruppa due formazioni sciite legate all'Iran - Il Consiglio supremo islamico e al Fadilah, la corrente radicale sadrista - ha 70 seggi, mentre i partiti curdi ne contano 43. Di fatto, nessuna coalizione è riuscita ad ottenere i 163 seggi necessari per avere una maggioranza sufficiente a garantire la nascita e la sopravvivenza di un governo.

Al Maliki e Allawi sono due personalità forti che in comune hanno la stessa ambizione: guidare il prossimo esecutivo. Prima delle elezioni al Maliki aveva creato la propria lista laica, sganciandosi così dai suoi scomodi alleati di governo, "clearcali e troppo vicini a Teheran". Ma la minaccia più grave alla sua riconferma veniva piuttosto da Allawi, la cui formazione è quella più affine al partito del premier, della quale è dunque il più diretto antagonista. Maliki aveva quindi stilato una “lista di proscrizione” nei confronti dei candidati baathisti: una vera insidia per Allawi, ex esponente del partito Baath, anche se poi caduto in disgrazia ai tempi di Saddam Hussein.

Le coalizioni al Maliki e quella di Allawi, oltre alle ambizioni personali dei loro leader, hanno molto altro in comune, in particolare il fondamento laico, il respiro nazionale e l’indirizzo moderato. Ma a guardar meglio, al Maliki ha per lo più attratto il voto degli sciiti, Allawi quello delle province sunnite, dove ha vinto a mani basse. La differenza che ha portato quest’ultimo alla vittoria sta nel fatto che l’elettorato sciita si è diviso, con la parte più tradizionalista che ha seguito la populista Alleanza nazionale irachena di Ammar al Hakim e Muqtada al Sadr. Stavolta, infatti, la rete di alleanze locali intessuta da Maliki, che grazie ad essa era arrivato alla vittoria nelle ultime elezioni provinciali, è stata strappata dai partiti religiosi sadristi, del Fadhilah e del Consiglio supremo islamico che sono poi le due componenti principali di Ina. E’ proprio grazie a questa divisione che Allawi ha potuto raggiungere la maggioranza relativa.

I due rivali hanno fatto a gara per diffondere un messaggio di unità nazionale e di superamento delle tradizionali divisioni. Il quadro politico iracheno è tuttavia ancora intriso della pericolosa miscela di rivalità settarie, potere e controllo delle risorse petrolifere. Visto il numero dei loro deputati in parlamento, i due, divisi da una profonda rivalità personale, sono però i soli che, uniti, potrebbero dare una chance alla giovane democrazia irachena. Con il sostegno dell'alleanza curda, che ha una leadership laica decisamente disponibile a un accordo con entrambi, potrebbero dar vita ad un esecutivo solido e forte.

L'ostacolo principale per la formazione di questo governo è appunto la rivalità tra i due che pretendono la guida di un eventuale esecutivo di coalizione e che per ora non si parlano. Ora, come previsto dalla costituzione, Allawi avrà il diritto di tentare di formare il nuovo governo. Sennonché, su espressa richiesta di al Maliki, la Corte suprema è subito dovuta intervenire per chiarire le modalità del passaggio costituzionale, precisando che l’articolo che prevede il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al più “ampio blocco parlamentare”, può essere inteso anche in modo da comprendere gruppi che si sono alleati, formando coalizioni dopo le elezioni.

In altri termini, Allawi ha diritto al primo tentativo di formare il governo ma, se non riuscisse entro il previsto termine di 30 giorni, potrebbe dover passare la mano, magari proprio ad al Maliki. Considerata l’incompatibilità con i sadristi, Allawi, se vorrà governare, dovrà rivolgersi ad al Maliki. In caso contrario il rischio è che si formi un asse trasversale sciita tra al Maliki ed Ina: una coalizione che totalizzerebbe 159 seggi. Mancherebbero ancora 4 seggi per raggiungere la maggioranza assoluta, ma per la coalizione sciita non sarebbe difficile ottenerli, pescando tra la trentina di deputati eletti nelle liste minori.

I migliori alleati di Allawi sono i paesi arabi sunniti e gli Stati Uniti, alleati che non avrebbero potuto sperare di meglio che trovare il partito di Allawi in una simile posizione di forza, dopo il 5 per cento racimolato dalla sua lista nella passata legislatura. Un leader nemico sia dell’Iran “sciita” che della “sunnita” al Qaeda. Lo stesso, o quasi, potrebbe dirsi di al Maliki, anche se egli non è esattamente un nemico di Teheran, pur non condividendo affatto l'ideologia del regime al potere.

Anche se trovasse nei curdi una probabile alleanza, Allawi non ha alcuna possibilità di formare una maggioranza che escluda il suo “alter ego” laico e, alla fine, potrebbe convincersi ad accettare una convivenza, magari non da attore protagonista. Per gli Usa e i paesi arabi, l'occasione è troppo ghiotta per non spingere l'alleato Allawi ad assecondare l’ambizione di al Maliki a conquistare un secondo mandato da premier, stavolta senza più essere ostaggio degli “amici” di Teheran. (a.f.a.)
 
Lega Araba: il vertice di Sirte, un’importante apertura di credito a Obama
Roma, 31 mar 2010 19:00 - (Agenzia Nova) - Il 22mo vertice dei capi di Stato arabi doveva sancire la sospensione, se non addirittura la revoca dell'iniziativa araba per la pace con Israele. La conferenza tenuta sabato scorso nella città libica di Sirte si è conclusa invece in sordina ed ha rinviato a data da stabilirsi una qualunque decisione su una questione - l’intransigenza del governo di Benjamin Netanyahu sull'ampliamento degli insediamenti a Gerusalemme est - che per la prima volta ha provocato un vera crisi nei rapporti tra lo stato ebraico e gli Stati Uniti. A Sirte è stato inoltre “accantonata” ogni ipotesi di dialogo con l’Iran, anche sul controverso programma nucleare di Teheran che, minacciando di scatenare una nuova guerra nella regione, mette in ansia l'intera comunità internazionale.

Il vertice, per la verità è stato definito “dimezzato” a causa dell'assenza di 14 leader arabi su 22, primi fra tutti il raiss egiziano Hosni Mubarak, longevo presidente del più popoloso paese arabo, ed il re saudita, Abdullah Bin Abdul Aziz, “custode” della più grande ricchezza petrolifera della regione e del pianeta. La conferenza si è conclusa domenica scorsa, per la prima volta senza i rituali discorsi finali, “preferendo piuttosto dedicare più tempo ai colloqui ed alle riunioni a porte chiuse”. L'unica decisione approvata dai 22 paesi della Lega Araba è stata l’approvazione di un finanziamento di 500 milioni di dollari per “un fondo a favore di Gerusalemme Est e per la moschea al-Aqsa”, con modalità che tuttavia restano oscure. Nel comunicato finale del vertice, peraltro, non c'è alcuna presa di posizione ufficiale sulle trattative “indirette” fra israeliani e palestinesi.

Scorrendo il testo del documento, i capi di stato arabi sembrano aver discusso di tutto: ben 23 paragrafi che spaziano dalle elezioni irachene appena celebrate a quelle attese per il prossimo aprile nel Sudan; dalla riforma delle Nazioni Unite alla condanna del terrorismo; dalla pace nel Darfur al'unità delle Comore, le tre minuscole isole poste all'estremità meridionale delle coste orientali dell'Africa. Un intero paragrafo è stato infine dedicato alla “generosissima ospitalità” della Grande Jamahiriya libica araba.

Sulla stampa araba molti hanno scritto di un ennesimo fallimento, a causa dell'incapacità dei leader arabi di trovare un accordo su temi di vitale importanza per il destino della nazione araba, come la Palestina e i rapporti con il regime degli ayatollah di Teheran. I media occidentali hanno invece ignorato snobbato la conferenza. Ma anche se i leader arabi hanno abituato la propria popolazione all’incapacità ad affrontare le grandi sfide, è difficile pensare che questa apparente inettitudine sia frutto solo delle diatribe intestine. Proprio l'assenza di critiche da parte di paesi non allineati sulle posizioni occidentali come Siria, Sudan e Algeria, fa pensare piuttosto ad una scelta precisa imposta dai paesi filo-occidentali, come l'Egitto e l'Arabia Saudita. La scelta, cioè, di non “rompere” con Israele per dar tempo al presidente Usa, Barack Obama, di proseguire nel suo tentativo di trovare un soluzione definitiva al conflitto arabo-israeliano.

L'altra scelta che traspare dall’inazione della Lega araba, se possibile ancor più significativa della prima, è l’allineamento totale alla strategia Usa nei confronti di un Iran con cui i paesi arabi hanno rinviato ogni dialogo, fino a quando Teheran "non cambierà la sua politica nei nostri confronti". Con queste parole il capo della diplomazia saudita, Faisal al Saud, ha risposto al segretario generale della Lega, Amr Moussa, che aveva chiesto al vertice di concordare un’azione comune per “dialogare con Teheran”. L'egiziano Moussa è stato perentoriamente invitato dalla platea del summit a rielaborare meglio le sue idee in un prossimo vertice. E’ infine significativa la scelta di aver fissato il prossimo incontro nell’ancora insicura capitale irachena, Baghdad, un segnale inequivocabile inviato ai dirimpettai iraniani: l'Iraq non cadrà nelle mani di Teheran. (a.f.a.)