Atlantide
22.03.2010 - 19:39
ANALISI
 
Usa-Israele: la crisi nei rapporti non è congiunturale
Roma, 22 mar 2010 19:39 - (Agenzia Nova) - Le tensioni affiorate nelle relazioni israelo-americane durante la recente visita del vicepresidente statunitense, Joe Biden, nello Stato ebraico sono state una sorpresa soltanto per coloro che osservano la vicenda mediorientale attraverso il prisma delle relazioni stabilitesi durante la guerra fredda. Sin dai tempi del conflitto di Corea, e per quasi quarant’anni, è stato un assioma che Israele facesse parte dell’Occidente geopolitico ed i suoi avversari fossero invece tutelati a livello globale dall’Unione Sovietica. E’ esattamente questo il dato che condiziona, più o meno coscientemente, il modo in cui si rapporta tuttora alla questione palestinese il grosso dei commentatori e degli analisti del nostro paese. Con rare eccezioni, sono infatti quasi fideisticamente filo-israeliani tutti gli atlantisti della prima ora e risolutamente filo-palestinesi coloro che invece simpatizzavano per il vecchio blocco orientale.

In realtà, la storia del conflitto israelo-palestinese e, più in generale, della guerra arabo-israeliana è sempre stata più complessa di questa rappresentazione. Innanzitutto perché Israele ebbe nemici anche in Occidente, durante i primi anni della sua esistenza. I britannici, ad esempio, subirono il terrorismo praticato da alcuni fra i padri dello stato d’Israele. Inoltre, nella fase più critica della loro lotta per l’indipendenza nazionale, nel 1948-49, le nascenti forze armate israeliane sfuggirono all’annientamento soltanto grazie a forniture militari ricevute in extremis dalla Cecoslovacchia. In sintesi, Israele nacque malgrado l’ostilità inglese e con l’apporto essenziale dell’Unione Sovietica, mentre gli Stati Uniti si limitarono ad offrire il proprio riconoscimento formale del nuovo stato.

Come ricorda lo storico Martin Van Creveld, fu soltanto nel 1953 che Ben Gurion assunse unilateralmente la decisione di archiviare la stagione dell’equidistanza israeliana dalle due superpotenze per allineare lo stato ebraico agli Usa ed ai suoi alleati occidentali. Gli Stati Uniti accettarono la scelta di campo israeliana, ma non senza esitazioni e comunque non senza che venissero paventate tutte le conseguenze negative che l’instaurazione di un asse privilegiato nel campo della sicurezza con Israele avrebbe comportato per Washington. L’America, dopotutto, aveva basato parte non indifferente delle sue fortune post-belliche in Medio Oriente allestendo due solide alleanze con l’Arabia Saudita e l’Iran, ed era chiaro tanto ai politici americani più realisti quanto alla dirigenza delle maggiori società petrolifere statunitensi che la preservazione dei rapporti con Riad e Teheran sarebbe stata molto più complessa e difficile inserendo nell’equazione anche Israele.

Dagli anni Cinquanta, comunque, Washington avrebbe agito garantendo il proprio sostegno allo stato ebraico, ma limitandone le ambizioni ogni qual volta i successi di Tel Aviv avessero minacciato la sopravvivenza dei suoi avversari. La contraddizione, durata pressoché sino ai nostri giorni, avrebbe raggiunto la soglia della rottura più volte, in particolare all’epoca della guerra del Kippur, nel 1973, ma avrebbe procurato agli Stati Uniti anche importanti successi, come l’abbandono da parte dell’Egitto dell’alleanza con l’Unione Sovietica.


Cosa è davvero cambiato

Dell’assetto geopolitico di sfondo a tutta questa complessa vicenda ora non esiste più molto. Con la ritirata sovietica dall’Iraq di Saddam Hussein e poi con la dissoluzione stessa dell’Urss, che all’inizio degli anni Novanta sembravano non a caso aver dischiuso nuove prospettive alla pacificazione israelo-palestinese, il Medio Oriente ha cessato di essere un oggetto della contesa globale tra est ed ovest. Tale circostanza spiega, tra l’altro, perché fu possibile durante l’offensiva Desert Storm che soldati siriani e statunitensi si trovassero dallo stesso lato della barricata. In tempi recenti, tuttavia, nella regione mediorientale sono accaduti due fatti importanti: l’emersione di potenze locali che ambiscono al riconoscimento del loro status, come l’Iran degli ayatollah, e l’ingresso in forze della Cina. Sono questi due fattori, congiuntamente, a creare i presupposti della divaricazione tra gli interessi nazionali israeliani e statunitensi che attualmente si osserva.

Per l’America, in effetti, il Medio Oriente e l’Iran in particolare rilevano sotto due punti di vista: perché la stabilità complessiva della regione contribuisce a calmierare i prezzi del greggio e del gas; e perché urge impedire il materializzarsi di un progetto geopolitico accarezzato non soltanto dalla dirigenza iraniana, ma anche da quella cinese e probabilmente da quella russa, che mira ad estromettere gli Stati Uniti dalle periferie dell’Eurasia. Pechino, ed in misura minore Mosca, sostengono Teheran contro Washington proprio perché ambiscono ad integrare nell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai la Repubblica islamica, sbarrando la strada a qualsiasi ipotesi di accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti. Per gli Usa, invece, un’intesa a ragionevoli condizioni con Teheran sarebbe essenziale per mantenere un accesso sicuro ai bordi dell’Eurasia e soprattutto evitare la saldatura di un blocco ostile in un’area tanto ampia e strategicamente rilevante.

Inoltre, il sostegno ad un Israele che sembra sempre meno disposto ad accettare concessioni alle controparti palestinesi in vista della pace pone in seria difficoltà gli Stati Uniti in tutto il mondo musulmano, compromettendo le sorti di tutti gli alleati locali di Washington. Pochi lo ricorderanno, ma fu proprio George Walker Bush il primo presidente statunitense a definire esplicitamente una forma di “occupazione” la politica d’insediamento dei coloni israeliani in Cisgiordania. Il suo successore è egualmente consapevole che ben difficilmente Washington riuscirà a plasmare il Medio Oriente secondo i suoi valori ed i propri interessi se prima non prenderà le distanze da Tel Aviv.

Per Israele, evidentemente, quanto sta accadendo ha un significato differente. L’emersione politico-strategica dell’Iran, infatti, attenua tendenzialmente la supremazia militare detenuta dallo stato ebraico in Medio Oriente ed impone una rivisitazione delle linee guida della politica di sicurezza nazionale non troppo diversa da quella che interessò l’Alleanza atlantica dopo il lancio dello satellite sovietico Sputnik. Si passò allora dalla minaccia della rappresaglia massiccia alla teorizzazione della più sofisticata ed azzardata rappresaglia flessibile. Ma allo scenario della guerra fredda mancava un elemento cruciale del panorama geopolitico attuale: la presenza di soggetti come Hezbollah, legati alla Repubblica islamica e versati anche nella pratica del terrorismo suicida, contro la quale non esiste difesa antimissilistica o minaccia di rappresaglia che tenga. E’ quindi ovvio che nel programma nucleare di Teheran gli israeliani vedano soprattutto un male da contrastare in tutti i modi, innanzitutto cercando di dividere Damasco dall’Iran, seppure non sia ancora del tutto chiaro cosa Tel Aviv sia disposta a sacrificare per sganciare la Siria da Teheran, e forse anche ricorrendo alla forza.

Per mediare in questo contesto difficile Tel Aviv si è rivolta anche alla Federazione russa, offrendo a Mosca un’ulteriore carta di riserva, dopo quella iraniana e siriana, per rientrare in gioco in Medio Oriente. Il Cremlino, però nicchia, lasciando intendere di volersi tenere aperte tutte le opzioni. Un atteggiamento che per il momento impedisce alle aperture fatte da Israele nei confronti della Russia di sfociare in qualcosa di più concreto. Ma un tabù è stato infranto. Durante la visita di Benjamin Netanyahu a Washington certamente si udranno parole di concordia e solenni riaffermazioni dei legami esistenti tra gli Stati Uniti ed Israele. Ma qualcosa di profondo è cambiato nella regione e nel mondo. Per questo, ben difficilmente il rapporto israelo-americano potrà tornare ad essere quello degli anni Sessanta e Settanta. (g.d.)