Atlantide
16.03.2010 - 18:46
Analisi
 
La crisi greca fa apparire tutte le debolezze dell’Ue
Roma, 16 mar 2010 18:46 - (Agenzia Nova) - Il turno semestrale di presidenza delle istituzioni comunitarie affidato alla Spagna si avvia faticosamente al termine della sua prima metà, che coincide tradizionalmente con una serie di vertici. Ad aprire la tornata degli incontri che contano sarà il 16 marzo la riunione a Bruxelles dell’Ecofin, il Consiglio degli affari economici e finanziari. La prossima settimana, il 23-24 marzo, sarà la volta del Consiglio affari generali e relazioni esterne, meglio noto sotto l’acronimo di Cagre, nel quale i ministri degli Esteri degli stati membri metteranno a punto con Lady Catherine Ashton, alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza, l’agenda dei lavori del Consiglio europeo del 25 e 26 seguenti. Com’è consuetudine in questi casi, sarà discussa una quantità di argomenti più o meno rilevanti, ma non c’è dubbio che la questione fondamentale sul tappeto sia quella collegata alla gestione della crisi fiscale e finanziaria greca, che è ben lontana dal potersi considerare conclusa.

Le manifestazioni che continuano a succedersi ad Atene e nelle principali città elleniche dovrebbero aver dimostrato chiaramente come il governo di Georges Papandreou si trovi in grave difficoltà. I sindacati e la società greca nel suo complesso, infatti, non sembrano nelle condizioni di accettare il piano draconiano di austerità cui i principali paesi dell’Unione intenderebbero subordinare la concessione degli aiuti richiesti da Atene per servire il proprio ingente debito pubblico nel periodo necessario al ridimensionamento dell’attuale deficit di bilancio, che ha superato il 13 per cento del prodotto interno lordo. Mentre il paese fatica ad uscire dalla recessione, si tratterebbe di costringerlo ad un cospicuo taglio delle spese, a partire dagli stipendi nel settore pubblico, e a varare un significativo aumento della pressione fiscale: una ricetta alla quale difficilmente potrebbe sopravvivere qualsiasi governo, e specialmente uno di centrosinistra appena giunto al potere dopo un lungo periodo di permanenza all’opposizione.

La Lettonia, che si è risolta spontaneamente nel biennio appena trascorso ad un mix di politiche di questa natura, ha ottenuto il plauso del settimanale britannico “Economist”, ma ha pagato il rigore con una contrazione del suo reddito pari al 18 per cento che è stata capace di sopportare soltanto perché nell’avvicinamento all’euro Riga vede soprattutto una garanzia supplementare alla preservazione della propria indipendenza: ciò che costituisce un obiettivo vitale acquisito per il grosso dei paesi appartenenti all’Unione Europea.


Ripercussioni sistemiche

Il rischio concreto che l’Europa corre rimanendo ancorata all’ortodossia fiscale e monetaria predicata dalla Germania e dalla Banca centrale europea è quello di uno scontro tra la piazza greca e le autorità comunitarie. Un urto che può concludersi anche con la decisione unilaterale di Atene di abbandonare la moneta unica e tornare alla propria divisa nazionale, naturalmente opportunamente svalutata. Le conseguenze di un’evoluzione del genere sarebbero certamente di natura sistemica per l’Europa. Innanzitutto perché l’attacco speculativo contro l’euro verrebbe certamente rinnovato, traendo spunto dalle complesse condizioni in cui si trovano altri e più grandi paesi dell’Unione. A questo proposito, vale la pena di ricordare come già tre settimane or sono il “Wall Street Journal” abbia definito la Spagna il prossimo campo di battaglia sul quale l’euro si giocherà il futuro. Si tratta di segnali importanti, che debbono esser colti e valutati, tanto più che l’Italia potrebbe seguire Atene e Madrid.

In secondo luogo, con l’acuirsi delle conseguenze occupazionali della recessione dello scorso biennio, l’eventuale uscita della Grecia dall’euro genererebbe una tentazione simile anche in altri stati in difficoltà, che inizierebbero a considerare percorribile l’opzione di sganciarsi dalla divisa comune. Non tutte le nazioni confluite in Eurolandia sono state in effetti capaci di adattarsi rapidamente alle esigenze imposte dal cosiddetto modello “non accondiscendente” di sviluppo. E non sempre il loro difetto è esclusivamente da addebitarsi alla corruzione ed a presunte debolezze del loro carattere collettivo: in molti casi, alle spalle di deficit e debiti elevati, vi è infatti una complessa storia sociale di antagonismi e frammentazioni che non si supera nell’arco di un decennio.

In sintesi, l’uscita della Grecia dall’euro infrangerebbe un tabù ed aprirebbe il vaso di Pandora. Proprio per questo motivo non è possibile escludere che, al di là degli interessi economici contingenti degli speculatori, categoria spregiativa dietro la quale si nascondono in realtà milioni di risparmiatori ed investitori semplicemente desiderosi di far fruttare al meglio le proprie risorse, stiano operando in questa direzione destabilizzatrice anche governi e centri di potere economico-finanziari interessati a sabotare l’esperimento dell’unione economica e monetaria europea. In tempi di debolezza del dollaro, dopo tutto, l’euro è legittimamente considerato da alcuni con sospetto, potendo assumere il ruolo di moneta rifugio e progressivamente affermarsi come rivale della divisa americana nel sistema delle transazioni commerciali e finanziarie internazionali.

In ragione della gravità delle conseguenze che si prospettano, stupisce la sostanziale passività di fronte agli eventi tenuta finora dalla Germania. Non è tuttavia certo che questo atteggiamento apparentemente rinunciatario di Berlino tenga ancora a lungo. Anche perché esistono scenari alternativi di uscita dalla crisi greca che rappresenterebbero un problema non meno serio tanto per i tedeschi quanto per i francesi. Tra le opzioni al vaglio del governo di Atene, infatti, pare che si stia esplorando anche quella del ricorso al sostegno cinese.


L’opzione cinese di Atene

Pechino, in effetti, in cambio di concessioni sul porto del Pireo, potrebbe investire parte delle cospicue riserve di cui dispone per sostenere l’economia e le finanze pubbliche elleniche senza imporre particolari condizioni sul piano delle politiche fiscali. Dopo esser entrata in forze in Serbia, la Cina avrebbe un obiettivo interesse a farlo. Si riproporrebbe in questo modo dentro l’Unione Europea lo scenario competitivo che ha determinato il ridimensionamento dell’influenza occidentale in Africa. La Grecia sta giocando abilmente su questi timori dei grandi d’Europa per strappare le concessioni massime possibili. Ed è logico che il suo governo si muova secondo questa logica strategica. A questo punto, però, è chiaro che nelle massime istanze comunitarie sarà necessario un accordo per depotenziare la minaccia: l’ipotetico Fondo monetario europeo di cui s’inizia a parlare potrebbe essere lo strumento operativo cui ricorrere per evitare l’inverarsi degli scenari più catastrofici.

D’altra parte, l’alternativa è secca: o il debito greco finisce in parte significativa nei forzieri delle banche franco-tedesche, in modo più o meno indiretto, oppure viene rilevato dal fondo sovrano cinese, con tutte le conseguenze geo-economiche e geopolitiche del caso. Tertium non datur. Di fronte all’ampiezza delle sfide che si palesano, non è certo che la Baronessa Ashton ed il servizio diplomatico che la Commissione Ue si accinge a creare sotto la sua guida siano all’altezza della situazione. Crescono invece i sospetti circa le capacità tecniche del ministro degli Esteri dell’Unione e soprattutto sull’imparzialità del corpo di funzionari che sta coagulandosi per ampliarne i poteri. Ad appena quattro mesi dall’entrata in vigore del trattato di Lisbona che avrebbe dovuto consolidarne le istituzioni, l’Europa è quindi debole e litigiosa come non mai. (g.d.)