Atlantide
09.03.2010 - 18:49
ANALISI
 
Iraq: l’importanza delle elezioni
Roma, 9 mar 2010 18:49 - (Agenzia Nova) - Il ritiro di gran parte dei militari europei dall’Iraq ha indotto il grosso dei media del nostro continente a trattare le elezioni appena svoltesi in quel paese come un evento lontano ed esotico, quasi che a Baghdad più nulla ci legasse, a parte le recriminazioni e le polemiche tuttora perduranti sulla decisione presa nel 2003 di muovere guerra a Saddam Hussein. Invece, quanto sta accadendo in Iraq concorrerà a trasformare il Medio Oriente non meno delle turbolenze interne all’Iran e della re-islamizzazione della Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Un filo comune, in effetti, sembra legare il futuro di questi tre grandi paesi musulmani in cui si vota e si è affermato un chiaro pluralismo politico, anche se su ciascuno di loro gravano serie ipoteche.

A Teheran, l’elemento di crisi è rappresentato dal grado di controllo che i teocrati sono ancora in grado di esercitare sulle dinamiche democratiche che stanno radicandosi nell’opinione pubblica delle grandi città persiane. Ad Ankara, invece, il problema è costituito da parte dei militari e dei tecnocrati tuttora fedeli al kemalismo, anche se non passa giorno in cui i sostenitori dell’Akp non facciano progressi nei riservati domini degli ex “Giovani Turchi”. In Iraq, fino a ieri, il pericolo era rappresentato da una letale combinazione di terrorismo jihadista, azioni di destabilizzazione pilotate dai vicini e tendenza intrinseca alla frammentazione dimostrata dal sistema politico nazionale. Il quadro che si va delineando sembra piuttosto confortante sotto tutti e tre i punti di vista.

In Iraq i fiancheggiatori di al Qaeda non si sono mai veramente ripresi dai colpi subiti ad opera del movimento del Risveglio, brillantemente sostenuto dal generale David Petraeus, ed anche se sono riusciti a spargere sangue sulle urne, realizzando una spettacolare serie di gravi attentati, hanno mancato l’obiettivo politico di sabotare le elezioni. Per quanto ne sappiamo, infatti, in Iraq ha votato non meno del 62,4 per cento degli aventi diritto, una cifra che in Kurdistan è salita ad una percentuale compresa tra il 70 e l’80 per cento. Si tratta certamente di un numero inferiore al 76 per cento registrato cinque anni fa, ma resta comunque una cifra significativa, tanto più che al dato nazionale va associata una distribuzione della partecipazione al voto abbastanza omogenea e soprattutto la realtà di una consistente partecipazione al voto della minoranza sunnita.

Per quanto riguarda l’influenza iraniana, i primi dati sui risultati resi di pubblico dominio paiono indicare una sconfitta netta delle forze politiche più vicine alla Repubblica islamica: l’Alleanza nazionale irachena, guidata da Ibrahim Jaafari, in cui, superando temporaneamente la rivalità che li oppone, sono confluiti tanto i seguaci di Moqtada al-Sadr quanto lo Sciri, guidato dalla famiglia Hakim, sarebbe infatti soltanto terza nella graduatoria delle forze politiche maggiormente votate, avendo perso il confronto con la formazione guidata da Nouri al Maliki, l’Alleanza per il diritto, in tutto il sud sciita dell’Iraq. Nel distretto della città santa di Kerbala, ad esempio, il premier avrebbe sconfitto l’Alleanza nazionale irachena aggiudicandosi sei dei dieci seggi in palio, contro i due andati ai radicali filo-iraniani.


Il voto resta però frammentato

Non sembra invece esser ancora stata superata la tendenza degli iracheni a dividere i voti su un largo numero di soggetti politici. C’è però il dato di una polarizzazione significativa che finalmente affiora. Il partito del premier uscente, al Maliki, ad esempio, risulterebbe in testa in almeno nove delle 18 province in cui è diviso il paese e nei quartieri sciiti della stessa capitale Baghdad, come Sadr City, al-Kathinya e al-Karrada, mentre nelle zone sunnite avrebbe prevalso la formazione nazionalista “Iraqiya”, guidata dal suo predecessore Iyad Allawi. Questa ripartizione dei voti è probabilmente lo sviluppo più interessante, perché gli elettori iracheni parrebbero aver premiato i leader politici che maggiormente si sono adoperati per attenuare il carattere confessionale dell’affiliazione politica, anche se il condizionale è ovviamente d’obbligo, procedendo lo scrutinio con eccezionale lentezza ed essendo i primi riscontri numerici del tutto provvisori e parziali.

I seggi complessivamente in palio sono 325 e l’Alleanza per il diritto di al Maliki conta di conquistarne almeno cento: un numero che la porrebbe nella condizione di designare il primo ministro e condurre da una posizione di forza i negoziati per la formazione del nuovo governo, che si prevedono comunque lunghissimi. Con un centinaio di deputati, all’Alleanza per il diritto potrebbe bastare un’intesa con una formazione curda che riuscisse a portare nella capitale almeno sessanta seggi. Proprio in Kurdistan, peraltro, accanto ai gruppi politici storici guidati dal presidente Jalal Talabani e da Massud Barzani, sarebbe emerso un terzo partito, il Movimento per il cambiamento, che avrebbe ottenuto localmente significativi successi.

E’ comunque un fatto che la dinamica elettorale rifletta finalmente logiche più simili a quelle prevalenti in Occidente di quelle che si riscontrano nel grosso del mondo islamico. Proprio per questo motivo, quanto sta accadendo in Iraq è motivo di grande interesse anche sotto il punto di vista della rivalutazione di quanto fece l’amministrazione statunitense guidata da George W. Bush. E’ infatti significativo che un settimanale liberal come Newsweek, e persino noti opinionisti di sinistra, come Thomas Friedman, abbiano dedicato recentemente degli approfondimenti alla “rinascita dell’Iraq”, riabilitando il sogno coltivato dall’ultimo presidente repubblicano di democratizzare la nazione irachena. Tutto questo capita mentre in quello che è stato il più stretto alleato degli Stati Uniti nella conduzione di Iraqi Freedom, la Gran Bretagna, i più importanti esponenti del governo laborista al potere nel 2003 stanno sottoponendosi agli incalzanti interrogatori di una Commissione d’inchiesta istituita per verificare le modalità e gli strumenti ai quali l’esecutivo di Tony Blair fece ricorso per portare i britannici in guerra.


La ripresa del settore petrolifero

Alla speranza di democratizzazione politica che questo voto reca con sé si debbono aggiungere anche i lusinghieri risultati economici raggiunti dall’Iraq negli ultimi mesi, in larga misura trainati dalla ripresa delle esportazioni petrolifere. Il prodotto interno lordo è aumentato dagli 84,7 miliardi di dollari stimati nel 2007 ai 91,31 del 2008 ed è cresciuto anche nel 2009, nel pieno della recessione mondiale, portandosi a 96,6 miliardi. Baghdad è inoltre già riuscita ad elevare ad oltre due milioni di barili al giorno la propria produzione di greggio e mira a raggiungere il traguardo prefissato. Proprio per questo motivo, in una serie di aste svoltesi negli ultimi mesi dell’anno appena trascorso, il governo iracheno ha concesso licenze ventennali di sfruttamento di alcuni importanti giacimenti a società straniere che dovrebbero portare in pochi anni la produzione petrolifera dell’Iraq verso i sette milioni di barili al giorno.

Ne hanno beneficiato le imprese di molti paesi, inclusa l’Eni che prenderà parte al potenziamento ed allo sfruttamento del giacimento di Zubayr, la russa Lukoil e la norvegese Statoil. Il successo del piano concepito dal ministero iracheno del Petrolio avrebbe riflessi straordinari non solo sui prezzi del greggio, che sarebbero significativamente calmierati, ma anche sulla sicurezza energetica mondiale, posto che verrebbe ridotta l’attuale dipendenza dall’Arabia Saudita e dall’Iran, esattamente come preconizzava il cosiddetto Rapporto Cheney del 2001.

La visione in base alla quale il presidente George W. Bush decise di attaccare militarmente l’Iraq potrebbe quindi risultare alla fine vendicata dalla storia. Le implicazioni sarebbero notevolissime poiché, Cina permettendo, ciò implicherebbe la dilatazione dei margini d’azione di cui l’Occidente dispone in Medio Oriente. Il successo della democrazia irachena potrebbe infine avere importanti ripercussioni positive anche al di là della frontiera con l’Iran, rafforzando l’ala quietista di chi crede che i religiosi sciiti dovrebbero preoccuparsi più della salvezza delle anime che del governo delle cose terrene. (g.d.)