Atlantide
01.03.2010 - 20:05
ANALISI
 
La crisi greca: cosa c’è in ballo
Roma, 1 mar 2010 20:05 - (Agenzia Nova) - Sta gradualmente emergendo anche sui media italiani la portata della crisi fiscale e finanziaria greca, che rappresenta una minaccia sia alla stabilità dell’euro che alla tenuta del processo d’integrazione comunitaria. In termini pratici, tutto nasce dalla circostanza che durante la recessione degli scorsi due anni lo stato greco abbia permesso la lievitazione del proprio debito pubblico al di sopra della soglia del 105 per cento del prodotto interno lordo, sotto la spinta di un deficit che nello scorso esercizio finanziario ha abbondantemente superato il 13 per cento. Ad Atene, i partner dell’Europa che conta rimproverano l’incapacità di tenere sotto controllo la spesa pubblica ed una radicata tendenza ad occultare con vari artifici contabili le dimensioni effettive del passivo accumulato dalla sua politica di bilancio. Ma accanto alle rampogne dei grandi stati virtuosi dell’asse renano, contro la Grecia hanno preso a spingere, e con forza, tanto le agenzie che determinano internazionalmente il merito di credito dei debiti sovrani, quanto la grande stampa anglosassone. Washington Post, New York Times, Economist e Financial Times da almeno due mesi stanno infatti alimentando con le loro fosche previsioni sul futuro della Grecia speculazioni e tensioni sui mercati delle divise, mettendo a dura prova la tenuta dell’euro.

Molti degli attacchi giunti da oltremanica ed oltre Atlantico, soprattutto quelli più autorevoli, sono giunti a teorizzare un effetto domino, in grado di propagarsi dalla Grecia alla Spagna, dalla Spagna al Portogallo e dal Portogallo all’Italia, un po’ come accadde al sistema monetario europeo nel settembre del 1992, con l’effetto finale probabile di affossare la moneta comune o costringere chi la gestisce politicamente a deliberare provvedimenti draconiani, come l’espulsione di Atene dalla divisa unica. Si tratta, verosimilmente, di previsioni tanto azzardate quanto interessate. Che però hanno il merito di sollevare una questione geo-politicamente cruciale. Dal momento che alle spalle dell’euro c’è una Banca centrale europea, ma non un governo politico dell’Europa, spetta alla concertazione tra le maggiori potenze economiche e finanziarie di Eurolandia decidere in che modo difendere l’euro dalle offensive più o meno pilotate della speculazione internazionale. E’ il momento ideale per un esercizio di leadership da parte tedesca, che tuttavia fatica ad emergere: ecco perché il modo in cui sarà affrontata e risolta la crisi greca definirà in modo decisivo il futuro dell’integrazione europea nei prossimi anni.

Nel febbraio del 2009, alla vigilia del secondo summit del G20 al livello di capi di stato e di governo, la Cancelliera Angela Merkel, in piena campagna elettorale, aveva imposto il suo approccio minimalista alla gestione degli effetti della recessione nell’Europa centro-orientale. L’Europa non sarebbe intervenuta direttamente a salvare i suoi stati membri in difficoltà, ma avrebbe concesso maggiori risorse al Fondo monetario internazionale per provvedervi, secondo gli standard e le modalità proprie a quell’istituzione. Ma quella volta non era in questione la stabilità di stati che avessero adottato l’euro. Oggi, la situazione è decisamente differente, perché in ballo è il destino della divisa in cui i cittadini tedeschi e francesi hanno denominato il grosso dei loro asset. Ecco perché è molto probabile che l’esito sia, questa volta, altrettanto diverso.


Soccorsi ad Atene, ma con accortezza

Atene sarà quindi quasi certamente sostenuta, magari attraverso operazioni di mercato aperto che porranno nei forzieri tedeschi, e forse anche in quelli transalpini, titoli del debito greco. A quel punto, l’interesse di Berlino al risanamento delle finanze elleniche crescerà ulteriormente. E sarà difficile evitare che i tedeschi, e probabilmente anche i francesi, pretendano solide garanzie a tutela del loro investimento. Il premier George Papandreu si attende dai propri partner comunitari condizioni migliori di quelle usualmente imposte dall’Fmi, ma non è detto che riuscirà ad ottenerle. I contribuenti tedeschi difficilmente resisteranno alla tentazione di pretendere controlli rigorosi e misure draconiane da Atene, ma è molto improbabile che il governo greco sia in grado di sopportarli senza generare tensioni sociali potenzialmente incontrollabili. I livelli di conflittualità sono infatti molto elevati dentro la società greca, al punto che esiste tuttora un significativo terrorismo interno, e non è da escludere che l’espansione della spesa pubblica attuata dal governo durante la recessione sia stata il prezzo da pagare al mantenimento dell’ordine interno.

Se Berlino e Parigi stabiliranno un sentiero di risanamento socialmente insopportabile, i disordini che già si osservano nelle strade elleniche s’intensificheranno. Il rischio è che la piazza greca costringa infine lo stesso governo del suo paese ad un passo drammatico, ponendolo nella necessità di deliberare unilateralmente l’uscita dalla divisa comune in nome delle esigenze della sovranità nazionale, quale misura estrema per evitare sviluppi incontrollabili, ai limiti della guerra civile. Sarebbe un colpo micidiale sia per la tenuta dell’euro che per lo stesso futuro dell’Unione europea, perché i mercati sarebbero rapidi nel ripetere la scommessa con altri paesi di Eurolandia dalle finanze analogamente compromesse, anche se magari dotati di società più forti e coese, Italia inclusa. La campana, quindi, non suona soltanto per Atene, ma anche per noi e sarà bene prepararsi ad affrontare l’emergenza, innanzitutto raccomandando ai nostri partner comunitari prudenza nel trattare il dossier greco. Il problema del corretto equilibrio tra sovranità nazionale e competenze perdute a favore dei mercati e delle istituzioni comunitarie si riproporrà altrimenti in termini progressivamente più drammatici. (g.d.)