Atlantide
22.02.2010 - 19:29
 
 
ANALISI
 
Afghanistan: la battaglia non si limita alla provincia di Helmand
Roma, 22 feb 2010 19:29 - (Agenzia Nova) - Nella provincia meridionale afgana di Helmand, le forze militari occidentali permangono all’offensiva, ma la guerriglia non pare intenzionata a gettare la spugna. I comandi alleati si sono affrettati a chiarire come l’operazione Mushtarak (insieme) sia destinata a proseguire per diverse settimane, forse addirittura fino a giugno, nel contesto dello sviluppo di una nuova strategia che dovrebbe dare i suoi frutti entro 12-18 mesi. Non è al momento del tutto chiaro neanche come stia procedendo. E’ certo che militari statunitensi sono entrati nella città di Marjah, l’obiettivo principale di Mushtarak, ma nessuno sa se gli alleati abbiano o meno stabilito un efficace controllo sull’intero abitato. Nel frattempo i neotalebani hanno colpito all’est, nella provincia di Nangarhar, uccidendo un certo numero di anziani tribali. Con tutta probabilità, è la loro risposta al tentativo statunitense di comprare la tribù pashtun degli Shinwari. I mesi che seguono, verosimilmente, saranno contrassegnati da numerosi eventi di questo tipo: la guerriglia cercherà infatti di sabotare gli aspetti più innovativi dei nuovi piani concepiti dagli alleati, imponendo un attrito supplementare sugli sforzi alleati, proprio nel momento in cui l’America fatica a mantenere coesa la coalizione che l’appoggia sul terreno.

Washington, a quanto è dato capire, non sta esercitando pressioni solo sul Canada, affinché ritorni sui suoi passi e rinunci al ritiro delle proprie truppe, programmato per l’anno prossimo. Ha tentato di convincere anche il governo olandese, guidato da Jan Peter Balkenende, ad estendere di almeno altri dodici mesi il mandato dato alle truppe neerlandesi nell’Uruzgan: circa duemila uomini che, tra l’altro, proprio nel sud afgano hanno svolto un’azione pioneristica, sperimentando nella propria zona di responsabilità i metodi oggi raccomandati dal generale Stanley McChrystal, pattugliando a piedi e senza elmetto la città di Tarin Kowt sin dal 2006. Il premier ha reagito positivamente, ma la sua maggioranza si è dissolta, facendo di quello dell’Aja il primo governo a cadere per causa della guerra in Afghanistan. Diventa adesso di straordinaria importanza tappare la falla, tanto più che l’Australia, presente con forze speciali nella medesima area, ha già fatto sapere di non esser disposta a subentrare. Certo: potranno provvedervi le truppe statunitensi, ma ne deriverebbe comunque un indebolimento politico del surge in corso. Meglio sarebbe, per il presidente Barack Obama, convincere francesi, tedeschi o italiani a rilevarne le consegne. Sarà quindi molto interessante osservare i movimenti a breve termine della diplomazia americana, che potrebbero concernere anche l’Italia. (g.d.)
 
Turchia: il golpe sventato dimostra la forza di Erdogan
Roma, 22 feb 2010 19:29 - (Agenzia Nova) - Proprio mentre il premier turco, Recep Tayyip Ergodan, si trovava in visita di stato a Madrid, il 22 febbraio il governo turco ha rivelato di aver sventato un tentativo di colpo di stato militare, disponendo l’arresto di oltre quaranta persone, tra le quali cinque generali in pensione, tutti apparentemente legati all’organizzazione eversiva Ergenekon. Tra le persone sottoposte a provvedimento di restrizione della libertà personale figurano anche gli ex capi di stato maggiore della Marina e dell’Aeronautica turca. Che nelle Forze armate di Ankara qualche alto ufficiale fosse avverso all’attuale esecutivo guidato dall’Akp, non costituisce davvero una sorpresa. Inchieste su presunti tentativi di golpe, infatti, avevano già portato alla luce piani ambiziosi che avrebbero dovuto esser eseguiti nel 2003 e nel 2008. Alcuni contemplavano, oltre ad un’ondata di omicidi politici, persino la generazione ad arte di gravi tensioni con la Grecia, simulando attentati ad Istanbul e l’abbattimento di un aereo militare turco, in modo da dimostrare l’inidoneità del nuovo governo di Ankara a proteggere l’integrità nazionale.

Non è chiaro se gli arresti appena eseguiti verranno ricondotti proprio a questi vecchi progetti o se, invece, sarà aperto un nuovo dossier a carico dei nuovi inputati, in connessione con un tentativo indipendente. Va comunque sottolineato come i vertici militari in carica abbiano finora assicurato al governo islamico moderato al potere il proprio sostegno. In realtà, è del tutto probabile che all’interno della Difesa turca, insieme ad una nuova generazione di ufficiali, in primo luogo l’attuale capo di stato maggiore della Difesa, Mehmet İlker Başbuğ, stia affermandosi una concezione nuova e neo-ottomana degli interessi nazionali di Ankara assai vicina a quella propugnata dal premier Erdogan, dal ministro degli Esteri, Ahmed Davidoglu, e dal presidente della Repubblica, Abdullah Gül. Vale la pena, a questo proposito, ricordare tra l’altro come lo stesso Başbuğ sia stato visto più volte pubblicamente in moschea, un fatto assai inusuale per militari della sua levatura. Se le cose stessero effettivamente così, non è da escludere che, lungi dall’essere una manifestazione di debolezza, l’attacco ai cospiratori sia invece il sintomo della grande forza del governo di Erdogan, che segnala all’opposizione nazionalista e filo-occidentale tutta la propria determinazione. (g.d.)
 
Falklands: Gran Bretagna ed Argentina nuovamente ai ferri corti
Roma, 22 feb 2010 19:29 - (Agenzia Nova) - A 28 anni esatti dal conflitto che le oppose per il controllo dell’arcipelago delle Falklands-Malvinas, Londra e Buenos Aires sono nuovamente ai ferri corti. Il motivo scatenante è l’avvio da parte britannica di prospezioni finalizzate al rinvenimento di idrocarburi. Della possibile presenza di petrolio al largo delle isole contese si era in verità parlato intensamente già all’epoca del conflitto, ma alla riconquista dell’arcipelago le autorità di Londra non avevano poi dato alcun seguito particolare alla questione, dimostrando come il governo conservatore dell’epoca avesse deciso di rispondere all’occupazione militare argentina di Port Stanley soprattutto per ragioni di prestigio e, forse, per non incoraggiare gesti simili da parte della Repubblica popolare cinese nei confronti di Hong Kong, allora ancora sotto la sovranità di Londra. Neanche oggi, del resto, le stime sulla ricchezza del sottosuolo oceanico sono concordi. Vi è chi ritiene che di greggio nei dintorni delle Falklands ce ne sia ben poco e chi, invece, stima che possano esserne estratti fino a 60 miliardi di barili. Il consorzio britannico che sta avviando le perforazioni esplorative parla dal canto suo di 17 miliardi di barili.

Il Presidente argentino, Signora Cristina Fernandez Kirchner, ha reagito all’iniziativa imponendo alle navi britanniche in navigazione verso l’arcipelago l’obbligo di chiedere un’autorizzazione preventiva ad attraversare le acque territoriali di Buenos Aires: una vessazione destinata ad operare soltanto nei confronti delle imbarcazioni in sosta nei porti argentini. Ha successivamente sollecitato un’energica reazione diplomatica da parte dei paesi sudamericani del cosiddetto “Gruppo di Rio”, riuniti a Cancun, ottenendo l’impegno del Brasile a sostenerne i diritti nei confronti della Gran Bretagna. Il governo del presidente Inacio Lula da Silva ha così aggiunto una presa di posizione ostile a Londra alla recente sortita del suo ministro degli Esteri contro l’ipotesi di una permanenza a lungo termine delle truppe statunitensi ad Haiti. Ulteriori iniziative argentine sono previste anche all’interno della cornice multilaterale delle Nazioni Unite, specialmente per contrastare il tentativo britannico di estendere significativamente l’area entro la quale svolgere le proprie ricerche.

Dal canto suo, il primo ministro britannico, Gordon Brown, ha sottolineato come il suo paese abbia assunto tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza delle isole e la possibilità di sfruttarne le risorse economiche. Londra, peraltro, ha ampiamente lasciato intendere di considerare l’Argentina un partner importante, dischiudendo la porta anche a future ipotesi di cooperazione nell’area del Sud Atlantico. Non è quindi certamente in vista un nuovo confronto militare tra i due paesi. Potrebbero però esservi significative ripercussioni in Europa. Il commissario europeo agli affari esteri, Baronessa Ashton, è anche ministro degli Esteri dell’Unione. E’ difficile immaginare che nel contenzioso possa assumere una posizione anti-britannica. Così come è difficile ipotizzare una presidenza di turno spagnola anti-argentina. Le innovazioni comunitarie varate a Lisbona sono probabilmente in procinto di essere sottoposte ad un test probante. (g.d.)
 
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