Atlantide
15.02.2010 - 18:27
 
 
ANALISI
 
Afghanistan: nello Helmand un’offensiva diversa dalle altre
Roma, 15 feb 2010 18:27 - (Agenzia Nova) - Scarsamente coperta dai media italiani, si è sviluppata a partire dal 12 febbraio scorso una massiccia offensiva alleata nello Helmand centrale: l’operazione Mushtarak (insieme in lingua dari). La sua rilevanza non risiede tanto nell’ampiezza del dispositivo che è stato allestito per conquistare il distretto di Nad Ali e soprattutto la roccaforte di Marjah, pure assolutamente significativa, giacché l’attacco è stato condotto da ben 15 mila uomini, quanto nella cornice politico-strategica in cui è stata concepita. Gli obiettivi dell’iniziativa, infatti, questa volta non sono stati definiti in termini puramente militari, ma in vista della preparazione del negoziato con il quale si vuol giungere ad una rapida conclusione del conflitto che imperversa ormai dal 2004-2005. Infliggendo ai guerriglieri fedeli alla Shura di Quetta una sconfitta significativa nel loro santuario, infatti, si è ritenuto possibile convincere i leader del movimento neo-talebano del fatto che una loro vittoria militare assoluta in Afghanistan è comunque al di fuori della loro portata.

Per conseguire il successo di queste ultime ore, gli Stati Uniti non hanno lesinato risorse. Sono state inviate nello Helmand numerose migliaia di Marine e diverse centinaia di militari delle forze speciali, che hanno agito insieme a non meno di quattromila militari britannici, duemila afgani e complementi minori forniti da Danimarca, Estonia e Canada. Mentre si preparava l’offensiva, gli americani hanno badato a coprirsi le spalle ad est restaurando i rapporti con il Pakistan, invero piuttosto compromessi nei primi mesi del mandato del presidente Barack Obama, ed arruolando nella coalizione una tribù pashtun di circa 400 mila persone, tramite la corresponsione diretta di aiuti per un milione di dollari. E’ stata altresì fatta balenare ai guerriglieri che diserteranno per passare dalla parte del governo di Kabul e delle legittime istituzioni afgane la possibilità di fruire di un’amnistia e persino di un vitalizio, se non addirittura la prospettiva di una piena reintegrazione nella vita politica ufficiale del nuovo Afghanistan. Si è quindi palesato completamente il disegno alleato per cercar di venire a capo dell’insurrezione che sta insanguinando porzioni crescenti dell’Afghanistan.

Un altro elemento nuovo della strategia adottata è la volontà di non abbandonare i territori appena recuperati, stabilendovi anzi una presenza militare di medio termine, che dovrebbe essere inizialmente alleata e poi divenire progressivamente afgana, allo scopo di favorire la ripresa delle attività civili e ridurre i consensi di cui ha finora goduto la guerriglia in quelle aree. Sembra quindi che le idee del generale David Petraeus stiano iniziando davvero a farsi largo anche in Afghanistan. Eppure, qualcosa che non quadra c’è ancora. Come a Falluja in Iraq, infatti, anche l’assalto sulla cittadina di Marjah è stato preceduto da inopportuni proclami ufficiali, che hanno fatto svanire l’effetto sorpresa. E come a Falluja, gli alleati sembrano aver raccolto poco nelle fasi calde dell’offensiva. Si ha ad esempio notizia di un numero di caduti incredibilmente basso per una manovra condotta con l’impiego di ben 15 mila uomini - 27 neo-talebani uccisi - e poco si sa dei prigionieri. Non è quindi da escludere che, proprio come accadde in Iraq nella primavera del 2005, cioè due anni prima che a Baghdad arrivasse Petraeus, anche nello Helmand parte cospicua dei neo-talebani possa essersi squagliata prima che avesse inizio l’offensiva, non senza aver peraltro disseminato sul terreno una massiccia quantità di ordigni improvvisati, che non mancheranno di provocare vittime tra i contingenti alleati e la popolazione civile rimasta sul posto.

L’incognita maggiore resta comunque quella collegata alla coesione effettiva dei movimenti dediti alla guerriglia, che nei prossimi mesi dovranno difendersi dai tentativi alleati di provocare defezioni tra i propri alleati tribali e persino al loro interno. Sotto questo punto di vista, quanto accadrà nelle zone dove le tribù pashtun hanno accettato di tener lontana la guerriglia conta esattamente quanto ciò che succederà nelle aree dello Helmand appena “liberate”. (g.d.)
 
Iran: Ahmadinejad rafforza la sua presa sul regime
Roma, 15 feb 2010 18:27 - (Agenzia Nova) - Un’importante prova di forza si è svolta in Iran l’11 febbraio, in coincidenza con il 31° anniversario della rivoluzione islamica che condusse all’instaurazione delle attuali istituzioni iraniane. Regime e “onda verde” si sono infatti aspramente confrontati per il controllo delle piazze e delle strade, tanto a Teheran quanto in diverse altre città. L’impressione complessiva che è stato possibile trarre dagli avvenimenti è quella di una significativa vittoria degli elementi oltranzisti guidati dal presidente Mahmoud Ahmadinejad. La circostanza non deve stupire. Intanto, perché le forze fedeli all’attuale quadro politico-istituzionale iraniano sono potenti e dispongono di un consenso popolare non trascurabile: persino Fareed Zakaria ha ritenuto di dover ricordare domenica pomeriggio durante un talk show della Cnn come i sondaggi condotti all’interno dell’Iran alla vigilia delle scorse elezioni assegnassero al presidente uscente Ahmadinejad un eclatante 57 per cento dei voti, contro il 27 per cento delle intenzioni coagulate dal suo rivale Mir Moussavi.

Al supporto dei fiancheggiatori convinti del regime, occorre poi aggiungere le indubbie capacità del sistema repressivo allestito dai pasdaran e dalle milizie dei basiji per evitare qualunque sorpresa. Infine, non va dimenticato come la magistratura statale avesse provveduto ad intimidire le opposizioni, irrogando nei giorni precedenti alla festa nazionale una serie di condanne a morte, ai danni di alcuni giovani dimostranti arrestati lo scorso settembre, che deve aver contribuito a trattenere a casa gli elementi più moderati del vasto fronte che da mesi protesta contro il governo islamico. Il risultato è comunque sotto gli occhi di tutti: l’onda verde non è riuscita a strappare gli spazi pubblici ai sostenitori del regime. Ed ha subito una grave sconfitta, che probabilmente indurrà i leader dell’opposizione ad interrogarsi sui futuri passi da compiere. Alcuni fra i maggiori esponenti del riformismo iraniano, come Mehdi Karroubi, hanno conosciuto l’affronto della violenza fisica diretta contro le loro autovetture ed i propri familiari, mentre per le personalità meno in vista sono scattati gli arresti. In qualche modo, quindi, l’ordine è stato ristabilito a Teheran.

Tutto è capire, ora, se l’onda verde è destinata alla scomparsa, come il movimento degli studenti cinesi che occuparono piazza Tienanmen nel 1989, o se invece la protesta contro il rigore islamico del governo iraniano possa sopravvivere e rilanciare la propria sfida approfittando di eventuali future occasioni. Sugli sviluppi futuri pesano davvero molti interrogativi. Perché anche il regime sembra attraversare una fase evolutiva, avendo il presidente Ahmadinejad sviluppato per necessità una base di potere peculiare e distinta rispetto a quella sulla quale poggia il predominio dei religiosi sulla vita politica iraniana. Alcuni equilibri stanno cambiando. I laici al potere, ad esempio, paiono oggi contare molto più di alcuni anni fa e forse non sono più veramente soltanto il mero strumento di cui si serve la gerarchia sciita per preservare la Repubblica islamica.

Sembra piuttosto vero il contrario: dopo aver seriamente corso il rischio di essere disarcionato la scorsa primavera per input della suprema guida spirituale del paese, il presidente Ahmadinejad è riuscito a rilanciarsi nel ruolo di estremo baluardo delle istituzioni khomeiniste, costringendo l’ayatollah Ali Khameney ad allinearsi alle sue posizioni e ad assicurargli l’indiscusso supporto del clero sciita nell’urto che contrappone il governo islamico alla piazza. Di qui, la concretezza del rischio di una crescente militarizzazione del regime, paventato recentemente dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. E’ esattamente contro i pasdaran ed i basiji sui quali poggia Ahmadinejad che i paesi ostili alla trasformazione dell’Iran in uno stato nucleare si accingono ora a varare nuove e più incisive sanzioni, evitando invece di colpire il grosso della popolazione iraniana. Vi aderirà anche l’Italia: anche per questo, quanto accade in Iran ci riguarda molto da vicino. (g.d.)
 
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