Atlantide
10.02.2010 - 13:25
 
 
ANALISI
 
Usa-Cina: Obama capovolge la sua politica
Roma, 10 feb 2010 13:25 - (Agenzia Nova) - Uno dei maggiori elementi di novità verificatisi nel corso del mese di gennaio appena trascorso è certamente il capovolgimento della politica statunitense di apertura alla Cina, che ancora nello scorso novembre sembrava tendere all’instaurazione di un G2 per governare gli instabili equilibri economici e strategici mondiali. Segni di tensione, in realtà, erano già affiorati in dicembre, durante il vertice sul clima di Copenhagen, quando i diplomatici della Repubblica popolare erano riusciti a sabotare il tentativo statunitense di pervenire ad un accordo globale e vincolante sulla riduzione delle emissioni nocive, ponendosi a capo di un vasto schieramento composto dalle principali potenze emergenti. In quella circostanza, tra l’altro, il Presidente Barack Obama aveva anche dovuto subire degli affronti personali, avendo Pechino designato a trattare con lui uno dei suoi viceministri degli Esteri ed affidandogli altresì l’ingrato compito di schivare tutte le offerte di negoziato proposte dall’inquilino della Casa Bianca.

Apparentemente, gli Stati Uniti ne hanno avuto abbastanza. Ed è scattata una massiccia controffensiva a tutto campo, le cui prime mosse sono state la cessione di un’ingente quantità di materiali d’armamento a Taiwan, l’annuncio d’iniziative per assicurare l’apertura del mercato cinese alle esportazioni americane, la fissazione di un incontro con il Dalai Lama per il 16 febbraio prossimo e, ciliegina sulla torta, lo stanziamento di cospicue risorse per la tutela del patrimonio culturale tibetano. Le reazioni della Repubblica popolare, ovviamente, non si sono fatte attendere. Hanno anzi assunto un tono inusuale e molto lontano da quello moderato normalmente utilizzato dalla diplomazia di Pechino, tradizionalmente attenta a non urtare precocemente le suscettibilità delle principali potenze estere, per mantenere il carattere pacifico ed armonioso dell’ascesa cinese.

E’ a questo punto legittimo interrogarsi sui fattori che hanno spinto Obama a varare questa inattesa inversione ad U della politica estera americana ad appena un anno dalla sua entrata alla Casa Bianca. Con tutta probabilità, alle spalle della repentina svolta vi sono tanto ragioni di politica interna quanto considerazioni tipicamente pertinenti al campo della politica estera. Sotto il profilo domestico, il Presidente è stato sicuramente indotto ad assumere un atteggiamento meno conciliante nei confronti della Cina dal grave indebolimento segnalato dalla disfatta riportata in Massachusetts in occasione delle suppletive indette per rimpiazzare lo scomparso senatore Ted Kennedy: la seconda battuta d’arresto, dopo le sconfitte di qualche mese fa costate ai democratici il governatorato di un paio di stati. Non va inoltre dimenticato come alcuni quotidiani americani e lo stesso settimanale Newsweek avessero deriso il Presidente per l’eccessiva arrendevolezza dimostrata durante il summit bilaterale del novembre scorso nei confronti della dirigenza cinese, che aveva interpellato Obama anche sulle coperture finanziarie della riforma sanitaria in discussione al Congresso.

Il prossimo autunno ci saranno le elezioni di medio termine e molti parlamentari democratici hanno espresso il loro timore di non esser confermati a causa della crescente disaffezione degli elettori moderati americani per le deboli politiche condotte dal Presidente. Di qui, l’interesse dell’amministrazione ad un cambio della propria immagine. Sul piano della politica estera, invece, sullo sfondo dell’irrigidimento si staglia senza dubbio la complessa partita in corso a proposito del negoziato con l’Iran. Pechino, infatti, è da tempo il più risoluto sponsor della Repubblica islamica, opponendosi con decisione a qualsiasi ipotesi d’inasprimento delle sanzioni contro Teheran e privando quindi gli Stati Uniti di una delle leve migliori di cui dispongano per cercar di raggiungere un accordo con l’Iran. In ballo, dietro il confronto tattico sull’opportunità o meno di sottoporre ad ulteriori pressioni gli ayatollah, c’è nulla di meno che la collocazione geopolitica a lungo termine della Repubblica islamica, quale elemento di un nuovo “grande gioco” appena agli inizi. Washington vuol sganciare Teheran da Pechino, mentre quest’ultima vuol rinsaldare il legame.

Più in generale, è inoltre possibile che in America si sia preso atto dell’ampiezza della divergenza d’interessi che sta emergendo tra gli Stati Uniti e la Cina, che in effetti coinvolge moltissimi dossier di grande importanza. La stessa dipendenza reciproca che caratterizza i rapporti economici bilaterali sarebbe in procinto di trasformarsi in un terreno di contesa, anziché fungere da argine di contenimento, attese l’indisponibilità della Repubblica popolare cinese a rivalutare lo yuan e la crescente tentazione degli Stati Uniti di sfruttare la ripresa per generare inflazione e svalutare la propria divisa. Tale strategia, che sarebbe certamente rovinosa per Pechino, avrebbe il duplice scopo di restituire competitività alle imprese americane e permettere tanto al Tesoro statunitense quanto alle aziende indebitate con la Cina di restituire ai creditori d’oltreoceano 1.700 miliardi di dollari deprezzati. Si tratterebbe di una gigantesca operazione di signoraggio internazionale, molto simile a quella perpetrata tra il 1985 ed il 1987 ai danni di Germania e Giappone, che però erano paesi alleati nel pieno della Guerra fredda ed avevano consapevolmente accettato di finanziare il riarmo voluto dal Presidente Ronald Reagan per costringere l’Unione Sovietica a gettare la spugna.


Le conseguenze: la Russia e l’Europa possono tornare al centro

L’accentuarsi della competizione tra Stati Uniti e Cina avrebbe ovviamente implicazioni importantissime in molti scacchieri. Ne dovrebbe trarre un beneficio notevole l’India, ad esempio, ed anche in Africa l’avanzata della penetrazione cinese potrebbe trovare ostacoli più seri. Le conseguenze che ci riguardano maggiormente, tuttavia, sono quelle che concernono direttamente la Russia e l’Europa, relativamente trascurate durante il primo anno di mandato del Presidente Obama. Nella logica di una contrapposizione a 360 gradi, infatti, tornerebbe ad essere rilevante il posizionamento della Federazione Russa, che aveva contemplato con grande preoccupazione sia il rafforzamento della Repubblica popolare in Asia Centrale che gli effetti globali di un’intesa strategica complessiva tra Washington e Pechino. In questa prospettiva, sarà certamente opportuno non alienare nuovamente le simpatie della Russia ed evitare che Mosca ceda alla tentazione di sviluppare spregiudicatamente una propria politica del peso determinante in Eurasia.

Potrebbe rivelarsi inopinatamente utile sotto questo profilo anche qualche incauta mossa cinese, come quella formalizzata la scorsa estate, con l’accordo di partnership economica strategica tra Serbia e Repubblica popolare, che potrebbe fare di Belgrado la punta di lancia di un disegno di penetrazione politica della Cina in Europa. Non si tratta di una prospettiva lontana e teorica: la scorsa settimana, infatti, è stata siglata nella capitale serba un’intesa in base alla quale Pechino restaurerà un paio di centrali elettriche e ne realizzerà una terza ex novo per il governo di Belgrado. Non va inoltre dimenticato come Pechino e la Serbia condividano la comune preoccupazione di non legittimare internazionalmente alcun movimento secessionista, al contrario della Russia che ha tratto invece profitto dal precedente kosovaro per sostenere la causa della separazione di Abkhazia ed Ossezia del Sud dalla Georgia.

Anche per l’Europa, infine, potrebbe esserci un’insperata ultima opportunità per rilanciarsi e tornare rilevante al calcolo americano. Mentre continua la discussione sulle ragioni che hanno indotto il Presidente Obama a cancellare il vertice euro-americano che il premier Luis Zapatero si accingeva ad organizzare nella sua qualità di presidente di turno del Consiglio europeo, è opportuno agire tempestivamente perché non vada sprecata. Un primo modo di cogliere l’occasione, restaurando il rapporto, potrebbe consistere nella rinuncia ad ostacolare le posizioni degli Stati Uniti nel processo di elaborazione del nuovo concetto strategico della Nato e nell’evitare di restituire agli americani una delle due chiavi che permettono a noi italiani, ai belgi, ai tedeschi ed agli olandesi di avere l’ultima parola sulle duecento bombe nucleari B-61 ancora presenti sul nostro continente. Ma è chiaro che si tratta soltanto di un primo passo. Altri andranno fatti sui teatri di crisi sui quali gli interessi statunitensi paiano maggiormente a rischio, senza naturalmente illudersi di essere determinanti. Si tratta di allestire una nuova grande alleanza, che sarà certamente più lasca di quella antisovietica della Guerra fredda, ma non per questo meno decisiva. L’alternativa è scadere nell’irrilevanza. (g.d.)
EDITORIALE
 
Berlusconi in Israele: più distesi i rapporti con Washington
Roma, 10 feb 2010 13:25 - (Agenzia Nova) - La conferenza internazionale sull’Afghanistan a Londra, la nuova fermezza adottata dal presidente Barack Obama nei confronti della Cina, le rinnovate pressioni per applicare sanzioni all’Iran, ma anche la disponibilità della Romania ad accogliere batterie anti-missili statunitensi, indicano che la leadership degli Stati Uniti inizia a svegliarsi da un lungo sonno. Per quel che riguarda l’Italia, è quella iraniana la questione che presenta i rischi maggiori, visto il coinvolgimento dell’Eni, il colosso petrolifero pubblico, nell’industria degli idrocarburi di Teheran. La collaborazione che Eni offre all’Iran per accrescere le capacità di raffinazione è causa di profonda irritazione nell’amministrazione statunitense. Il risveglio dell’attenzione di Washington nei confronti dell’Italia viene quindi considerato con qualche apprensione dall’establishment politico e finanziario nazionale.

Parallelamente, sul piano interno, la perdurante debolezza della principale forza dell’opposizione, il Partito democratico, rende più instabile la situazione politica italiana. Dopo la sconfitta della corrente dalemiana nelle primarie in Puglia, infatti, il sentiero delle riforme istituzionali si è fatto impervio. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intuendo i rischi che il quadro internazionale e quello interno comportano per la stabilità del sistema Italia, si muove dunque immediatamente per rafforzare il quadro delle alleanze internazionali, e prevenire così eventuali turbolenze anche sul fronte dei rapporti con gli Stati Uniti.

Il viaggio in Israele di Berlusconi assume dunque un’importanza cruciale. Il premier sfrutta le tensioni tra lo stato ebraico e la Casa Bianca, promette di ridurre l’impegno di Eni in Iran e, con una brillante operazione di comunicazione, acquisisce importanti crediti nei confronti di due comunità che, in passato, non sempre hanno contribuito a rafforzare la stabilità del sistema Italia: l’intelligence israeliana e la grande finanza ebraica internazionale. Questo è un punto da tenere ben presente sia nella lettura delle manovre politiche in corso nel nostro paese; sia in vista di quella che potrebbe essere la più importante partita finanziaria italiana del 2010: la nascita della società delle reti. L’operazione potrebbe prendere il via con lo scorporo della rete gas da Eni, e della rete fissa da Telecom Italia, e non potrebbe certo essere trascurata da fondi d’investimento e banche d’affari internazionali. Per dimensioni, infatti, essa sarebbe paragonabile alle grandi privatizzazioni degli anni Novanta. Un periodo in cui il nostro paese subì pesanti condizionamenti.

Vale la pena di ricordare che quello tenuto a Gerusalemme è il secondo consiglio di ministri congiunto tra Israele ed uno stato europeo in poco più di due mesi. Il primo si era tenuto a Berlino il 30 novembre scorso. Nei confronti degli Usa, la Germania si trova in una posizione simile a quella dell’Italia, a causa delle forniture di macchinari a Teheran, considerate dagli Usa strategiche per lo sviluppo dell’economia iraniana. Italia e Germania, del resto, sono partner strategici della Russia nel settore energetico. E’ quindi indicativo che, nel momento in cui le relazioni con la Casa Bianca sono piuttosto fredde, il premier Netanyahu cerchi una sponda europea non a Londra o a Parigi, ma a Roma ed a Berlino. E’ evidente che i dirigenti russi seguono con grande attenzione questi sviluppi, sperando magari di potersi riaffacciare in uno scacchiere – il Medio Oriente – da cui mancano da molti anni.

Il rapporto con la Russia è un altro punto delicato nei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Le posizioni assunte da Berlusconi sull’Iran, ed anche la manifestazione organizzata dai miliziani basiji davanti la nostra ambasciata a Teheran, aumentano certamente la considerazione dell’amministrazione statunitense nei confronti dell’Italia. Il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, nel corso della sua visita insolitamente lunga a Roma, ha avuto parole di grande apprezzamento per il contributo dato in Afghanistan dal nostro paese, il primo, ha sottolineato, a rispondere all’appello di Barack Obama per il rafforzamento del contingente internazionale. Resta il fatto che Gates è l’esponente dell’amministrazione Usa forse più vicino al governo Berlusconi, mentre la partnership strategica sviluppata tra Italia e Russia, in particolare in campo energetico, continua a non piacere a Washington.

In questo senso assume un rilievo particolare anche l’annuncio dell’installazione di un sistema antimissili statunitense in Romania: missili intercettori che, secondo Mosca, sono in grado di alterare l’equilibrio strategico basato sulla mutua distruzione assicurata (Mad). La decisione non mancherà di provocare un brusco inasprimento delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Federazione russa, e dunque importanti conseguenze anche all’interno dell’Europa, se non dei singoli stati. Italia e Germania hanno da tempo stabilito una partnership strategica con Mosca, puntando alla progressiva integrazione della Federazione russa nel sistema economico europeo. Recentemente anche la Francia ha aderito a questa politica, con l’ingresso d’importanti compagnie pubbliche nei consorzi Nord Stream e South Stream, destinati a portare il gas russo sui mercati europei. Se dunque il nocciolo duro della vecchia Cee apre le porte d’Europa alla Russia, Washington gioca i paesi ex comunisti della “nuova Europa” in direzione opposta. Prevedere nuove tensioni all’interno dell’Unione europea è, a questo punto, fin troppo facile. Il dubbio è se queste tensioni troveranno riverberi anche nel nostro paese. (f.s.)
 
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