Atlantide
01.02.2010 - 22:08
 
 
ANALISI
 
Afghanistan: la guerra ad un tornante decisivo
Roma, 1 feb 2010 22:08 - (Agenzia Nova) - Al contrario di quanto era capitato in precedenti occasioni, la Conferenza internazionale svoltasi a Londra lo scorso 28 gennaio non ha partorito il proverbiale topolino. E’ stata invece un momento forse decisivo del processo avviato lo scorso autunno negli Stati Uniti per rimettere sui giusti binari il conflitto in atto in Afghanistan. La svolta strategica è adesso completamente pubblica in tutti i suoi aspetti essenziali. La sua architettura sembra coerente ed appare molto più convincente dei tentativi operati in precedenza per invertire il corso della guerra, anche se è oggettivamente un peccato che abbia dovuto essere discussa alla luce del giorno. Sarebbe stato infatti sicuramente meglio darle corso senza renderne note le linee guida, ma stante il carattere collettivo dello sforzo in atto non si è evidentemente potuto fare altrimenti.

Il nuovo approccio riflette, senza dubbio, anche un più realistico apprezzamento della correlazione delle forze esistente tra i contendenti. Si cercherà, infatti, di sfruttare al massimo gli elementi di superiorità a disposizione degli Stati Uniti e dei loro alleati, essenzialmente armi e soldi, per convincere almeno una parte del movimento neotalebano a trattare. Non si mirerà più, invece, alla loro debellatio né, tanto meno, alla realizzazione di un ordine democratico a Kabul. Sono stati rivisitati alcuni concetti. Il surge militare, ad esempio, non servirà soltanto a proteggere i maggiori agglomerati urbani e le zone rurali più densamente popolate, come si era lasciato intendere durante lo scorso autunno, ma rappresenterà invece l’elemento coercitivo centrale di un piano finalizzato a frazionare la guerriglia e ad indurne gli elementi più malleabili a negoziare le condizioni della propria riammissione nella vita politica afgana.

Nei prossimi mesi, per convincere la Shura di Quetta guidata dal mullah Omar dell’improbabilità di una vittoria assoluta della guerriglia, le truppe americane ed alleate, inquadrate nell’Isaf e in Enduring Freedom, accentueranno la loro pressione nelle province meridionali dell’Afghanistan. Nello Helmand e a Kandahar si dovrà infatti ottenere una schiacciante vittoria dimostrativa. Mentre si affiderà ad una delle maggiori tribù pashtun del paese, quella degli Shinwari, il compito di neutralizzare la minaccia neo-talebana nelle aree più impervie dell’est, dove agisce la pericolosa rete degli Haqqani, collaterale ad al Qaeda, e dalle quali gli americani hanno ripiegato recentemente.


Impunità ai talebani che deporranno le armi

La tribù degli Shinwari, che raggruppa qualcosa come 400 mila pashtun, è stata convinta ad esercitare questa funzione di supplenza dall’elargizione diretta di aiuti pari ad un controvalore di un milione di dollari. E’ stato questo solo il primo passo di una strategia più ampia, con la quale si cercherà di porre a libro paga tutti gli alleati periferici della guerriglia, senza passare per l’inefficiente e corrotto governo centrale di Kabul. Si è quindi ben al di là del tentativo di reclutare milizie tribali, fallito miseramente lo scorso anno nelle provincia di Wardak.

Per l’attuale presidente afgano, questo sviluppo è certamente uno scacco, perché fatalmente sottrarrà al governo nazionale la leva fondamentale di legittimazione sul versante interno di cui ha disposto finora. Downing Street ha quindi finalmente ottenuto dagli Stati Uniti ciò che gli premeva di più, riducendo fortemente il potere del controverso presidente afgano. Ad Hamid Karzai è stato peraltro concesso l’onore delle armi, permettendogli di presentare a Londra come proprio un piano di riconciliazione che sembra invece essere stato concepito espressamente per provocarne la scomparsa dalla scena politica. A salvargli la faccia dovrebbe altresì provvedere una nuova Loya Jirga (assemblea nazionale), che potrebbe a certe condizioni conservarlo al suo posto come simbolo di unità nazionale, seppur privo di sostanziali capacità.

Sussistono pochi dubbi, tuttavia, sul fatto che le forze armate occidentali non verranno più utilizzate per imporre la centralizzazione e la democratizzazione dell’Afghanistan. E’ probabilmente anche per questo motivo che, dopo aver partecipato ad un vertice in Turchia ed all’appuntamento londinese, il presidente afgano si è tenuto alla larga da Davos. Gli aiuti finanziari internazionali necessari al reclutamento delle truppe ed alla corruzione dei nemici affluiranno in un apposito trust fund di nuova creazione, che verrà dotato di un ammontare imprecisato di risorse – c’è chi parla di 140 milioni, ma anche chi sostiene che si tratterà di mezzo miliardo di dollari l’anno – e potrà essere utilizzato per arruolare milizie locali, compensare delatori ed incoraggiare defezioni di singoli o gruppi all’interno della vasta e lasca confederazione che riunisce gli oppositori all’attuale esecutivo ed alla presenza internazionale in Afghanistan. Giappone e Germania hanno già accettato di contribuirvi.

Alle Nazioni Unite, infine, si è contestualmente chiesto di rimuovere dalla lista delle persone cui precludere qualsiasi movimento internazionale una serie di personalità in vista del movimento neo-talebano e dello stesso Hibz-i Islami di Gulbuddin Hekmatyar, tra le quali spicca quella dell’ex ministro degli Esteri del mullah Omar, Wakil Ahmad Muttawakil. L’intento è chiarissimo: siccome i capi della guerriglia non intendono accettare in questa fase alcun contatto sul suolo afgano, per ragioni di sicurezza, si è concesso ad alcune persone in grado di trattare la possibilità di farlo all’estero. Secondo fonti occidentali, un’importante riunione avrebbe coinvolto degli esponenti del movimento neo-talebano già lo scorso 8 gennaio a Dubai, anche se i portavoce del mullah Omar hanno successivamente smentito con decisione le voci al riguardo.


Gli aspetti regionali dell’appeasement

A livello regionale, nel nuovo ed estremo tentativo di pacificare l’Afghanistan sono coinvolti sia il Pakistan che, a distanza, l’Arabia Saudita e la Turchia. Per Islamabad, quanto sta accadendo costituisce certamente una bella quanto insperata novità. L’establishment militare pachistano, infatti, dopo aver già incassato il sensibile raffreddamento della politica americana di apertura all’India, che aveva caratterizzato la presidenza di George W. Bush, può adesso contare sul fatto che Washington è ormai disponibile a considerare possibile il ritorno dei talebani sulla scena politica afgana. E’ quindi in qualche modo uscita vincente la strategia originariamente delineata da Pervez Musharraf dopo l’11 settembre, fondata sull’associazione del supporto all’America nella caccia ai terroristi di al Qaeda ad una cauta protezione della leadership talebana, considerata una carta da preservare per cercare di recuperare non appena possibile l’influenza esercitata da Islamabad oltre la Linea Durand.

In qualche modo, del nuovo quadro geopolitico determinatosi dovrebbe beneficiare anche l’Arabia Saudita, in quanto garante dello sviluppo del processo di pace, anche se su questo terreno Riad dovrà probabilmente sopportare la concorrenza di Ankara, una potenza sunnita di non minori ambizioni. Russia, Iran ed India, invece, non dovrebbero poter dire altrettanto. L’indebolimento di Karzai e dell’Alleanza del Nord priverà infatti tanto Mosca quanto Teheran e Nuova Delhi di solidi punti di riferimento all’interno dell’Afghanistan, a meno che ciascuno di questi tre paesi non investa nel potenziamento dei propri rapporti con i propri clienti locali, generando così nuove sorgenti di instabilità. Quanto alla Cina, trarrà giovamento dal successo riportato dal Pakistan nei confronti di Nuova Delhi, ottenendo probabilmente garanzie anche per i suoi investimenti minerari, ma non è escluso che dalla reintegrazione dei talebani nella vita politica afgana la Repubblica popolare non possa uscire fortemente danneggiata, a causa del potenziale impatto negativo delle vicende afgane sulla questione interna del Turkestan Orientale.


I rischi che incombono

Tutto bene, quindi? Non necessariamente. Sulle probabilità di successo del nuovo approccio pendono infatti molti punti interrogativi, il principale dei quali è riconducibile alle contromosse che adotteranno gli elementi più forti ed intransigenti della guerriglia, che intravedono comunque ancora la possibilità d’impadronirsi dell’intero Afghanistan senza dover negoziare nulla. Un primo rischio si collega alla sfida che certamente investirà la tribù degli Shinwari. Gli anziani locali, come a suo tempo numerosi notabili sunniti della provincia irachena di Al Anbar, andranno molto probabilmente incontro a gravissime intimidazioni, che magari ne provocheranno il cedimento al ricatto degli estremisti. Una prospettiva rovinosa. Sequestri di familiari ed assassinii a loro danno sono quindi da mettere nel preventivo. Sarà questo il primo test cruciale dell’effettiva determinazione dei nuovi alleati afgani ad opporsi ai neotalebani.

Poi, molto verosimilmente, la guerriglia sonderà l’effettiva volontà dei contingenti occidentali di intensificare gli sforzi militari, cercando di infligger loro perdite più elevate. Ognuno tenterà il tutto per tutto, come si conviene nei momenti decisivi delle vicende belliche. A causa del loro debole retroterra politico, in questo contesto sviluppi specialmente negativi potrebbero interessare i contingenti italiano e tedesco, a dispetto della loro relativa lontananza dal centro di gravità dell’azione, che sarà nel sud afgano. La guerriglia, infine, potrebbe eliminare coloro che dalle proprie fila dovessero “riconciliarsi” anzitempo, privando la strategia americana ed alleata degli interlocutori indispensabili al suo funzionamento e successo finale. Che comunque è stato implicitamente definito al ribasso, con un occhio anche alle lezioni del passato: in America e Gran Bretagna, infatti, si guarda ormai alle modalità del ritiro sovietico del 1989 come ad una sorgente cui ispirarsi. Per l’insieme di queste ragioni, il 2010 appena iniziato sarà veramente l’anno decisivo per le sorti dell’Afghanistan. (g.d.)
 
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