Atlantide
25.01.2010 - 17:31
ANALISI
 
Afghanistan: entra in gioco la Turchia
Roma, 25 gen 2010 17:31 - (Agenzia Nova) - Anche se in Italia si avverte poco, c’è un gran fermento diplomatico intorno all’Afghanistan. A determinarlo è soprattutto la preparazione della conferenza internazionale che si aprirà a Londra il prossimo 28 gennaio. E’ in funzione di questo appuntamento, tra l’altro, che il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è recato a Washington. Tra i movimenti più interessanti registratisi finora, meritano una speciale menzione quelli di cui è protagonista la Turchia, che domani ospiterà un vertice centro-asiatico allargato, al quale parteciperanno anche i presidenti dell’Afghanistan e del Pakistan, Hamid Karzai e Asif Ali Zardari, con l’idea di ridimensionare il successivo appuntamento londinese.

Anche se la mossa era stata recentemente anticipata dal ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, nel corso di una visita nella capitale britannica, il governo di Ankara pare essersi messo in competizione di fatto con la stessa Alleanza atlantica, della quale pure continua a far parte, accentuando anche sotto questo profilo il proprio distacco dalla tradizione kemalista. Sembra in effetti che la Turchia stia tentando un’ardita mediazione per portare al tavolo dei negoziati almeno una parte del movimento neo-talebano, a riprova del livello delle ambizioni nutrite dalla nuova diplomazia di Ankara, che ormai considera proprio “estero vicino” non solo il vecchio spazio ottomano, ma addirittura l’intero arco delle terre eurasiatiche dove vengono parlate lingue di ceppo turco.

Non è del tutto chiaro quali speranze di successo abbia l’iniziativa, tenuto conto del fatto che i referenti prossimi alla Turchia in Afghanistan sono gli uzbeki di Rashid Dostum, recentemente cooptati nel composito cartello che appoggia il presidente Karzai, e la piccola minoranza turkmena che è rimasta sempre ai margini della lotta politica locale. E’ tuttavia un dato che, accanto all’Iran, al Pakistan ed all’Arabia Saudita, un’altra importante potenza musulmana abbia iniziato ad occuparsi più significativamente di Afghanistan. (g.d.)
 
Afghanistan: aperture politiche nei confronti della guerriglia
Roma, 25 gen 2010 17:31 - (Agenzia Nova) - La situazione in Afghanistan non accenna comunque a migliorare. Il livello delle violenze rimane elevato, come prova la circostanza che, a dispetto dell’inverno, siano già stati uccisi in questo primo mese del 2010 ben 36 militari occidentali. Nell’attesa che si completi il piano di rinforzi approvato dall’amministrazione statunitense, si stanno comunque delineando alcune rilevanti iniziative tese a frantumare il cartello informale che raggruppa le principali articolazioni della guerriglia che infesta l’Afghanistan. Sul versante politico, infatti, sono state fatte balenare alla guerriglia importanti aperture. Su richiesta dei vertici dell’Unama, la missione delle Nazioni Unite a Kabul, molte personalità potrebbero essere cancellate dalle liste dei terroristi da assicurare ad ogni costo alla giustizia. Inoltre, durante una visita condotta in India e Pakistan, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, ha sostanzialmente affermato di ritenere possibile una futura partecipazione dei neo-talebani al governo di Kabul, seguito a ruota dal comandante dell’Isaf, generale Stanley McChrystal, e dallo stesso Karzai, che durante lo scorso fine settimana ha significativamente lasciato intendere di essere disponibile ad importanti concessioni, di status ed economiche, in favore degli esponenti della guerriglia che abbandonassero la lotta armata.

In realtà, l’attuale presidente afgano insiste da diverse settimane su questa linea e non sono pochi gli analisti che imputano proprio alla volontà dei neo-talebani di respingere l’offerta gli spettacolari attacchi condotti contro Kabul il 18 gennaio scorso, in concomitanza con il giuramento di parte dei ministri del nuovo esecutivo. Sembra che ad eseguirli materialmente siano stati operativi appartenenti ad al Qaeda, probabilmente con il supporto della rete degli Haqqani, certamente la parte più irriducibile del cartello di forze di fronte agli alleati ed al governo nazionale afgano. Ma sulla linea dell’intransigenza è altresì rimasta la shura di Quetta, fedele al Mullah Omar, come prova la determinazione dimostrata dalla guerriglia anche nelle province meridionali, occidentali e settentrionali dell’Afghanistan.

E’ tuttavia troppo presto per valutare le conseguenze del cambio di linea che si sta preparando. E’ invece divenuta più evidente la finalizzazione del surge statunitense ed alleato alla preparazione delle condizioni di un negoziato. A Londra, tra pochi giorni, dovrebbe essere ribadita l’intenzione alleata di rimanere in Afghanistan per almeno altri cinque anni: un periodo sensibilmente più lungo di quello entro il quale il presidente Usa, Barack Obama, aveva annunciato due mesi fa di voler avviare il ritiro. Conferendo una superiore profondità temporale all’intervento militare occidentale, si cercherà probabilmente di correggere uno dei punti deboli della strategia illustrata dal capo della Casa Bianca al principio dello scorso mese di dicembre. Nel frattempo si rinnoveranno le lusinghe ai quadri dell’insurrezione e cresceranno di certo anche le attività militari offensive nei loro confronti.

Il generale David Petraeus ha sottolineato recentemente come il compito di fronte alle truppe occidentali sia, in Afghanistan, decisamente più difficile di quello affrontato in Iraq. La sua opinione pare largamente condivisibile. E’ quindi probabile che nel contesto appena tratteggiato si chieda alle unità alleate di essere più incisive e di accettare rischi maggiori. McChrystal la scorsa settimana ha esplicitamente preso di mira i tedeschi, chiedendo loro d’intensificare i pattugliamenti a piedi nelle zone ad alto rischio, rinunciando all’abitudine di proteggersi dentro i blindati. Non è da escludere che pressioni nella medesima direzione finiscano per essere esercitate anche nei confronti dell’Italia, mettendo così in difficoltà il governo, che è stato appena impegnato dal parlamento a muoversi nella direzione esattamente opposta.

Un elemento invece certamente positivo che si è appena aggiunto al quadro è l’annuncio, da parte di Kabul, dell’intenzione di spostare al 18 settembre le elezioni parlamentari originariamente previste per il 22 maggio. La nuova data, in effetti, è decisamente più compatibile con la tabella di marcia delineata per l’afflusso dei rinforzi statunitense ed alleati nel teatro di operazioni, che avrebbe altrimenti dovuto essere accelerata. Proprio per sfruttare al meglio le opportunità che si tenterà di creare durante i prossimi mesi, tuttavia, sarebbe stato forse ancora più opportuno rinviare addirittura a novembre l’appuntamento. (g.d.)
 
Haiti: un fallimento di portata eccezionale
Roma, 25 gen 2010 17:31 - (Agenzia Nova) - Iniziano ad apparire in tutta la loro gravità le dimensioni del fallimento dell’intervento internazionale di soccorso nei confronti della popolazione haitiana colpita dal terremoto il 12 gennaio scorso. Non è tanto l’elevato numero dei morti a denunciare l’inefficienza complessiva degli aiuti inviati finora, quanto piuttosto la bassissima quantità dei salvataggi riusciti rispetto a quella delle vittime rimaste sotto le macerie. Le statistiche ufficiali, in effetti, parlano di 150-200 persone estratte vive in oltre dieci giorni, a fronte di non meno di ventimila tra uomini e donne che non si è riusciti a raggiungere. Si tratta di una media giornaliera di 15-20 salvataggi al giorno: davvero poco, se si considera la presenza ad Haiti di circa dodicimila militari statunitensi ed altri novemila caschi blu. D’altra parte, il grosso dei militari Usa si è trincerato per un’intera settimana nell’aeroporto di Port-au-Prince, anteponendo la propria sicurezza alla salvezza dei terremotati, e poco han potuto fare anche i membri della Minustah, la missione Onu che è stata oltretutto decapitata dal sisma.

Di qui, la fondatezza dei rilievi mossi dal sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso, che tuttavia hanno messo in notevole imbarazzo il governo italiano, obbligando il ministro degli Esteri, Franco Frattini, a dissociare la posizione del nostro paese dal contenuto delle dichiarazioni rese da Bertolaso in merito all’inefficacia dei soccorsi. L’irruenza verbale da questi dimostrata nella circostanza rende adesso probabilmente ancor più difficile e politicamente inopportuna la missione affidata alla portaerei Cavour, che la scorsa settimana ha finalmente lasciato l’Italia alla volta del Brasile e poi dei Caraibi. Potrebbe infatti rafforzare l’impressione a Washington di un intervento incomprensibilmente sovradimensionato, e forse alimentare addirittura il sospetto che il nostro paese stia coltivando l’ambizione di svolgere un ruolo di più elevato profilo nella gestione del post-terremoto ad Haiti: una pretesa che sarebbe del tutto fuori luogo, stante la storica irrilevanza italiana nel quadrante geopolitico caraibico. E’ quindi opportuno che Frattini faccia tutto ciò che è nelle sue possibilità per dissipare questa sensazione, qualora ne cogliesse i sintomi nel suo imminente colloquio con il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton.

Il deteriorarsi della situazione ad Haiti ha poi confermato i dubbi sull’effettiva facilità dell’intervento. Serpeggia sull’isola un’inquietudine che potrebbe sfociare da un momento all’altro in tensioni e violenze difficili da controllare e contenere, tanto più che a soffiare sul fuoco ci si sono messi anche i tradizionali nemici regionali degli Stati Uniti, come il leader cubano, Fidel Castro, e quello del Venezuela, Hugo Chavez, che hanno esplicitamente accusato Washington di puntare all’occupazione militare di Haiti. Mano a mano che trascorreranno i giorni, è del tutto probabile che la tentazione degli haitiani a procurarsi ciò di cui necessitano con la forza cresca fino ai livelli di guardia. Deve averci pensato lo stesso ministro della Difesa, Ignazio La Russa, avendo disposto l’imbarco di un gruppo di blindati Lince sulla Cavour ed offerto un significativo contributo di carabinieri al mantenimento dell’ordine pubblico sull’isola. I militari dell’Arma che verranno presto inviati ad Haiti avranno certamente un compito più duro dei finanzieri che li hanno preceduti negli scorsi anni. Ora è tardi per far marcia indietro, ma è lecito chiedersi se ne valesse davvero la pena. (g.d.)