Atlantide
19.01.2010 - 10:02
Analisi
 
Terremoto ad Haiti: un’occasione per Washington
Roma, 19 gen 2010 10:02 - (Agenzia Nova) - Alla vigilia del terremoto catastrofico che l’ha colpita, Haiti era già considerata il più povero paese del cosiddetto “emisfero occidentale”: l’area geopolitica che gli statunitensi identificano con le Americhe ed è campo d’applicazione della “Dottrina Monroe”. E’ difficile quindi prevedere per quella nazione un roseo futuro, considerate le distruzioni materiali prodotte dal sisma e l’evaporazione dei principali centri del locale potere statale. Dello sfortunato paese meritano di essere enfatizzate anche alcune altre caratteristiche: il fatto, ad esempio, di estendersi sulla parte occidentale dell’isola di Hispaniola, che fu l’approdo originario di Cristoforo Colombo al Nuovo mondo. Ma anche, e forse soprattutto, la circostanza di essere successivamente divenuta una florida colonia francese, sfruttata economicamente da Parigi attraverso il massiccio utilizzo della manodopera servile importata dall’Africa.

Svuotata di elementi indigeni, nel 1804, Haiti divenne la prima Repubblica maggioritariamente nera a proclamarsi indipendente, in seguito alla sollevazione contro la Francia degli schiavi di colore con i quali era stata ripopolata ed alla vittoria riportata da questi ultimi al termine di una lotta prolungata. A dispetto di questo indubbio successo, tuttavia, il nuovo Stato mancò l’obiettivo di dotarsi d’istituzioni forti e rimase politicamente debole, vittima del periodico alternarsi, spesso caratterizzato da violenze, di governi civili e giunte militari. All’instabilità interna va certamente ascritto anche il grave ritardo di sviluppo che affligge tuttora Haiti, al quale si sperava in qualche modo di porre rimedio dopo la deposizione di Jean-Bertrand Aristide, rovesciato nel febbraio 2004 da una rivolta armata, e rimpiazzato da un governo provvisorio, insediato con l’unico obiettivo di promuovere elezioni democratiche nel più rapido tempo possibile.

A facilitarne l’azione, con l’appoggio di Washington, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite decise di contribuire autorizzando, con la risoluzione 1542 del 30 aprile 2004, l’invio ad Haiti di una consistente missione di caschi blu, la Minustah, alla quale fino a qualche anno fa partecipava anche un simbolico contingente della Guardia di finanza italiana. In qualche modo, quindi, Haiti era già entrata a far parte dell’agenda della nostra politica estera prima di questo terremoto. Con il sostegno dei caschi blu, il governo provvisorio di Port-au-Prince sarebbe riuscito a portare il paese al voto nel 2006, dopo una serie di rinvii imposti da problemi tecnici e politici di varia gravità. Della Minustah fanno attualmente parte poco più di novemila uomini, provenienti da oltre quaranta Paesi, ma non dagli Stati Uniti. Si tratta di una cifra imponente, che la dice lunga circa le difficoltà che il Palazzo di vetro paventava si potessero materializzare sulla strada della stabilizzazione di Haiti.

Ma della missione Onu sono probabilmente più interessanti due altri aspetti: il fatto, in primo luogo, di essere stata alimentata in larga misura dai paesi latino-americani ed in particolare dal Brasile, attualmente il suo maggior fornitore di truppe, con oltre 1.200 uomini; in secondo luogo, la circostanza che avesse deciso di contribuirvi con un proprio distaccamento di soldati anche Pechino, che tra l’altro nella recente tragedia ne ha persi almeno una decina. In sintesi, un po’ come era accaduto nel Mediterraneo dopo il conflitto tra Israele e l’Hezbollah, volontariamente assente l’America, il tentativo di costruire uno Stato moderno a Port-au-Prince aveva offerto ad alcune potenze emergenti l’occasione di misurarsi con l’ambizione di proiettare influenza nel bacino dei Caraibi, che è il cortile di casa degli Stati Uniti.


Tutti i rischi di una missione umanitaria

Di qui, con tutta probabilità, la straordinaria portata dell’intervento umanitario e militare prontamente deciso dall’amministrazione Obama, che ha immediatamente disposto l’invio di una propria “task force” composta di oltre diecimila militari ad Haiti, assumendo di fatto la guida dei soccorsi e, in prospettiva, della stessa ricostruzione futura del devastato paese. Che gli Stati Uniti annettano al loro nuovo intervento caraibico una grande importanza lo provano molti elementi. Il fatto ad esempio che il segretario di Stato, Hillary Clinton, abbia interrotto un complesso tour che stava conducendo in Asia, il teatro geopolitico di maggior importanza nella visione dell’attuale amministrazione, ma anche il conferimento a Bill Clinton e a George Walker Bush, due ex Presidenti, del compito di mobilitare le risorse dell’America a favore di Haiti. In breve, la Casa Bianca ha impegnato il prestigio nazionale statunitense nell’operazione.

Di fatto, oltre al futuro dello Stato caraibico ed alle sue possibilità di ripresa, in gioco è ora la capacità di Washington di riportare sotto il suo controllo un paese che ne era da tempo uscito, a dispetto dell’intervento militare del 1994, essendo state riposte le speranze di rinascita haitiane ad un raggruppamento di nazioni periferiche al sistema di alleanze facente capo alla Casa bianca e comunque tiepide nei confronti dell’America. Si parla già, non a caso, di un impegno di lungo periodo, che forse rappresenta un segnale anche per Cuba, dove l’inizio della transizione al post-castrismo è imminente. Le risorse mobilitate oggi per Port-au-Prince potrebbero anticipare gli aiuti che la Casa bianca certamente destinerebbe all’Avana, una volta che questa avesse abbandonato il socialismo. Non è da escludere che a fronte dell’ampiezza della sfida, l’amministrazione Usa solleciti sostegni e solidarietà dai suoi alleati, ma non dovrebbe trattarsi di supporti particolarmente onerosi. Date le dimensioni del disastro prodottosi ad Haiti, gli ostacoli politici internazionali sono infatti inesistenti, almeno per il momento.

Non è detto, tuttavia, che le cose rimangano tranquille. La storia haitiana è infatti una lunga successione di esplosioni, spesso improvvise, di violenza primordiale. E sotto molti profili anche l’intervento umanitario promosso in questi giorni alla lunga potrebbe riservare spiacevoli sorprese. Non è forse il caso di evocare la Somalia, non esistendo ad Haiti clan e tribù strutturate, ma lo spettro dell’anarchia si sta affacciando concretamente a Port-au-Prince, al punto che già viene evocata l’ipotesi del coprifuoco. Le sommosse più o meno limitate e spontanee di cui si è avuta notizia nelle ultime ore potrebbero rapidamente evolvere in un’insurrezione che risulterebbe assai problematico controllare.


Limitare al minimo il coinvolgimento militare italiano

Sarebbe pertanto opportuna una riflessione, da parte italiana, sul modo migliore di partecipare ai soccorsi ed alla ricostruzione di Haiti. L’invio di tecnici e medici della Protezione civile e, a medio termine, l’impegno eventuale delle risorse della Cooperazione allo sviluppo è certamente una scelta condivisibile. Lascia invece un po’ perplessi l’ormai probabile invio nei Caraibi della nuova portaerei Cavour, che sembra ormai esser stato deciso dal governo su richiesta del ministro della Difesa, Ignazio La Russa. La nave starebbe infatti già imbarcando aiuti umanitari, capacità militari del Genio ed una componente di sicurezza, rappresentata dagli uomini del reggimento San Marco. Non è chiaro in effetti per quali ragioni l’Italia si stia apprestando a questa iniziativa, tanto più che l’ammiraglia della Marina non giungerebbe ad Haiti prima di dieci-quindici giorni, quando la situazione sul terreno potrebbe essere sensibilmente cambiata.

Forte è il sospetto che la Difesa intenda procacciare, con lo schieramento della Cavour nei Caraibi, nuove commesse per i nostri cantieri militari da parte delle Marine latino-americane, se non addirittura trovare un acquirente per una nave forse troppo costosa per il nostro paese in rapporto alla sua effettiva utilità. Da tempo, analisti ed osservatori di varie tendenze raccolgono voci e indiscrezioni secondo le quali qualcuno, all’interno delle Forze armate, intenderebbe sbarazzarsi della nuova portaerei nazionale. Ed è del resto di per sé abbastanza indicativo che siano in corso contatti per stabilire una forma di collaborazione privilegiata con le forze terrestri brasiliane presenti ad Haiti. E’ in ogni caso sicuramente sconsigliabile l’impiego di una nostra aliquota di soldati sul suolo haitiano, dove la confusione sta aumentando. L’ipotesi, esclusa fino a ieri, sta purtroppo prendendo corpo. Sarebbe bene, finché possibile, rinunciarvi. (g.d.)