Atlantide
11.01.2010 - 19:26
Analisi
 
Usa: Barack Obama rivaluta la strategia anti-terrorismo
Roma, 11 gen 2010 19:26 - (Agenzia Nova) - Il 2009 si è chiuso con un colpo a sorpresa del network internazionale del terrore nei confronti degli Stati Uniti. Come è noto, un cittadino nigeriano affiliato ad al Qaeda ha tentato senza successo di provocare l’abbattimento di un aereo di linea nel cielo di Detroit, metropoli industriale che vanta uno speciale legame con l’attuale Presidente degli Stati Uniti. L’attacco è fallito sia per la pronta reazione di alcuni passeggeri a bordo sia, probabilmente, per la bassa potenza dell’esplosivo utilizzato dall’attentatore.

Il primo tentativo di colpire gli Usa sul loro territorio metropolitano dopo l’11 settembre 2001 ha avuto comunque, com’era ampiamente prevedibile, importanti ripercussioni. L’inatteso contrattacco jihadista ha infatti dato nuovo vigore a coloro che rimproverano a Barack Obama una grave sottovalutazione della minaccia incombente sugli Stati Uniti e ne contestano la debolezza dimostrata sia in Iraq che sul piano interno, ad esempio con l’annunciata intenzione di chiudere il centro di detenzione speciale di Guantanamo ed archiviare così la stagione americana “dell’emergenza”. Il capo dell’amministrazione è stato conseguentemente costretto a reagire. A finire sul banco degli accusati è stata immediatamente la grande intelligence community americana, che comprende qualcosa come sedici agenzie ed è da alcuni anni sottoposta alla supervisione di una specie di zar dei servizi, il direttore nazionale dell’intelligence. In realtà si è trattato di una comoda scorciatoia utilizzata dal Presidente Usa per dimostrare di avere il pieno controllo della situazione e rassicurare l’opinione pubblica.

E’ infatti noto che tanto rispetto al terrorismo, quanto rispetto ad un avversario tradizionale scaltro e determinato, non esiste difesa perfetta né, tanto meno, un sistema informativo e di sicurezza a prova di errori ed omissioni. Come già all’indomani dell’abbattimento delle “torri gemelle” di New York, anche questa volta è stato facile rinvenire prova di segnalazioni acquisite e vagliate con poca attenzione, o comunque non trasmesse alle autorità che avrebbero dovuto valersene per bloccare all’imbarco l’operativo di al Qaeda. Del resto, i servizi statunitensi processano quotidianamente milioni d’informazioni e proprio questa sembra essere la loro maggior vulnerabilità. Il fatto è che, perseguendo l’obiettivo di sottoporre al monitoraggio di macchine sofisticatissime tutte le comunicazioni mondiali ed avendo anche rafforzato la rete degli informatori, l’intelligence statunitense ha ulteriormente allargato la propria capacità di ricevere notizie utili senza parallelamente sviluppare una capacità di discriminazione dei dati effettivamente rilevanti dai disturbi di fondo. Anche il terrorismo transnazionale ha compreso certamente questo limite strutturale delle agenzie informative e di sicurezza occidentali, saturando periodicamente il web e le comunicazioni monitorabili di segnali ambigui o deliberatamente fuorvianti.

Ha molto probabilmente contribuito all’infortunio di Detroit anche la naturale tendenza delle agenzie di intelligence a non trasferire automaticamente ed in tempo reale tutte le informazioni raccolte, una tentazione in cui cadono assai frequentemente molte di esse, nel tentativo di dimostrare la propria superiorità ed esercitare un potere nei confronti dei decisori politici. A fronte di tutto questo, con un intervento insolitamente duro, il Presidente Obama ha chiesto interventi rapidi e drastiche innovazioni per migliorare la resa complessiva dei servizi segreti americani, colpiti prima della fine dell’anno anche da un altro grave attentato nell’avamposto Chapman, una base afgana nei pressi di Khost, dalla quale gli uomini e le donne della Cia dirigevano gli attacchi degli aerei senza pilota contro i vertici della cupola jihadista nelle zone tribali pachistane. Traditi da un agente giordano doppiogiochista che si riteneva infiltrato in al Qaeda ed era invece da questa stato arruolato, ben sette agenti statunitensi erano stati uccisi in un’esplosione il 30 dicembre scorso.


Come Bush, anche Obama pensa a un mix di attacchi e contromisure difensive

Detroit ed in una certa misura anche i fatti di Khost hanno permesso ad Obama di considerare con occhi diversi una verità basilare sulla quale il suo predecessore, George Walker Bush, aveva costruito la sua dottrina degli attacchi militari preventivi. Nell’impossibilità di assicurare una deterrenza efficace contro il fanatismo dei terroristi jihadisti ed avendo maturato una maggior consapevolezza dei limiti delle difese disponibili, il Presidente degli Stati Uniti ha ripreso conseguentemente ad evocare la necessità di combattere una lotta senza quartiere al terrorismo transnazionale, con l’obiettivo ultimo di sconfiggere al Qaeda. Si tratta di una svolta significativa, anche dal punto di vista del linguaggio impiegato da Obama, che era stato rapido, dopo l’ingresso alla Casa Bianca, a dichiarare conclusa la guerra globale al terrorismo.

Non si tornerà certamente ad invocare la pratica di aggressioni sulla base del mero sospetto, ma è certo che gli Stati Uniti estenderanno la portata dei loro contrattacchi. Adesso, oltre al Waziristan pachistano, dove ha trovato riparo il grosso dei dirigenti dell’al Qaeda storica, nell’occhio del ciclone è finito anche lo Yemen, a causa di alcune connessioni emerse tra l’aspirante attentatore di Detroit, Abdul Faruk Abdulmutallab, e gli elementi jihadisti radicatisi in quell’estremo lembo della penisola arabica che fronteggia la Somalia. Obama ha ribadito anche di recente di non essere intenzionato ad aprire un terzo fronte di operazioni terrestri, inviando un contingente nel Corno d’Africa o nello stesso Yemen, ma le pressioni esercitate sul governo di Sana’a per indurlo ad attaccare più energicamente i terroristi sono state formidabili, così come significativi sono stati gli aiuti economici e tecnici concessi agli yemeniti per individuare le basi dei jihadisti locali.

Quanto è accaduto, inoltre, ha conferito nuova forza a coloro che, come l’australiano David Kilkunnen, tendono a spiegare il terrorismo jihadista transnazionale come una specie di rivolta mondiale contro la globalizzazione che attecchisce ovunque esistano importanti focolai d’instabilità, assumendo la forma di una “guerriglia accidentale”. Lo Yemen, in effetti, risponde perfettamente all’identikit, essendo tormentato sia da una sanguinosa guerra civile che oppone le componenti sciite e sunnite della sua popolazione, quanto dalle attività terroristiche dei jihadisti fedeli a Bin Laden. Fu questa diagnosi del terrorismo come rivolta planetaria contro la globalizzazione a consigliare all’amministrazione Bush l’adozione di un approccio egualmente mondiale, che aveva trovato inizialmente dubbioso il suo successore. Le cose sono adesso destinate a cambiare significativamente e rapidamente.

Mentre si epureranno i servizi Usa, nell’intento di rafforzarne l’efficienza ed incentivare i comportamenti cooperativi al loro interno, crescerà certamente l’interesse di Washington per i failed states, gli stati al collasso. L’impulso a tener duro in Afghanistan dovrebbe riuscirne potenziato, anche se forse in una forma diversa rispetto a quella assunta attualmente attraverso l’ampio schieramento di forze militari occidentali inviate in quel tormentato paese, così come quello a ricercare nuovi e più avanzati equilibri tra interventi diretti all’estero e sostegni di varia natura agli interlocutori locali determinati a resistere all’infiltrazione jihadista. (g.d.)